Fuga dal riformismo?

www.robertomolinari.it dell'8 maggio 2013

Roberto Molinari ( 08 maggio 2013 )

Mia riflessione sul momento politico che sconquassa il PD. Il testo a seguire è stato mandato agli iscritti del PD, nei prossimi giorni cercherò di renderlo "leggibile e breve" per la sua pubblicazione sul quotidiano di Varese

Fuga dal riformismo?

Quello che è accaduto al PD in queste settimane non può essere ridotto solo a scontro tra “tribù” come, incautamente, qualcuno suggerisce.
Certo in politica, in una organizzazione complessa come è un partito politico, lo scontro spesso degenera tra fazioni tanto da apparire ai cittadini come il segno evidente che la politica è lotta di potere e ambizioni personali, assunto, quest’ultimo, ancora tutto da dimostrare fino in fondo tanto più se paragonato alla presunta “illibatezza” della c.d. società civile.
Personalmente ritengo che, dei fatti successi che hanno portato ad una crisi di nervi il PD, occorra dare un’altra lettura, una lettura, non dico più sofisticata, ma quanto meno diversa e un po’ più complessa affondandone le ragioni nella storia italiana, nella storia della sinistra e, in questo nostro frangente, nella “transizione infinita” che, oramai dal 92 stiamo, aimé, vivendo e nel ruolo degli intellettuali c.d. d’area. Partirei, tuttavia, da alcuni punti di riferimento.
Oggi c’è il tentativo di far passare come “nuovo” qualsiasi cosa che in politica appaia come diversa e questo prescindendo dai contenuti. I partiti politici sono ritenuti degli inutili e costosi orpelli incapaci di mediare tra la massa, le o.p. e i leader onde per cui sono sostituiti dal rapporto diretto tra il leader e la folla ( ieri poteva essere il balcone di una qualche piazza, oggi un predellino o il tetto di una macchina o la TV e i social network ). Nella ricerca di nuove strade che rivitalizzino la nostra forma statuale qualcuno vuole sostituire la democrazia rappresentativa ( su cui si basa la nostra Costituzione e la totalità delle democrazie occidentali ) con sempre più dosi democrazia diretta anche con l’ausilio dei social network. L’idea stessa di mediazione, di confronto tra diversi e distinti, in politica, viene ad essere respinta deve essere negata e questo perché la “purezza” del proprio schieramento e la sua superiorità morale non deve mai essere intaccata. Questo atteggiamento porta ovviamente a considerare il Parlamento non il luogo per eccellenza della mediazione alta, dell’incontro tra sensibilità distinte nel Paese e riconducibili comunque ad una comunità nazionale, ma il centro di uno scontro di civiltà dove deve prevalere sempre la logica amico/nemico e della guerra guerreggiata sino alla estinzione dell’avversario che, non è più avversario, ma, appunto, nemico. Ovviamente questa logica si riflette anche sull’idea stessa di partito negandone il valore di corpo intermedio e portandolo, attraverso diversi meccanismi, ad essere un semplice “comitato elettorale”. Si confonde l’antipolitica con l’antipartiti, ma quest’ultimo carattere è proprio anche delle élitè italiane. Nel tentativo di sconfiggere l’antipolitica gli attuali partiti usano gli stessi strumenti e le stesse argomentazioni dell’antipolitica provocando un corto circuito di cui il PD è l’emblema in questo momento.
Assunti questi elementi come punto di riferimento la mia tesi è che nel PD ( e intorno al PD ) non c’è solo ed unicamente un problema di “tribù”, ma un problema più grave e critico e questo perché è essenzialmente un deficit culturale.
Il problema è nuovo ed anche antico, insomma una sorta di ossimoro della politica. È antico il problema del concepire la politica come valore “messianico” per cui se non si è d’accordo si lascia il partito e se ne fonda un altro. È antico quando c’è l’impossibilità di riconoscere l’avversario come tale e lo si affronta come un nemico. E questo non riguarda solo gli altri partiti, ma anche chi, nel mio partito, la pensa diversamente da me e per questo può e deve essere tacciato di essere un traditore. È la logica perversa della delegittimazione tra compagni ed amici.
Tutto questo è, sostanzialmente, un deja vu, un già vissuto ed è l’eterna lotta tra “massimalismo” e “riformismo” con l’aggiunta di alcuni fattori nuovi.
