Cento giorni aspettando Domenico

"La Stampa" del 18 luglio 2013

Mario Calabresi ( 18 luglio 2013 )

"Oggi sono cento giorni da quando Domenico Quirico ha spedito l’ultimo sms da uomo libero. Noi speriamo di riceverne presto un altro in cui dica che non è più prigioniero..."


Cento giorni aspettando Domenico


Oggi sono cento giorni da quando Domenico Quirico ha spedito l’ultimo sms da uomo libero. Noi speriamo di riceverne presto un altro in cui dica che non è più prigioniero. Era il 9 aprile, era appena entrato in Siria dal confine libanese e voleva raccontare il fronte più duro della guerra civile. Non è riuscito a scrivere una sola riga, non è riuscito a mandare nessun segnale: per quasi due mesi solo un terribile e angosciante silenzio. Non sapevamo più nulla di lui, ogni ipotesi era possibile. Alla sua famiglia, ai suoi amici e a tutti noi, che con lui abbiamo condiviso non solo il lavoro ma anche una passione e un’idea del giornalismo, non rimaneva che coltivare una caparbia speranza.



Finalmente il 6 giugno la sua voce ha raggiunto la moglie Giulietta, ci ha ridato forza, ci ha raccontato che era stato rapito ma che stava bene e sperava di tornare a casa al più presto. Da quel momento sono passate altre sei settimane, un tempo lunghissimo fatto di segnali ma anche di nuovi lunghi silenzi. Un tempo di lavoro intenso, costante e prezioso delle nostre autorità, coordinate dall’Unità di crisi della Farnesina. Un tempo in cui ognuno di noi, a partire dalla sua famiglia, cerca di contenere al meglio le proprie ansie e le proprie paure. Lo facciamo in silenzio, lasciando al fiocchetto giallo sulla testata de La Stampa il compito della testimonianza e dell’attesa, perché siamo convinti che la cosa migliore da fare sia favorire i contatti in corso che non hanno bisogno di riflettori e tensioni mediatiche continue.



Oggi però ci sembrava giusto dare a tutti voi lettori un segno, ricordarvi che Domenico non è ancora un uomo libero, che non lo abbiamo dimenticato nemmeno un istante e che lontano dai riflettori il lavoro è costante.

Penso spesso a quanto starà osservando Domenico, a quanto avrà pensato e ragionato su una guerra che è diventato quasi impossibile testimoniare, a quanto potrà spiegarci e raccontare quando tornerà. Penso continuamente, in tempi in cui è difficile fare i giornali, chiusi come siamo tra la crisi economica che colpisce anche l’informazione e quella malattia endemica del Paese che è la polemica faziosa, a quanto questa assenza indichi un faro per la nostra professione. Ci dice quanto si può mettere in gioco per andare, vedere e scrivere. È tutto qui.

Materiale: