Intervento di fine mandato

www.robertomolinari.it del 9 novembre 2013

Roberto Molinari ( 11 novembre 2013 )

Sabato 9 novembre abbiamo svolto il congresso cittadino. Questo è il mio intervento di fine mandato. A Luca Paris neo eletto segretario i miei auguri e i miei complimenti.

Intervento di fine mandato

Vorrei iniziare questa mia breve riflessione che non vuole essere un bilancio di fine mandato, ma solo una riflessione ad alta voce, premettendo che ringrazio ancora tutti per l’aiuto che mi è stato dato in tutti questi anni di intensa attività.

Ribadisco ancora quello che a tutti ho scritto qualche settimana fa quando abbiamo dato avvio alle operazioni congressuali.

Tutto ciò che di buono abbiamo fatto, abbiamo ottenuto lo si deve al lavoro di squadra che abbiamo saputo fare e fare insieme.
Gli insuccessi e gli errori sono da imputare ai mie limiti e solo a me.
E dico tutto questo senza alcuna retorica o falsa umiltà, cosa tra l’altro che, in politica, è peggiore dell’arroganza.
Lo dico perché in politica ho sempre applicato la massima che si deve sempre sapere chi fa che cosa e sempre qualcuno deve rispondere anche delle colpe altrui, se ha la responsabilità ed è stato eletto ad una responsabilità.

Così come si è politici corretti se si dice quello che si pensa e si fa quello che si dice.

E così, prima di andare oltre, vorrei leggervi alcune righe di una poesia di Robert Frost, poeta della frontiera kennediana, la stessa che lessi cinque anni fa all’inizio del mio mandato.

La Strada non presa

“Divergevano due strade in un bosco
Ingiallito, e spiacente di non poterle fare
Entrambe essendo un solo, a lungo mi fermai
Una di esse finchè potevo scrutando
Là dove in mezzo agli arbusti svoltava.

Poi presi l’altra, che era buona egualmente
E aveva forse i titoli migliori
Perché era erbosa e poco segnata sembrava;
Benché, in fondo, il passar della gente
Le avesse invero segnate più o meno lo stesso,

Perché nessuna in quella mattina mostrava
Sui fili d’erba l’impronta nera d’un passo.
Oh, quell’altra lasciavo a un altro giorno!
Pure, sapendo bene che strada porta a strada,
Dubitavo se mai sarei tornato.

Questa storia racconterò con sospiro
Chissà dove fra molto tempo:
Divergevano due strade in un bosco, e io…
Io presi la meno battuta,
E di qui tutta la differenza è venuta.”


Ecco, io credo che per me oggi, come allora, in un certo senso, ci sia la possibilità di scegliere tra due strade, una meno battuta, e una più percorsa.
La strada più battuta, più percorsa sarebbe quella di trarre un bilancio di questo mandato togliendosi anche qualche sassolino dalla scarpa.

Per me sarebbe semplice mettere in fila gli atti di slealtà, i tentativi di minare l’autonomia della città, raccontare di chi, in previsione delle amministrative, andava dagli alleati concorrenti, fregandosene di indebolire il partito in una trattativa e sostenendo che una volta scaricato il PD e la sua segreteria politica si sarebbe fatta una nuova alleanza, o di chi ha lavorato per far mancare le preferenze e trasferirle su di una lista concorrente o ancora di chi ha pensato che gareggiare alle amministrative fosse chiudersi in una stanza e gioire perché qualcuno del tuo partito era rimasto fuori.

Non voglio parlare di queste cose. Appartengono ad un’altra stagione.
E, soprattutto, la politica come diceva Nenni “si fa con i sentimenti e non con risentimento”.

La politica, almeno quella che questa segreteria ha inteso fare in questi anni, è un lento processo in evoluzione continua.
Non è mai statica, non è mai ferma anche quando può apparire come tale.
E dunque quando si chiude un processo politico si passa ad un’altra fase e bisogna essere in grado di cogliere i segnali che spingono nella nuova direzione altrimenti si rischia di fare la fine di “George Gray” descritta nella stupenda Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters.


George Gray

“Molte volte ho studiato
la lapide che mi hanno scolpito:
una barca con vele ammainate, in un porto.
In realtà non rappresenta la mia destinazione
ma la mia vita.
Perché l’amore mi si offrì, ma mi ritrassi per non illudermi;
il dolore bussò alla mia porta, e ne ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
Adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
ovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita può condurre alla follia
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio
è una barca che anela al mare, ma ne ha paura.”
(Edgar Lee Masters )


Ebbene, io credo che il PD con tutte le sue imperfezioni abbia inteso proprio non perdere le occasioni che la politica gli ha offerto.

