Le nuove frontiere del cattolicesimo democratico (nella quarta fase )

Fondazione dei Popolari Varesini ( 28 giugno 2008 )

Venerdì 27 giugno si è tenuto a Villa Cagnola - Gazzada - un incontro tenuto dalla Fondazione dei Popolari. L'incontro vedeva la partecipazione del Senatore Giorgio Tonini e dell'On. Lino Duilio. Quella che segue è la traccia che è stata distribuita ai relatori e al vasto pubblica che ha partecipato alla serata

Le nuove frontiere del cattolicesimo democratico
( nella quarta fase )
traccia per l’incontro

Esistono oggi delle domande di fondo che riguardano la nostra storia, la nostra esperienza collettiva e il nostro modo di essere cattolici impegnati.
Romano Guardini ha scritto nel lontano 1959, forse preconizzando tempi tumultuosi ben più tragici degli attuali che “Il nostro posto è nel divenire….il nuovo mondo è caotico e agisce da distruttore perché l’uomo idoneo a vivere insieme a lui non esiste ancora…Si deve trovare la forza di sacrificare con cuore saldo l’indicibile nobiltà del passato” ( Lettere da Lago di Como ).
Dunque è forse questo il problema di fondo. Il sentirsi inadeguati al nuovo che avanza, ma nello stesso tempo ancorati alla paura e forse, più, alle certezze della nobiltà del nostro passato.
Ma se il nostro posto è in questo divenire, a noi è richiesto un supplemento di coerenza proprio in ragione della nobiltà del nostro trascorso, ed è altresì vero che non si può pensare il futuro senza aver riflettuto su ciò che eravamo ieri e su ciò che siamo oggi.
Ecco così tre questioni dirimenti a cui chiedo, ai nostri interlocutori, di rispondere:
una esigenza: la modernizzazione del Paese;
il come o meglio lo stile: la laicità del cristiano in politica nella società pluralista e secolarizzata;
lo strumento politico: il cattolicesimo democratico di fronte alla sfida della costruzione di un nuovo umanesimo e, quindi, se PD offre oggi gli spazi per questa avventura?
Come ha recentemente scritto Andrea Riccardi “Cent’anni di cristianesimo italiano nella società, con la sua grandezza e le sue fragilità, sono una forza che va oltre le sue frontiere e scrive la storia: nel locale e nel regionale, tra la gente, i poveri, nel governo del paese, nell’intraprendere iniziative….Cent’anni di storia sociale, spirituale, di carità, nel loro intreccio, dicono al paese – ed è anche una lezione umana e storica – che non si può vivere per se stessi, chiusi in se stessi, solo per proteggersi ( come paese, categoria, individui ), ma pensare agli altri, intraprendere per loro, amarli, governarli aiutarli, servirli, guidarli, educarli, accompagnarli ( e tanto altro…..). Sono un modo di stare nella storia. Lo storico lo vede. Il contemporaneo lo percepisce. Questo vuol dire vivere il futuro e la speranza, non sopravvivere in una specie di autismo sociale. Non è solo una lezione per un individuo, per una comunità cristiana, ma un segreto umano. Alla fine è anche l’anima per un paese.”
Per noi che non predichiamo l’autismo sociale né quello politico, ma la necessità di stare nella storia, la modernizzazione del Paese è un compito primario, da perseguire con forza senza timore, ma senza dimenticare le paure che questo comporta. Il timore che il nuovo Principe, la scienza, la faccia da padrone.
Il timore che un mondo globalizzato travolga le nostre radici e i nostri valori. Ma anche la preoccupazione di non saper affrontare la sfida degli ultimi, di quelli che abbandonano la loro terra e cercano altrove una vita degna di essere vissuta. Sono tutte paure che appartengono al nostro tempo e al nostro Paese, paure e timori che dobbiamo affrontare con la forza della nostra storia collettiva, con la forza della nostra cultura e anche della nostra fede. E perché no, con la forza delle idee e dello stile con cui nostri testimoni hanno affronta uguali sfide. Uomini come Sturzo, De Gasperi e Moro. Tre uomini che hanno modernizzato il pensiero e l’azione dei cattolici e hanno riconciliato la nostra tradizione con il Paese e lo hanno fatto da protagonisti. Con quale stile, dunque, affrontare il XXI secolo? Con quella laicità che faceva dire a Bachelet che De Gasperi era un cattolico dalla schiena diritta? Dunque, con una domanda nel cuore. La nostra laicità, quella che ci ha insegnato il Concilio Vaticano II e di cui noi siamo per la maggior parte figli, è ancora valida? Sappiamo esserne capaci, ora, che non c’è più il partito dei cattolici? Ora che non abbiamo più il potere? Ecco, infine, la terza questione, lo strumento. Possiamo costruire una proposta per un nuovo umanesimo popolare? Può il PD essere lo strumento adeguato? Ci sono spazi di libertà tali da consentirci di raccogliere la sfida del confronto all’interno dello strumento che ci siamo dati o ha provocatoriamente, forse, ragione Magatti quando scrive “Il nuovo PD è nato su una promessa non mantenuta: l’intento dichiarato era quello di far nascere qualcosa di nuovo proprio alla base della sintesi innovativa tra le principali culture politiche coinvolte nel progetto: da un lato la sinistra erede della storia del PCI e dall’altro quella parte di mondo cattolico che da sempre è sensibile ai temi sociali. L’obiettivo era ambizioso: far nascere un nuovo grande partito popolare in grado di interpretare l’asse più avanzato del Paese. Ma i fatti non sembrano seguire le intenzioni: nessun lavoro serio di composizione di queste due tradizioni è stato fatto e il PD è nato come una strana combinazione: ad un primo livello, come incontro tra DS e Margherita, intese come organizzazioni partitiche in senso stretto; e ad un secondo livello, come mera aggregazioni partitiche attorno ad un leader – Veltroni – investito mediante una votazione tanto carica dal punto di vista comunicativo e simbolico quanto debole dal punto di vista delle indicazioni progettuali e identitarie.”
E la domanda permane: è il PD il giusto strumento, il mezzo per realizzare la modernizzazione del Paese, ma anche per realizzare l’idea di società di cui ci sentiamo portatori?
In tempi tumultuosi, ma anche affascinanti si ricorre alla storia per trovare delle indicazioni. A me viene in mente questa frase che Aldo Moro disse nel suo ultimo discorso: “ se fosse possibile dire: saltiamo questo tempo e andiamo direttamente a questo domani, credo che tutti accetteremmo di farlo, ma cari amici, non è possibile; oggi dobbiamo vivere, oggi è la nostra responsabilità. Si tratta di essere coraggiosi e fiduciosi al tempo stesso, si tratta di vivere il tempo che ci è stato dato con tute le sue difficoltà.” ( 1978 )
Dunque viviamo le difficoltà dell’oggi, nella consapevolezza della nostra responsabilità e nella coraggiosa fiducia che siamo in una nuova fase della nostra storia collettiva. Siamo in una “quarta fase”, tutta da scoprire e da vivere. Sta a noi decidere come affrontarla. Se chiusi in noi stessi per proteggerci o se stare nella storia.


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