Pdl: l'esito della transizione

Il Regno - Attualità n. 8/2009

Gianfranco Brunelli ( 06 maggio 2009 )

Commento della rivista "Il Regno" alla situazione politica e alla formazione della Pdl. Ce n'è anche per il PD. Generalmente la rivista è stata valutata come "prodiana". Dalle parole scritte tuttavia si può pensare che i "prodiani" o gli "ulivisti" figli del professore non godano di particolare stima da parte dei padri dehoniani di Bologna.

Pdl: l’esito della transizione

Nella forma del bipartitismo imperfetto e sotto il segno del “berlusconismo”

Non sappiamo ancora come sarà il campo politico del centrosinistra dopo il terremoto elettorale del 2008, né che cosa. Sappiamo che cosa è il centrodestra. Con la nascita del Popolo della libertà (PDL), il 27-29 marzo scorsi, Berlusconi ha oggettivato se stesso. Ha avviato la stabilizzazione del sistema cercando di fissare in modo permanente i rapporti di forza attuali. La lunga transizione politica italiana s’avvia alla conclusione nella forma sistemica del bipartitismo imperfetto e sotto il segno del «berlusconismo» come linguaggio e spazio politico del centrodestra.

Il nuovo Pentapartito.
Sorta dal superamento di Forza Italia, dall’integrazione di Alleanza nazionale e dalla confluenza di altre formazioni minori (repubblicani, socialisti, liberali, scissionisti dell’Unione dei democratici di centro – UDC), la nuova formazione di Berlusconi va a occupare stabilmente e nella forma di un partito integrato quello che fu lo spazio politico ed elettorale del Pentapartito. Il PDL non è una destra tradizionale, non è la nuova DC: è un partito popolare, di carattere moderato, diffuso a livello nazionale che va a ricoprire l’area che fu appunto del Pentapartito. Il PDL non è una formazione di destra in senso tradizionale. Questo esito è stato escluso da Fini nell’atto dello scioglimento di Alleanza nazionale (22 marzo) anche sotto forma della sopravvivenza di una corrente di destra all’interno del nuovo partito.
Vi è certo il radicamento e la struttura tradizionale del vecchio Movimento sociale italiano (MSI) a dare corpo a un partito, che se fosse rimasto nella forma di Forza Italia sarebbe stato insufficiente a stabilizzare a livello nazionale l’intero processo. Forza Italia è stato lo strumento attraverso il quale Berlusconi ha gestito sin dal 1994 il cambiamento della struttura della comunicazione applicando alla politica le regole del marketing commerciale e alla ricerca del consenso la politica dei sondaggi. Forza Italia è stata la struttura antipartito di fronte alla crisi del partito di massa novecentesco, lo strumento per trasformare i congressi e le assemblee di partito in platea televisiva. Il popolo è la gente e la gente è diventata pubblico. Forza Italia si è identificata con la funzione e il ruolo del leader: non ha elaborato programmi, dato voce a potenziali leader diversi: gli ha fatto eco. Forza Italia è stato lo strumento privilegiato e personale con il quale Berlusconi ha creato la propria leadership: al corpo del partito egli ha sostituito il corpo del leader, la sua immagine è diventata l’immagine degli italiani, anzi, dell’italiano vero. Tutto questo ha segnato profondamente i comportamenti e la cultura del paese, accelerandone la secolarizzazione. Ma non si tratta di una destra tradizionale. Se si dovessero indicare formazioni di destra, a parte il gruppo nostalgico di Storace, si dovrebbe individuare proprio nella Lega, per cultura e comportamenti, una formazione di destra, così come in alcuni atteggiamenti dello stesso Di Pietro.
Berlusconi porta nel nuovo partito tutto quello che Forza Italia ha rappresentato, ma con una capacità di radicamento maggiore, in un soggetto dalle dimensioni tendenzialmente maggioritarie, con un passaggio di scala che sia in grado di creare quadri politici diversi. Permane il legame diretto, immediato tra il leader e il suo popolo. Anzi lo schema populista della legittimazione popolare diretta è volto a definire il partito come collettore elettorale di quella legittimazione e il governo come strumento nelle mani del leader. Ha ragione Baget Bozzo quando osserva che «popolare vuol dire il nesso tra elezioni e governo». E questo è divenuto oramai un problema costituzionale. Il Popolo della libertà non è neppure la nuova Democrazia cristiana. Il suo essere all’interno del Partito popolare europeo ne qualifica il moderatismo, le venature liberal-conservatrici, ne segnala anzi, nella distanza tra la stessa formazione europea e i partiti democristiani che in massima parte le diedero forma, la distanza attuale. La DC è stata, anche nella sua fase finale, molto più interna ed espressiva del «mondo cattolico» di quanto lo possa essere il PDL. Esso è a un tempo più laicista (ma meglio dovremmo dire: più indifferente) e più clericale (ma meglio dovremmo dire: più strumentale). Non è, non può essere, espressione del mondo cattolico, dal momento che esso in buona parte non esiste più; non è, e non può essere, espressione di una laicità credente, anche nelle forme secolarizzate, perché la situazione critica del cattolicesimo italiano e le scelte delle gerarchie ecclesiastiche non sembrano in grado di riproporre, a breve, una storia che è stata la migliore storia a un tempo di fedeltà e di laicità che l’Italia cattolica e quella laica abbiano conosciuto. I teocon sono un’opzione politica, non religiosa, che punta tutto sull’influenza pubblica della Chiesa come surrogato ideologico alla crisi della cultura occidentale: una scelta politicamente legittima, ma un pessimo affare per la Chiesa, qualora immaginasse una forma di intesa con loro, oltre a qualche occasionale strumentalizzazione reciproca.
Conclusa la linea Ruini del «Progetto culturale», che nel dialogo tra istituzione ecclesiastica e una parte della cultura laica, liberale e conservatrice, aveva immaginato la ripresa di un’egemonia culturale cattolica in questo paese, dunque un utilizzo strumentale forte, favorevole alla Chiesa, di questo rapporto, oggi, più modestamente, si rischia di confondere cattolicesimo con moderatismo e di dirigere,
pressoché gratuitamente, il proprio residuale consenso verso un partito garantista. Del resto basta la presenza di Fini a dimostrare come il PDL sia molto articolato al proprio interno e proprio la linea teocon non possa divenire la linea dell’intero PDL.

Il «berlusconismo» come presidenzialismo.

Dopo il crollo delle sinistre nel 2008, il successo elettorale del cartello PDL, il non sfondamento della Lega e il galleggiamento dell’UDC, Berlusconi aveva bisogno di compiere l’ultimo passo. Col Popolo della libertà egli rafforza il suo governo, aprendo un confronto con la Lega all’interno della coalizione e con l’UDC nel Partito popolare europeo. Da questo punto di vista le prossime elezioni sono un campo decisivo di questo duplice confronto. Del resto la maggioranza uscita dalle urne del 2008 non ha alternative.
Il Partito democratico, dopo il disastro veltroniano, non ha né i numeri né una linea politica che gli consentano di rappresentare un’alternativa politica a questo governo. Il crollo della sinistra storica di matrice comunista crea un vuoto di vaste proporzioni sul piano della cultura politica e conferisce a questo governo le sembianze di una vera e propria nuova classe dirigente.
Non basta tuttavia dire Veltroni. Qui il disastro è stato preparato per tempo. L’incapacità dell’intera classe dirigente postcomunista (D’Alema in primis) di uscire definitivamente dalla propria storia (il tentativo più avanzato fu quello di Veltroni che negò di essere stato comunista), giudicando senza equivoci gli errori culturali e politici; l’opportunismo dei popolari, che si acconciarono a ogni passaggio della transizione a una subalternità valorizzata al più alto prezzo possibile; e ancora l’opportunismo di ulivisti e prodiani che non osarono riprendere il degasperiano anticomunismo democratico per poter affrontare adeguatamente il rapporto tra cattolici democratici e sinistra in questo paese: tutto questo ha posto solide premesse perché l’Ulivo rimanesse solo una storia plausibile e non divenisse una realtà e il Partito democratico fosse un modesto compromesso in casa postcomunista. Dopo la sconfitta veltroniana, Franceschini ha cambiato i toni del linguaggio, per ritrovare uno spazio di manovra politica, ma i toni non sono il linguaggio. Egli «muta d’accento», non «di pensiero». Il PD difetta nel sostantivo e nell’aggettivo e la sua linea politica è di rimessa rispetto all’azione berlusconiana. Il discorso che Berlusconi ha fatto al congresso di fondazione del PDL centra proprio la crisi del PD. Il suo ostentato anticomunismo è certamente un retaggio del passato, della sua stessa vicenda personale, ma risponde a una precisa intenzione politica. L’attacco al PD è rivelatore della volontà del premier di rimuovere e cambiare parti significative della Costituzione. Egli rovescia l’operazione politico-culturale che la «Repubblica dei partiti» aveva fatto nel dopoguerra: allora in nome della Costituzione fu l’antifascismo il collante e la legittimazione che consentiva alle forze politiche di definirsi democratiche (in particolare il PCI) e di contrapporsi (DC/PCI). Più fu forte quell’assetto di legittimazione, a cui concorsero laici e cattolici, più oggi si rafforza, una volta conclusa la vicenda del fascismo, il collante di legittimazione dell’anticomunismo. Più fu forte l’idea del patto costituzionale, più oggi diviene forte la spinta a rivedere la Costituzione, che Berlusconi già definisce il frutto di un compromesso catto-comunista. L’obiettivo berlusconiano è quello di arrivare a varare formalmente una repubblica presidenziale, per questo egli definisce il PDL il partito della riforma dello stato. Già oggi, del resto, si assiste a una prevalenza dell’esecutivo sul Parlamento e del premier sull’esecutivo. Senza un cambio della forma statuale, l’equilibrio di forze che egli ha realizzato rischia di subire contraccolpi imprevedibili nel dopo- Berlusconi. Egli vuole trasformare il «berlusconismo» in una visione istituzionale. Il problema, a quel livello, è di democrazia reale.

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