L’idea che l’antipolitica si batta con l’antipolitica, l’uso o il condizionamento spregiudicato, rispetto alla effettiva rappresentatività, dei social network e il ruolo delle élité ( siano esse tecnocratiche, economiche o culturali ) amplificato dai mezzi di comunicazione e dalla debolezza dei partiti. L’antipolitica contro l’antipolitica è la caratterizzazione degli ultimi anni. Che l’antipolitica in quanto tale nasca dalle chiusure dei partiti a riformarsi, a modificare gli aspetti più deleteri delle proprie organizzazioni, questo è un dato assodato, meno assodato però è il fatto che, all’interno dei partiti, si sviluppino “correnti” e/o leader che fanno dell’antipolitica da professionisti per “scalare” i vertici sposando le tesi, gli argomenti e anche i metodi che ieri erano di Funari e oggi sono di Grillo.
Social network. Ho grande curiosità nei confronti di questi strumenti. Li ritengo utili e capaci di amplificare le sensazioni. Ma la domanda che mi pongo è se lo sono realmente o se invece rischiano di essere solo lo strumento di pressione di “gruppi minoritari” organizzati. Sappiamo bene, anche perché è già stato vissuto questo sul finire degli anni sessanta, che minoranze organizzate, combattive, ma che vogliono essere prevaricanti sono incompatibili con la logica della democrazia e della democrazia rappresentativa e sappiamo bene quanto questo possa portare a fratture irrimediabili all’interno dei processi decisionali e di coesione di un Paese. Dunque è un problema da saper affrontare e affrontare con celerità perché temo che la politica in generale non reggerebbe ad un ulteriore carico come questo. Il ruolo delle élitè siano esse economiche o culturali. Le nostre élitè economiche e tecnocratiche sono sempre state intrise di cultura antipartiti. Hanno sempre ritenuto che i partiti di massa usciti dal CLN non fossero all’altezza della situazione. Questo vezzo se lo sono portate dietro per decenni in polemica con la DC, il PCI e i socialisti non riuscendo a vedere i successi della democrazia repubblicana e pensando sempre di essere portatrici di un progresso snobbato dai partiti della prima repubblica. Oggi questo spirito è rintracciabile soprattutto nei giornali espressione dei grandi gruppi economici. L’emblema, tuttavia, del loro fallimento sta nella parabola di Monti. Assurto alla Presidenza del Consiglio con grandi aspettative è finito per dimostrarsi incapace di qualsiasi attenzione alla sofferenza prodotta dall’assenza di giustizia sociale tanto da risultare indigesto ai più.
Ma le élitè sono anche altre. Sono quelle che in questi giorni, ma anche prima, si sono scatenate contro il PD reo di aver cercato un accordo con Berlusconi per dare un governo al Paese. Sono i Travaglio, i Santoro, i Padellaro, ma anche i Flores D’Arcais, i Vattimo, i Mauro e tutti coloro che incuranti della situazione del Paese hanno deciso, alla faccia di ogni logica democratica o di responsabilità, che il PD ha tradito il patto con i suoi elettori, che l’unico governo possibile era quello con Grillo ( già come se Grillo si fosse mai dimostrato disponibile ) e che tutto ciò che è al di fuori da questo schema è un tradimento del “popolo della sinistra”, di cui loro si sentono gli unici autentici interpreti e guide morali. Ho scritto queste righe non in ragione di una giustificazione della scelta di sostenere il Governo Letta o di assoluzione delle gravi colpe del PD e della sua classe dirigente, ma in ragione del fatto che ritengo che quello che stiamo vivendo, sul piano politico, non sia un fatto riconducibile ad uno scontro tra innovatori e conservatori, ma sia principalmente il frutto di un deficit culturale, politico e democratico, che ancora pervade parti del PD e del mondo che circonda il PD. Se la mia tesi è corretta allora il problema della tenuta del PD nel sistema politico italiano è qualcosa che va al di là dello scontro tra le sue “tribù” perché è il problema della politica in generale e che, se non risolto, provocherà riflessi anche nel fronte avverso quello del centrodestra “condannandolo” a governare l’Italia per i prossimi venti anni senza la saggezza della cultura politica della prima repubblica.

Roberto Molinari
Segretario Cittadino PD
Varese





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