In questi anni abbiamo, attraverso le iniziative di partito come di quelle del gruppo consigliare, cercato di guadagnare autorevolezza, autorevolezza come interlocutori seri e come possibili amministratori della città.

Certamente esistono molte cose ancora da fare, ci sono molti margini di miglioramento, ma il lavoro costante che tutti abbiamo fatto in questi anni ha un suo punto fermo.
Il PD e la sua classe dirigente ( quello che anche oggi io ho di fronte rinnovata e quella di ieri ) ha autorevolezza e ispira serietà nella città e negli interlocutori politici che sempre si deve avere.

Dicevo prima che ogni stagione in politica ha la sua evoluzione. Il successo di un periodo lo si giudica dal fatto che al momento del cambio di passo non si prosegue nella stessa linea, ma, proprio perché gli obiettivi sono stati raggiunti si può passare oltre e ad altri obiettivi.

Moro diceva che “le parole in politica sono le fidanzate del futuro perché prima o poi si sposano con la realtà”.

Questi anni sono stati gli anni della inclusione. Sono stati gli anni del superamento di quelle che erano le diverse identità e sono stati gli anni della costruzione anche di un impianto culturale e di una nuova identità culturale.

Quando qualcuno ha sorriso perché questa segreteria, in diverse occasioni, ha organizzato incontri in piazza per la lettura ad esempio della Costituzione o ha favorito il tesseramento con la raccolta e la donazione di un libro, o quando abbiamo letto “Il buio oltre la siepe”, lo ha fatto perché non ha colto la portata del fatto culturale che si voleva porre in essere.
A fronte della chiacchiera da bar dei politici della Lega che tanto hanno dominato in questa città o della inconcludente e vuota retorica del PdL, noi ponevamo le basi per un messaggio forte.
La cultura è il punto di partenza. La cultura è anche politica. Il PD usa la cultura per parlare con la gente, per mettere al centro un progetto di città, la cultura, una nuova cultura politica è il nuovo amalgama del PD ed è la sua nuova identità.

Dunque siamo partiti da qui, dal nostro modo di intendere la politica prima come fatto culturale da offrire e da offrire prima di tutto alle giovani menti che sono il futuro del nostro Paese oltre che del nostro partito.

Certamente, forse parlando ai giovani, volendo loro offrire prima di ogni cosa un progetto culturale, siamo caduti nel paternalismo e forse nel paternalismo eccessivo, ma se la politica e dunque anche i partiti sono lo specchio della società, almeno noi non ci si potrà accusare dei omissione, almeno noi non abbiamo abdicato al ruolo di educatori e non lo abbiamo sostituito con strumentalizzazioni facili, perché per noi la politica è prepararsi, studiare e sacrificio e questo prima di ogni entusiasmo.

Ma, per riprendere il filo del ragionamento, la politica non è solo questo. E’ anche un processo attraverso cui i ceti meno abbienti si affrancano dai lacci che la nascita gli impone.
Così, se c’è una cosa che non abbiamo lasciato cadere in questi anni, è proprio il nostro essere un partito popolare.
Un partito che non ha dimenticato la storia, l’origine della politica dei partito di massa, dei partiti popolari nati nel secolo XXIX.

Ricordo quando facemmo leggere la Costituzione in piazza a Claudio Donelli ( che ringrazio per la sua presenza ) e a Angelo Monti, l’ultimo sindaco DC di Varese.
Non due “vecchi da rottamare” come oggi qualcuno direbbe con molta retorica, ma il simbolo di una storia di affrancamento sociale e di attenzione alla gente comune, quella gente che non avrà il nome sui libri di storia, ma che la storia l’ha fatta sulla propria pelle e sul difficile vivere quotidiano.

Ma anche il simbolo della nostra capacità, in questi anni, di uscire dalla ristretta riserva indiana dove qualcuno ci voleva chiudere per andare oltre, oltre gli steccati, oltre le barriere e i muri che si voleva avere interesse mantenere per costringerci a rimanere sempre quelli dell’eterna opposizione.

Ecco un altro elemento di questi anni. La volontà, forse da non tutti compresa o non capita, che le elezioni non si vincono riproponendo vecchi schemi da “frontisti” buoni per rassicurare i finti modernisti, ma si vince se si rompono gli schemi e si cerca di andare oltre allargando il consenso proprio in quelle “province politiche” che non ci sono amiche. Altro che politiche vecchie, contendere i voti agli avversari non è politica vecchia è la politica di chi non si sente “figlio di un Dio minore”.
E mi fa piacere che oggi ci sia chi sposa per il congresso nazionale questa tesi e cioè che bisogna contendere i voti agli avversari, quando a me che sostenevo in passato e per tempo questo mi si accusava di voler stringere quali e chissà quali accordi spuri.

Forse è bene ricordare al riguardo quanto affermava Mino Martinazzoli un grande lombardo sfortunato nell’ultima parte della sua vita politica e che forse ben altre fortune avrebbe potuto e dovuto avere:

“ La moderazione è tutto tranne che moderatismo. La moderazione raffigura vocazione riformatrice e capacità di tolleranza, di armonia, di equità. Significa, soprattutto, esaltazione della libertà come espressione di verità e ordine, di autonomia, di responsabilità, di rispetto della persona e di solidarietà tra le persone”.

E ancora. Noi non siamo mai stati supini alla Lega. E questo lo voglio rivendicare con orgoglio. Noi abbiamo sempre contestato la Lega, ne abbiamo denunciato in consiglio comunale gli atti quando li abbiamo ritenuti illegittimi. Ne abbiamo indicato gli errori politici, ma abbiamo sempre fatto questo rispettando le Istituzioni e la dignità del luogo dove siedono i nostri consiglieri.
Noi non ridurremo mai le Istituzioni a delle macerie, perché Istituzioni deboli servono solo ai ricchi e ai potenti, perché loro non hanno bisogno di difendersi, ma i poveri e la gente comune si!!.

E’ per questo che in questi anni abbiamo difeso anche il ruolo del partito. Abbiamo cercato a fronte di Istituzioni deboli di recuperare il ruolo e la capacità di mediazione che i partiti devono svolgere.
Può sembrare strano che in epoca di internet e di velocità della comunicazione si sostenga ancora la necessità di mediazioni e di mediazioni che la politica e partiti devono svolgere.

Ma questo è il compito di un partito, raccogliere le istanze della gente comune, di quella gente che cerca “il modesto benessere”, che ha diritto al quieto vivere e trasformare le loro richieste in soluzioni.

Non siamo in una civiltà utopica dove la democrazia diretta risolve i problemi. Lasciamo questi falsi intendimenti ai “grillini” inquietante movimento e non illudiamoci sulla novità di questi.

Dunque queste sono stati le linee guida su cui in questi anni abbiamo cercato di costruire la nostra presenza.

“E il nostro essere di sinistra dove essere di sinistra in un paese democratico e avanzato significa impegnarsi non solo sugli obiettivi della conquista del potere e della redistribuzione delle risorse, ma anche impegnarsi nello stesso tempo per accrescere e qualificare le risorse a disposizione della comunità. Un impegno, questo, che in una società avanzata contribuisce anche a soddisfare al meglio le esigenze e le istanze dei ceti popolari e dei ceti deboli, chiamati alla competizione costruttiva o alla collaborazione ( ed ecco l’aspetto originale dell’essere di sinistra nel nostro tempo ) con altre componenti vitali nella società.”

Quando si chiude un percorso si è soliti dire che si passa il testimone. Io non credo che sia così. O meglio, non credo sia solo questo.

Si passa la torcia della libertà, questa si. Quella che i nostri padri e i nostri nonni hanno riconquistato combattendo per liberarci dal gioco nazifascista. Si passa un patrimonio culturale e di esperienza perché in politica si costruisce sempre per lasciare ad altri qualcosa e perché non si parte mai da zero.

Dunque nessun testimone da passare, ma solo un patrimonio culturale e una esperienza umana e civile di militanti che va sempre mantenuto e valorizzato perché a loro va il nostro rispetto.

C’è una frase che alcune volte mi avete sentito citare. È una frase di Ionesco che dice questo.
“La donna che nessuno ama,
l’uomo cui diagnosticano un cancro,
il pensionato sulla panchina,
l’anonimo o l’illustre che si fa la barba e,
guardandosi allo specchio, si chiede che ci fa lì.
Tutti costoro non furono né mai saranno consolati dal alcuna politica”.

Ecco questa non è una frase che esprime un giudizio negativo della politica. Ci ricorda i nostri limiti e ci ricorda con un monito che il nostro compito non è di dare risposte a tutto. Non è consolare le persone. Il compito di chi fa politica è pensare al domani, ad un domani migliore, un domani più sicuro e fatto di certezze. E di una certezza su tutte. Che la vita possa essere diversa e migliore rispetto a quella che la nascita ci ha riservato. E questo soprattutto ora che per la prima volta nella nostra storia repubblicana i figli rischiano di vivere una vita peggiore di quella dei padri.

“L’uomo passa la sua vita a ragionare sul passato, a lamentarsi del presente, a tremare per l’avvenire” dice Antoine De Rival polemista del settecento.

Non a tremare per l’avvenire, ma dare speranza per un futuro migliore, questo è il compito della politica.

Roberto Molinari

Varese, 9 novembre 2013



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