Elezioni del 25 maggio, scenario e prospettive”

www.robertomolinari.it del 23 giugno 2014

Roberto Molinari ( 23 giugno 2014 )

Ho inviato ai quadri del PD di Varese questa mia, lunga, riflessione sul risultato elettorale del 25 maggio scorso. Ovviamente, come speso mi capita, ho aggiunto alcuni spunti nati da un ragionamento fatto a voce alta e che, spero, possa risultare comprensibile.



“Elezioni del 25 maggio, scenario e prospettive”







“Appena la democrazia ha raggiunto una certa tappa della sua evoluzione, viene sottoposta a una specie di processo di degenerazione. Assume lo spirito e le forme aristocratiche di vita contro cui un tempo aveva combattuto. Poi insorgono dall’interno voci che l’accusano di oligarchia, ma dopo un periodo di lotte gloriose e di ingloriosa partecipazione al potere, coloro stessi che l’avevano accusata salgono a loro volta nella classe dominante per permettere a nuovi difensori della libertà di insorgere in nome della democrazia. Questo gioco crudele tra l’inguaribile idealismo dei giovani, e l’inguaribile sete di dominio dei vecchi, non avrà mai fine.”
( Roberto Michels )

“Parole senza pudore e senza qualità intasano la chiacchiera dei partiti. Le fattucchiere del politichese riempiono di nulla questa infelice stagione politica. Forse non vale la pena di entrare nel fuoco della controversia, che è un fuoco fatuo. Conviene chiedere soccorso alle risorse dell’ironia e della pietà. Ci aiutano a ritrovare la misura umana della politica e risarcire la sua incompetenza della vita”
( Mino Martinazzoli )






Introduzione

Le elezioni europee del 25 maggio scorso hanno detto alcune cose. Hanno detto che gli italiani sono sicuramente più saggi e pazienti di quanto lo si fa normalmente. Hanno detto che c’è uno spazio politico che va da “Grillo” a Berlusconi che può essere occupato e che c’è una domanda politica di “riforme” che è stato temporaneamente riempito più da Renzi che dal PD. Le elezioni europee hanno anche detto che i venti anni di berlusconismo hanno cambiato la comunicazione politica, hanno cambiato il volto dei partiti e li hanno resi sempre più dipendenti, piaccia o no, nel bene e nel male, dai loro leader e dalle narrazioni che questi sanno dare alle opinioni pubbliche.

Ma le elezioni del 25 maggio hanno anche detto un’altra cosa.

Hanno detto che il quadro politico italiano è in evoluzione e che la “transizione infinita” è ancora tale almeno fino a quando l’assetto bipolare non troverà una sua evoluzione definita con un deciso riassetto del centrodestra attualmente scomposto e ancora troppo condizionato dalla figura del padre padrone Berlusconi. Hanno anche detto che gli italiani hanno ancora una volta dato fiducia, ma questa fiducia è a tempo e il tempo dato è molto minore rispetto a quello concesso in precedenza.

A costo di essere banale e anche un po’ ripetitivo, le elezioni del 25 maggio, elezioni europee ( ma anche amministrative per alcuni milioni di italiani ) hanno avuto un unico vero vincitore e un unico vero sconfitto e questo è frutto soprattutto per come si è svolta l’intera campagna elettorale.
Le elezioni sono state vinte da Renzi e Grillo e il suo “5stelle” sono i grandi sconfitti.
Cercare di capire le ragioni di un risultato così straordinario ( oltre il 40% ) non significa correre in soccorso del vincitore delle primarie, del Segretario del PD e attuale Presidente del Consiglio. Anzi, certi comportamenti di coloro che eufemisticamente sono stati definiti come le donne e gli uomini del “tortello magico” appaiono sconcertanti.

Così come, evidenziarne i limiti, non ha il significato di percorrere strade del passato per cui un “grande successo” è trasformato in una quasi sconfitta solo per il fatto che a vincere è stato qualcun altro che ha usato linguaggio e metodi diversi rispetto ad una determinata storia o perché si voglia essere gli eterni “insoddisfatti”.

Ovviamente nulla a che fare con gli “ultras della curva”, quelli che sono sempre proni a raccogliere l’ultimo pensiero del leader e a farsene portatore in ogni sede e luogo, dimentichi che un partito è luogo di libera elaborazione e che essere critici, o quanto meno pensanti senza particolari tornaconti, caratteristica ormai quasi rara in politica, non è un vezzo intellettuale, ma l’antidoto al pensiero unico e all’omologazione “ossequiosa” e plaudente, veri pericoli in grado di alterare la qualità della nostra democrazia.


Dunque, questo contributo vuole essere solo una riflessione fatta con sommessa voce, una riflessione che parte da un successo per cercare di confrontarsi con una realtà politica in evoluzione e capire che spazio ci può essere, soprattutto a livello locale, e se, perché poi questa è la domanda ripetuta e ritornante, ha ancora senso fare politica in un partito politico a fronte di campagne elettorali giocate tutte sulla capacità di penetrazione nell’opinione pubblica dal leader nazionale e dal sempre più preponderante processo di “personalizzazione” .

Cap. 1

Renzi ha vinto queste elezioni. Le ha vinte in maniera larga e, nella misura in cui questo è avvenuto, per certi versi inaspettata. E’ stato bravo perché è riuscito a trasformare una competizione politica in una sorta di scontro finale tra chi voleva dare una speranza ad un Paese esausto e chi invece, proprio partendo dall’esasperazione e dalla rabbia, prometteva solo di fare macerie.

Queste elezioni hanno visto svolgersi un referendum. Un referendum tra Grillo che ha gettato unicamente tutto il suo peso di guitto, arruffapopoli, comiziante e chi la proposta l’ha costruita in maniera tale da poter mettere su di una bilancia una narrazione fatta di speranza, promesse di riforme e cambiamenti.

Renzi ha intercettato un sentimento comune, quello degli italiani che non vogliono diventare ricchi, ma che anelano al “modesto benessere”, degli italiani stanchi e preoccupati perché vedono il figlio, la moglie, il proprio padre senza un lavoro e che chiedono solo di lavorare e guadagnare quel tanto che consenta a tutti di avere la possibilità di programmarsi un futuro, di comprare casa, di assicurarsi la vecchia.

Ecco perché sono stati importanti i tanto criticati 80 euro. Perché, per la prima volta, hanno significato la possibilità di “ridistribuire” non costi, ma un sia pur minimo beneficio. Solo il milionario Grillo e l’altro milionario Berlusconi non si sono resi conto che anche una cifra per quanto modesta poteva far comunque comodo e rappresentare un cambio di tendenza atteso da anni.

E così la rabbia cresciuta sul malessere che Grillo ha inteso utilizzare indirizzandola con i suoi consueti insulti, scherni e lazzi, contro Renzi, il PD e Giorgio Napolitano ha provocato la reazione opposta a quella che l’ex comico si aspettava.
Ha provocato la reazione della gente comune, della gente per bene che non vuole la “rivoluzione”, non vuole la “terra bruciata” e l’abbattimento del sistema politico istituzionale, ma vuole poter avere la possibilità di costruire e lasciare un futuro a chi ci sarà domani.
Il voto è stato un voto di buon senso. A fronte di un referendum che imponeva di scegliere solo tra due ipotesi, l’italiano medio, il ceto medio che è la stragrande maggioranza, ha scelto di privilegiare la speranza, l’invito a credere che un’altra Italia è possibile.
Grillo prometteva processi in piazza, “tribunali del popolo” ricordando con linguaggio truculento e violento gli anni di piombo quando una intera classe dirigente politica era messa sotto accusa e additata come unica responsabile dei mali italiani.

Prometteva di superare il PD accusandolo di essere l’unico muro capace di arrestare la sua “onda” distruttiva. Prometteva lo “tsunami” elettorale, ma non ha mai e non è mai riuscito a raccontare che vuole fare col consenso e cosa vuole costruire dopo aver distrutto tutto. In questo sta forse la chiave di lettura più comprensibile di una vittoria politica che si è fatta travolgente con le prime proiezioni.

Renzi è stato capace di rendere “utile” il voto, di renderlo razionale di fronte all’emotività rabbiosa evocata con rancore da Grillo. Tra la rabbia senza speranza e una speranza costruttiva anche se non ancora adempiuta gli elettori hanno scelto la seconda. Certo, accanto a questo ci sta anche che Renzi ha introdotto la sensazione di un deciso cambio di marcia sia nel governo del Paese sia nelle cose che riguardano la politica e il partito. Ci sta sicuramente l’attenzione dimostrata nei confronti del ceto medio con gli 80 euro, ma ci sta anche la ventata di “svecchiamento” portata avanti rispetto agli eterni volti della politica e della politica del PD in particolare. Dunque è una vittoria prima di Renzi piuttosto che del PD. E questo apre ad altre riflessioni.

Inizialmente scrivevo che Berlusconi ha cambiato in questi venti anni la comunicazione della politica, ma anche la natura dei partiti stessi nel nostro Paese. Questo non vuol dire che tutto l’abbia fatto il Cavaliere, esisteva già una tendenza soprattutto se si guarda a quanto accadeva negli Stati Uniti, tuttavia, da noi, come spesso avviene i fatti politici si sviluppano diversamente mettendo in luce gli aspetti più negativi.

In Italia da due decenni la politica ha visto affermarsi il modello della “personalizzazione” e della “democrazia del pubblico”. Scriveva meno di due anni fa Ilvio Diamanti “La democrazia del pubblico emerge in seguito alla crisi della “democrazia dei partiti”, determinata dal declino, appunto, dei partiti, i quali si riducono a “cartelli” di oligarchie, perdono credibilità e capacità di mobilitazione. Non solo: alimentano sfiducia e cedono, dunque, spazio e ruolo alla “personalizzazione”. In altri termini, gli elettori, per decidere “come” e “per chi” votare, guardano più al leader che ai partiti. Si allontanano, cioè, dalle organizzazioni politiche e si fidano maggiormente delle “persone”. Le ideologie e le identità collettive, d’altronde, si sono indebolite, mentre è cresciuto e continua a crescere l’importanza della “fiducia personale”. Parallelamente al declino delle organizzazioni sociali e politiche nel territorio, si è imposta la “comunicazione” mediale – e in particolare la televisione. Il rapporto tra i partiti e i leader politici da un lato, la società e gli elettori dall’altro, avviene, quindi, sempre meno attraverso la partecipazione e la mobilitazione sociale e sempre più attraverso i media e il marketing politico” ( I. Diamanti “Gramsci, Manzoni e mia suocera” ).
In Italia in questi venti anni si è diffuso e affermato il modello della “personalizzazione” della politica e da noi ha prevalso il “partito personale” nella sua declinazione berlusconiana, il “partito padronale”.
Diamanti giustamente sottolinea che a fronte di un indebolimento delle ideologie e delle identità collettive è cresciuta l’importanza della “fiducia personale”, dunque di quel particolare rapporto che intercorre tra leader e opinione pubblica.

Per anni noi, il centrosinistra, abbiamo cercato di aver un leader capace di essere concorrenziale a Berlusconi su questo terreno, sul terreno dell’empatia con gli italiani, con i loro sentimenti e capace di essere comunicativo.

Renzi, oggi, è la più riuscita alternativa a Berlusconi tanto che in alcuni commenti del dopo 25 maggio qualcuno ha ipotizzato l’esistenza del PdR ( inteso come Partito di Renzi ) anziché del PD e questo per sottolineare il peso “personale” giocato dal leader ( per l’Istituto Cattaneo si tratta di 6 punti in percentuale ) rispetto al risultato del partito.

Dunque il PD per la prima volta nella sua storia si trova ad affrontare un problema diverso, totalmente diverso, rispetto al passato.

Per la prima volta ha un leader che fa da traino al partito e questo avviene proprio nel solco di un processo di “personalizzazione” della politica e di “fiducia” espressa dagli elettori più nei confronti del leader che nei confronti del partito.
Perché è un problema nuovo?
Perché culturalmente il centrosinistra si è sempre mostrato ostile alle leadership forti, ai processi di “personalizzazione” e a quelli di comunicazione spinta, o del maketing ( malgrado il tentativo passato di Veltroni al riguardo ).
Quindi questa è una situazione nuova e assolutamente diversa rispetto a tutte le nostre considerazioni passate.

Ma ci sono anche altri aspetti su cui riflettere. Provo a sintetizzarli in alcune domande.

Quanto può resistere un leader senza partito? Quanto è possibile o meglio cosa è possibile fare per consolidare un risultato elettorale come questo che ha portato a votare PD anche persone che non lo hanno mai sostenuto o che addirittura votano cd? E’ cambiata la base elettorale del PD in queste elezioni, ma se questo è frutto totalmente di un voto d’opinione o di un voto reso utile rispetto ad una contrapposizione con Grillo, come è possibile consolidare questo consenso?
Il nord del Paese si è schierato decisamente con il PD, ma il sud, viceversa, si è orientato verso il “Movimento 5 stelle”, possiamo ancora parlare di questione settentrionale e questione meridionale?


Cap. 2

Per cercare di svolgere ulteriormente qualche ragionamento e dare qualche ipotesi di risposta alle domande fatte, a mio parere, è opportuno verificare i risultati delle elezioni europee con quelli avutisi alle amministrative conclusesi solo domenica 8 giugno con il turno di ballottaggio.

Rispetto alle elezioni europee non c’è stata una valanga “renziana” alle amministrative. La paura di “Grillo” che ha portato voti al PD alle europee, alle elezioni amministrative non è servita, non ha prodotto lo stesso risultato, anzi abbiamo assistito in molti casi ad un tutti contro il PD e questo anche in forma spuria.

Il risultato non va certo sottaciuto o disprezzato. Abbiamo conquistato molti comuni, molti capoluoghi che erano del centrodestra o della Lega, ma è anche altrettanto vero che in alcuni casi abbiamo perso roccaforti storiche che appartenevano da molto alla sinistra.
Inoltre, le percentuali avute con le europee non sono state confermate con le liste PD alle elezioni amministrative.

