Lettere: quelle vite spezzate in grembo

"Famiglia Cristiana" n. 18 del 3 maggio 2009

Don Antonio Sciortino ( 03 maggio 2009 )

Il dolore di una madre che perde i figli che stanno crescendo in grembo. La banale indifferenza che circonda un evento vissuto negli ambienti sanitari. La banalità delle parole della gente....




LA TRISTE ESPERIENZA DI UNA MAMMA CHE, ALL’IMPROVVISO, PERDE DUE GEMELLINI

QUELLE VITE SPEZZATE IN GREMBO

«Ma la cosa più terribile è stata l'assoluta noncuranza del personale sanitario che ha liquidato il mio dramma senza troppi riguardi: due giorni di ricovero e poi via, a casa»



Caro padre, in questa società in cui si sprecano tante parole sull’aborto e si sentono le opinioni più disparate, mi consenta di inviarle queste poche righe, sia per dare voce e senso al profondo dolore che è in me, sia per contribuire a una nuova sensibilità verso la vita nascente. In breve, ecco la storia.

Già mamma di uno splendido bimbo di due anni, a dicembre dello scorso anno scopro, con mia enorme gioia, di essere di nuovo incinta. E stavolta di due gemellini! Tutto procedeva bene, i mesi passavano carichi di attesa e di speranza quando, all’improvviso, in aprile, un sacco amniotico ha ceduto ed è iniziato il mio lungo calvario per più di un mese, in ospedale immobilizzata a letto, per scongiurare l’aborto spontaneo, mentre i miei figli lottavano per stare aggrappati alla vita. Purtroppo, alla 23ª settimana di gravidanza, in una bella giornata di maggio, un’infezione ha posto fine alle mie speranze con un parto prematuro, o meglio "abortivo", come dicono i medici.

Può immaginare il profondo dolore, mio e di mio marito; ci siamo ritrovati tra le braccia due minuscoli bimbi esanimi, agonizzanti, non rianimabili per legge (l’unico conforto è di essere riusciti prontamente a battezzarli...). Ma la cosa più terribile, che ha dato il colpo di grazia al mio povero cuore già così provato, è stata il dover constatare l’assoluta noncuranza del personale sanitario, che ha liquidato la questione senza troppi riguardi: due giorni di ricovero e via, a casa, senza che nessuno mi spiegasse cosa fosse successo, fornendomi un minimo di aiuto e di sostegno psicologico (e sì che mi trovavo in un ospedale della Lombardia, all’avanguardia nella gestione di gravidanze patologiche). Mi sono ritrovata sola, la morte aveva attraversato la mia vita portandosi via i miei figli, e a nessuno importava nulla. Ma gli ospedali non dovrebbero "prendersi cura" delle persone?

Rientrata a casa, i commenti della gente facevano accapponare la pelle! «Dai, ne farete altri, siete giovani»; «Ne avete già uno»; «Piuttosto che rimanervi qui cerebrolesi»... Parole di circostanza, vuote e banali, se non addirittura offensive nel loro falso tono consolatorio. Come se i figli si comprassero al mercato! Come se un bimbo non ancora nato non valesse nulla. Come se una morte nel grembo materno fosse poco più di un fastidioso disguido.

E qui arrivo al punto: mi sono resa conto, con grande sgomento, di come abbiamo a che fare con una mentalità di morte, che non riconosce il valore unico e irripetibile di ogni persona, fin dal primo istante della sua vita. Questo modo di pensare facilone e superficiale spiana la strada alla cultura abortista. È una mentalità "criminale" nella sua "non-responsabilità" verso la vita!

Quando la finiremo di nasconderci dietro le parole? Di dire "embrione" o "feto" anziché "figlio", "persona", "essere umano"? Dio ci ha chiamati per nome fin dal concepimento, per cui "quelle vite spezzate" sono degne di compassione. E se per gli sfortunati piccoli nulla si può più fare, almeno si provveda alla cura e al sostegno di chi ha vissuto tragedie simili alla mia e dovrà per sempre portarsi questa croce nel cuore!

