Un passo avanti ma la guerra continua

"La Stampa" del 15 settembre 2013

Gianni Riotta ( 15 settembre 2013 )

"Chi ha vinto e chi ha perduto nella complicata partita geopolitica sulla Siria di questi giorni, dopo l’accordo a sorpresa tra i ministri degli Esteri russo e americano?..."

Un passo avanti ma la guerra continua


Chi ha vinto e chi ha perduto nella complicata partita geopolitica sulla Siria di questi giorni, dopo l’accordo a sorpresa tra i ministri degli Esteri russo e americano? Il primo vincitore netto è, senza dubbi, il dittatore siriano Assad: isolato per l’uso dei gas contro i suoi cittadini, con in arrivo un dossier Onu a lui sfavorevole, era ormai nel mirino di un blitz di Obama che avrebbe scardinato il suo sistema di aeroporti e radar. Invece si vede difeso dal suo patron russo, con i ribelli dimenticati dagli americani e frustrati perché la promessa di più armi –sostenuta dal repubblicano McCain – resta solo una promessa. Vantaggio netto.

Anche per Vladimir Putin e il suo veterano capo della diplomazia Sergei Lavrov, successo palmare. Il Cremlino ha messo alle corde il premio Nobel per la pace Obama, lo ha caricaturato come «guerrafondaio», e – dopo avere paralizzato da anni l’Onu con i veto, i niet cari al tempo dell’Urss al vecchio ministro Andrej Gromyko – s’è ammantato con il laticlavio da difensore della collaborazione internazionale.



Misto il risultato per il presidente Obama. Dopo essersi cacciato in una trappola kamikaze, annunciando il blitz e poi affidandosi all’incerto ok del Congresso, Obama s’è aggrappato al ramoscello d’ulivo offerto per una volta non dalle colombe, ma proprio dai falchi russi. Può vantarsi di avere costretto Assad a mettere sotto chiave Onu il suo arsenale chimico, esce alla fine dallo stallo politico e diplomatico in cui si era cacciato, ma certo ridursi ad affidare il suo carisma internazionale alle mani di Putin, lo lascia abbastanza ammaccato. In America e nel mondo.



L’Onu è rimasta nel retroscena, il segretario generale Ban Ki-moon spera di poter condannare Assad sui gas e ridare credibilità alle Nazioni Unite, il Consiglio di Sicurezza potrebbe alzare la voce, ma Putin intende tenere ben stretti i bandoli della matassa e non mollerà un centimetro. Assente l’Europa, con gli inglesi confusi e divisi, i tedeschi in campagna elettorale, gli italiani ondivaghi, i francesi che – subìto come Londra il danno dell’incertezza alla Casa Bianca – hanno almeno con il presidente Hollande rialzato il profilo internazionale di Parigi e promettono battaglia per i diritti umani all’Onu. Nettamente perdenti i ribelli siriani, che schiumano rabbia nelle loro dichiarazioni contro Obama, da cui si dicono «traditi».



Come è ora possibile trarre il meglio dal negoziato che si va ad aprire? Assad ha nove mesi per consegnare i gas, (si devono distruggere parti delle componenti chimiche che li innescano), ma già Washington e Mosca dissentono sulle proporzioni dell’arsenale. Gli ottimisti diranno che è comunque un passo avanti, con il regime alawita costretto a trattare, i pessimisti temono la deriva «iraniana», un lungo tirare in avanti, appigliandosi a mille cavilli senza cedere mai di un passo. Per di più i controlli internazionali andranno fatti in un Paese teatro di una guerra civile, con soldati governativi e ribelli a contrastate le ispezioni.



Solo se Obama e l’Onu vigileranno con estrema severità sulle prevedibili tattiche dilatorie di Assad e Putin, il negoziato avrà un senso e potrà portare a qualche risultato non aleatorio. Se invece si faranno prendere la mano dall’astuzia di Putin e dalla crudeltà di Assad saranno prima irrisi, poi umiliati.



Qualche ingenuo – e molti furbi – parleranno di «vittoria della pace», ma la guerra in Siria continua, ai 100.000 morti altri si uniranno nelle fosse comuni, la fila dei profughi, quasi 4 milioni, si allunga.

La Francia, che ha agito con risolutezza, potrebbe adesso prendere la testa degli europei affinché l’Ue, sgombrato il campo dal blitz Usa, agisca con forza all’Onu e il negoziato non sia farsa. Finite le elezioni in Germania, la cancelliera Merkel e il premier Letta – che ha meritoriamente riequilibrato la posizione italiana in chiave occidentale – dovrebbero dare una mano a Parigi.



Non ci vorrà molto tempo per capire chi avrà avuto ragione sul valore dell’accordo Lavrov-Kerry, se gli ottimisti o i pessimisti. Ma per il bene dei civili in Siria sarebbe meglio che gli occidentali vigilassero senza distrazione, dabbenaggine e indifferenza.



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