Meglio investire che fare elemosina

"Famiglia Cristiana" n. 14 del 5 aprile 2009

Francesco Anfossi ( 05 aprile 2009 )

Intervista all'economista Stefano Zamagni

CRISI
TRA CARITÀ E BENEFICENZA; PARLA L'ECONOMISTA STEFANO ZAMAGNI

«È MEGLIO INVESTIRE CHE FARE ELEMOSINA»
«La Chiesa si sta muovendo secondo una lezione vecchia di oltre sette secoli. L'applicavano già i francescani».

«L'azione della Chiesa italiana per fronteggiare la crisi economica è sicuramente una novità rispetto agli ultimi decenni, ma non in un’ottica di lungo periodo», spiega l’economista Stefano Zamagni, ordinario di Economia politica all’Università di Bologna, grande esperto di responsabilità sociale di impresa e consultore del Pontificio consiglio giustizia e pace.
«Le parrocchie stanno mettendo in pratica quello che già si diceva settecento anni fa. L’equità sociale è un’acquisizione della scuola francescana, cui va ascritta la prima elaborazione economica. Furono i francescani nel Trecento i primi a dire che l’elemosina va adottata solo nei casi di stringente necessità poichè "l’elemosima aiuta a sopravvivere ma non a vivere, perché vivere è produrre e l’elemosina non è certo produrre". È una questione di dignità».
• Insomma, donare semplicemente il pacco dei viveri ormai non basta più...
«Non è mai bastato. Il rischio del paternalismo è di creare solo delle dipendenze. Per dare dignità bisogna investire sul capitale umano, sui mezzi per produrre e procurarsi un reddito, se si tratta di piccoli imprenditori che poi danno lavoro, sulla copertura del rischio malattia perché la malattia è un impedimento per chi lavora».
• È questo il senso dei vari Fondi per le famiglie e per i lavoratori?
«Sì, la Chiesa ormai li sta aprendo un po’ dappertutto. Anche nella mia città, Bologna, l’arcivescovo Cafarra sta adottando un’iniziativa simile. Il vescovo di Rimini Francesco Lambiasi ha lanciato qualcosa di ancora più innovativo, in collaborazione con la Confindustria locale. Si tratta di un fondo di garanzia appoggiato alla banca etica locale (Etibanca, la seconda d’Italia). Tale fondo di garanzia consente a Etibanca di concedere prestiti fino a 10 mila euro a chi è caduto in disgrazia e non riesce a ottenere prestiti dalle banche per risollevarsi».
• C’è chi dice che la Chiesa non dovrebbe occuparsi di finanza.
«E perché mai, se la finanza aiuta lo sviluppo umano? Comunque la Chiesa ha un forte ruolo di stimolo in queste iniziative. Oltre ad avere un valore in sé ha un valore simbolico. Simbolo significa etimologicamente "ciò che unisce". È come se dicesse: guardate che non basta intervenire con l’elemosina, bisogna investire. Il simbolo è più importante ancora dell’iniziativa concreta perché va ad aggregare altre forze sullo stesso fronte, crea un effetto di moltiplicazione, fa capire che voler bene alla gente non è fare solo elemosina».
• Anche questo concetto viene da lontano?
«Eccome. Era già contenuto nella Charta Caritatis dei cistercensi del 1098. La Charta sancisce la sostituzione del termine elemosina con il termine beneficentia, che significa "fare il bene". Poiché nella beneficenza, il bisogno di chi chiede aiuto deve essere valutato con intelligenza; quanto a dire che il benefattore deve sforzarsi di comprendere le ragioni per le quali il povero è tale. Non accade così nell’elemosina, dove l’identità del portatore di bisogni è spesso sconosciuta al benefattore, il quale ha tutto l’interesse a non volerla conoscere. La seconda implicazione è che l’elargizione "deve essere nel giusto", secondo l’espressione della Carta; deve cioè essere proporzionata all’intensità e gravità del bisogno e rendere conto dell’uso che si è fatto dell’elargizione».


PER IL CREDENTE LA POVERTÀ È ILLEGALE
«La crisi in Sardegna è grave per via di diversi aspetti. Noi stiamo insistendo molto sulla mancanza di lavoro e sull’eccessiva precarietà. Vogliamo operare sia collaborando con le istituzioni sia con la rete del volontariato e delle parrocchie. Su questo ho mandato una lettera al nuovo governatore da poco eletto Ugo Cappellacci. Perché in fondo Chiesa e politica si interessano delle stesse persone e degli stessi problemi». La crisi in Sardegna non riguarda solo il Sulcis. La situazione è drammatica praticamente in tutta l’isola, come spiega don Pietro Borratzu, direttore dell’Ufficio della pastorale del lavoro della Sardegna. «Nel 2007 le famiglie povere nella regione sono passate dal 16,9 al 22,9 per cento. Sei punti percentuali in un solo anno».
• Come avverrà la collaborazione?
«In termini di proposte politiche e di aiuti concreti. Con altre associazioni, tra le quali le Acli, la Caritas, la Cisl, la Uil e la Coldiretti, in vista del G8 dei grandi della Terra che si svolgerà proprio qui, in una regione che sta vivendo una situazione di povertà grave e diffusa, non possiamo certo tacere».
• Che iniziative intendete prendere?
«Abbiamo fatto una manifestazione a Zuri, piccolo centro della Sardegna, ribattezzandolo "il G8 dei poveri", con delle dichiarazioni importanti emerse al termine della manifestazione. Tra l’altro è nata la "Carta di Zuri" dove nel preambolo si considera la povertà ingiusta e illegale. Proprio così, illegale. Anche perché il lavoro è al primo articolo della nostra Costituzione. Zuri oltretutto sta vivendo quello spopolamento dei villaggi dell’entroterra che coinvolge tutta l’isola, con la migrazione della gente verso le coste e verso il continente. Specialmente i giovani sono costretti in gran parte all’emigrazione, anche se non sanno cosa troveranno in Italia o all’estero. Non ci sono più le fabbriche del triangolo industriale o della Svizzera o della Germania pronte ad accogliere manodopera. I ragazzi comunque se ne vanno lo stesso perché non c’è lavoro, se vanno a studiare da qualche altra parte poi non ritornano. Stanno venendo a mancare quelle forze che potrebbero garantire la speranza e lo sviluppo della Sardegna.
• Come si muove la rete delle diocesi?
«In molti modi. Compreso l’invito a chi governa Regione, Province e gli altri enti locali a uscire da questa condizione di illegalità. Abbiamo allestito un pacchetto di sostegno per l’acquisto di beni e servizi primari. L’Ufficio pastorale del lavoro ha diffuso un documento che invita a intervenire nella vicenda politica. Vogliamo creare anche una collaborazione di carattere critico, per fare di più e meglio quando sono in ballo i diritti dei più poveri e degli emarginati. C’è in corso una riflessione molto seria anche nelle chiese locali. Molte parrocchie stanno mettendo in piedi fondi di solidarietà per far fronte alle difficoltà, con dei fondi che costituiscono delle vere e proprie banche popolari. Solo tutti insieme potremmo uscire dalla morsa della povertà e della fame».


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