Certo qualcosa già si fa, ma è davvero poco! È questione di sensibilità collettiva, di civiltà…

Selena


( la risposta di Don Antonio Sciortino )

Per te, cara Selena, il poco o molto interesse per la vita di un essere umano, incluse le fasi più precoci del suo sviluppo, è un indicatore di civiltà. Non posso che essere pienamente d’accordo con te. Almeno a partire da quella fase di sviluppo economico e sociale nella quale gli uomini sono liberi dal bisogno nelle sue espressioni più brutali. Quando le condizioni igieniche e alimentari sono tali che soltanto i neonati più robusti hanno la possibilità di sopravvivere, un certo sereno distacco nei loro confronti è una strategia per non pagare un prezzo psicologico troppo alto alla morte dei bambini. Nella nostra realtà sociale non è preistoria, ma storia recente.

L’altissima mortalità infantile, fino alla metà del secolo scorso, suggeriva di ritardare il processo di attaccamento, lasciandolo crescere progressivamente, man mano che venivano superate le tappe più insidiose. Era funzionale a questo atteggiamento anche un’accettazione in termini religiosi di queste morti precoci. I bambini morti prematuramente venivano equiparati agli "angeli"; le cerimonie funebri, all’insegna del colore bianco, non avevano un carattere drammatico. Risultava più facile riconoscere la volontà di Dio dietro a eventi che le risorse umane non erano capaci di impedire.

Un’eco di questo benevolo fatalismo si può risentire anche in quelle frasi che ti hanno così ferito, Selena. Erano intese come parole di conforto: un invito a non lasciarsi schiacciare dal dolore per la perdita dei due bambini, che non sono riusciti neppure a terminare l’intero percorso della vita nel grembo materno. Esortazioni ancora cariche di quella relativizzazione del dramma di veder morire un figlio, che in passato era frutto di saggezza. Allora i bambini venivano concepiti in misura generosa; purtroppo, in numero ugualmente alto uscivano dalla vita ancor prima di avervi potuto posare i loro piedini, ma subito altri candidati prendevano il loro posto.

Oggi non è più così. La nascita di bambini è sempre più diradata, cresce il fenomeno del figlio unico. Sui figli c’è un forte investimento affettivo da parte di papà e mamma; di conseguenza, quando il progetto naufraga, per varie ragioni, i genitori mancati sono affranti e devono elaborare un lutto.

Quel che possiamo imparare dalla tua vicenda, cara Selena, è che certe frasi fatte, che abbiamo ereditato dal passato, non danno conforto. Al contrario, e contro l’intenzione di chi le proferisce, feriscono di più i genitori in lutto. È lodevole la volontà di esprimere la propria vicinanza a chi è colpito da una disgrazia, ma bisogna farlo nel modo giusto. E certe espressioni che minimizzano la perdita di un bambino atteso, oggi non lo sono più.

Un discorso a parte merita il comportamento dei sanitari, che ti ha ferito nel profondo dell’animo. Non c’è niente da rimproverare loro sul piano professionale: non siamo di fronte a uno di quei casi di "malasanità". Medici e infermieri si sono prodigati con competenza, ma salvare la vita dei gemellini non era nelle possibilità della medicina. Anche della migliore medicina. Le loro carenze sono su un altro piano: quello del "prendersi cura" della persona segnata dalla prova. Hanno reagito con una ruvidezza degna del televisivo dottor House, più che con quella sensibilità che ci aspettiamo dai professionisti sanitari di oggi.

Tu non pretendevi da loro quella compartecipazione calorosa al dramma che ci si può attendere dagli amici. Desideravi informazioni per capire gli eventi, spiegazioni dei fatti biologici. In altre parole, anche in quella perdita straziante, volevi essere trattata da adulta. È questo l’orizzonte della nuova medicina, che ci permette di affrontare le vicende del corpo – da quelle liete a quelle più tragiche – da protagonisti responsabili.



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