I democratici e la politica dei due forni

"La Stampa" del 30 maggio 2013

Marcello Sorgi ( 30 maggio 2013 )

"Il caos che per due giorni ha accompagnato in Parlamento il rilancio delle riforme istituzionali - e per miracolo, viene da dire, s’è concluso con l’approvazione della mozione concordata con il governo - ha una sola spiegazione: da sinistra e da destra, approfittando della solenne occasione fornita dal ritorno della Grande Riforma, si sono mossi due fronti contrapposti, che puntano, senza neppure nascondersi, a far cadere l’esecutivo delle larghe intese..."

I democratici e la politica dei due forni


Il caos che per due giorni ha accompagnato in Parlamento il rilancio delle riforme istituzionali - e per miracolo, viene da dire, s’è concluso con l’approvazione della mozione concordata con il governo - ha una sola spiegazione: da sinistra e da destra, approfittando della solenne occasione fornita dal ritorno della Grande Riforma, si sono mossi due fronti contrapposti, che puntano, senza neppure nascondersi, a far cadere l’esecutivo delle larghe intese.



Se alla fine è emerso di più il fronte di sinistra, è solo perché a fornire lo strumento che avrebbe dovuto servire a capovolgere gli attuali equilibri è stato il vicepresidente della Camera Roberto Giachetti: un onesto deputato radicale, che la diaspora del suo partito ha condotto nelle file democratiche vicino a Matteo Renzi, e nella scorsa legislatura, a causa di uno sciopero della fame troppo prolungato contro il Porcellum, stava quasi per rimetterci la pelle. Ignaro, o secondo molti illuso, che a Montecitorio esistesse una maggioranza favorevole a cambiare la legge elettorale, a parole esecrata da tutti, Giachetti aveva presentato una mozione sostenuta da un elenco trasversale di firme di diversi schieramenti, e a tutti i costi aveva voluto porla in votazione in alternativa a quella ufficiale della maggioranza governativa.



Alla fine, i voti raccolti sono stati quelli del Movimento 5 stelle, di Sel e dello stesso Giachetti, mentre gli altri ribelli e firmatari dei diversi partiti, a partire da quelli del Pd, si ritiravano disciplinatamente. Come tentativo di creare un’alternativa alle larghe intese, non può certo dirsi molto riuscito. Anche perché i deputati 5 stelle, già prima di votare la mozione, precisavano che lo facevano solo per dare un segnale politico, senza condividere la proposta di Giachetti di lavorare per un ritorno al Mattarellum. Pienamente centrato, però, anche al di là delle intenzioni, è stato l’obiettivo di rovinare l’avvio, o il riavvio, del dibattito sulle riforme istituzionali: della materia, cioè, non va dimenticato, su cui la classe politica s’è impegnata pubblicamente a ricostruire la propria credibilità.



Non è certo una novità che ci sia nel Pd più di una corrente che continua a puntare sull’accordo con Grillo e a battersi contro il governo con il Pdl. Il fallimento della trattativa di Bersani a inizio di legislatura non è considerato un argomento sufficiente per rinunciarci; e neppure la promessa, che il leader di M5s continua a ripetere, di non allearsi «né con il Pdl né con il Pd-meno-elle», è giudicata convincente. Dopo il crollo elettorale delle amministrative dell’altro ieri, dicono gli strateghi di questa parte politica, i voti dei deputati e dei senatori stellati, che non vogliono stare in Parlamento a scaldare le sedie, sono praticamente a disposizione. Allo stesso modo cresce, all’interno del Pdl, l’insofferenza per l’alleanza con un Pd che - teme una consistente frangia berlusconiana - potrebbe tradire da un momento all’altro.



Ora, la sola idea che la vecchia politica dei due forni, di cui Andreotti era il principale diacono nella Prima Repubblica, possa risorgere imperniata su Giachetti e i 5 stelle, sembra incredibile e fuori dal tempo. Ma tant’è. Tutto è possibile: qualcuno cita anche un altro documento, messo a punto dall’ex presidente del Pd Rosy Bindi con l’appoggio di una quarantina di deputati Pd, che spingerebbe nello stesso senso, con la sottolineatura del basso profilo dell’esecutivo. Ma per questa strada, più che a un nuovo assetto di maggioranza e a un nuovo governo, si arriverebbe facilmente a nuove elezioni. Ed è esattamente quello a cui è contraria una larga, larghissima maggioranza del Parlamento.



Colpisce come i firmatari delle mozioni e gli autori dei documenti non se ne rendano conto. Nella gran confusione che accompagna la vita politica, c’è una sola luce, un solo punto chiaro: i parlamentari che non riescono a costruire accordi, né per fare, né per disfare alcunché, sono uniti come un sol uomo nel desiderio di conservare i loro posti e far durare la legislatura. Più gli elettori mandano segnali - si veda l’astensione dell’ultima tornata elettorale, o la fiducia data e repentinamente ritirata a Grillo -, e più gli onorevoli si arroccano: la sensazione che questo possa essere l’ultimo giro, prima dell’estremo assalto di un’opinione pubblica esasperata, invece di convincerli a un ripensamento virtuoso e a un impegno più serio nel loro lavoro, li porta al cupio dissolvi che ogni giorno fa mostra di sé.



Ciò non vuol dire che Enrico Letta, grazie alla disillusione dei parlamentari, possa stare tranquillo e durare all’infinito. I governi, si sa, durano se governano. Ma se Letta cade, un altro verrà al posto suo. La filosofia rassegnata, che sta ormai prendendo piede, prevede questo. Da quando il Presidente Napolitano, all’atto della sua rielezione, si rivolse ai parlamentari avvertendoli che erano all’ultima occasione per riscattarsi, sembra passato un secolo. E invece sono solo poche settimane.



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