Diversi fattori possono aver giocato. Certamente il prevalere di situazioni locali di difficile semplificazione e lettura. Certamente i recenti fatti di corruzione.
Ha scritto giustamente Massimo Franco “La corruzione pesa, e peserà ulteriormente senza una risposta politica. Accentuerà la fuga verso la protesta, e aumenterà il numero delle persone che si rifiutano di andare alle urne perché non trovano più una buona ragione per farlo. Livelli di non partecipazione di questa portata non sono fisiologici. Mostrano una democrazia in affanno non solo per gli scandali veneziani o milanesi, ma per l’incapacità di ritrovare un baricentro stabile.” ( Corriere della Sera del 9 giugno 2014 ).

E sempre nello stesso pezzo Franco aggiungeva tra le diverse interpretazioni del voto “ La cifra rimane quella della voglia di cambiare. E il ricambio premia in alcune realtà il Movimento5Stelle, in altre il PD, in altre ancora un centrodestra acefalo, in crisi ma tutt’altro che inesistente. Chi appare politicamente datato, fatica. Vengono premiati gli avversari perfino quando si presentano con alleanze ambigue e irrituali, come quelle tra i candidati di Beppe Grillo e settori del mondo moderato ostile alla sinistra. Insomma, il quadro che emerge è più sfaccettato di quello regalato di recente dalle urne europee”.

Lo stesso giudizio è stato espresso anche dalla politologa Elisabetta Gualmini con una accentuazione “Alla fine tutto torna. I risultati del secondo turno delle comunali, combinati con gli esiti del primo, mandano un messaggio forte e chiaro. Vince chi cambia. Chi propone facce nuove e programmi che appaiono credibili.” ( La Stampa del 10 giugno 2014 )

Più articolata e complessa l’analisi di Ilvo Diamanti “Nel passato, infatti, il centrosinistra era più forte e governava – soprattutto nei comuni più grandi e, dunque, nei capoluoghi. Oggi non è più così. E’ più forte in provincia. Ciò si spiega, fra l’altro con la concorrenza – accesa – imposta soprattutto nei contesti urbani, da altri attori politici e da altre liste. Dal M5s, ma anche da liste e comitati espressi nell’ambito della sinistra…… Il PdR ( partito di Renzi ), dunque ha conquistato l’Italia, perché ha superato i confini storici del PD. Ma il PD stesso, a sua volta, si è diffuso nella Provincia del Nord - ma anche del Centro. Dove il peso degli apparati conta meno delle persone. Anzi, si identificano con loro. Con i Sindaci. Perché questo è avvenuto, negli ultimi anni. La fine dei partiti di apparato. Rimpiazzati, sempre più, dalle persone……D’altronde, i sindaci oggi stanno diventando più importanti dei partiti stessi. I quali sono divenuti soggetti al servizio dei leader. A livello locale. Ma anche nazionale. Questo semmai, è il problema del Partito di Renzi. Il PdR. Non limitarsi a fare “come se il PD non ci fosse”…..” ( Ilvo Diamanti Repubblica del 10 giugno 2014 )

Franco, Gualmini e Diamanti hanno concentrato la loro attenzione su alcuni aspetti per spiegare il successo alle europee e il diverso risultato alle amministrative. Il ricambio del personale e delle politiche, gli scandali, il ruolo del leader nazionale e quello dei sindaci con i partiti al loro servizio.

Personalmente riconduco solo in parte a questi motivi le reali giustificazioni sia del successo di Renzi sia di un risultato per certi versi con luci ed ombre ( più luci che ombre ad essere onesti ) per le amministrative.
Sul ruolo di Renzi ho già scritto, è un dato assolutamente innegabile tant’è che più ci si è distanziati temporalmente dal 25 maggio più sono diminuiti i consensi e questo perché comunque non c’era Renzi in campo – gli elettori non sono stupidi, un conto è votare per le europee e un conto è votare per il sindaco del proprio comune e non tutti i candidati sono Renzi -, e, inoltre, Renzi, con le elezioni europee ha accettato di “sfidare” Grillo e lo ha combattuto come se fosse una sfida finale tra i due, sfida che non si è certo ripetuta alle amministrative, dove, anzi, abbiamo visto un tutti contro il PD.

Parlare poi di “vince chi cambia” non è una grande novità. In politica il cambiamento, tanto più dove e quando prevale il voto d’opinione, è, non una regola, ma una necessità, che però non colpisce solo il PD, ma tutti i partiti. Una volta quando la politica non si riassumeva in centoquaranta caratteri si sarebbe detto che i partiti politici devono imparare ad “essere alternativi a se stessi”.
Così la voglia di cambiamento ha saputo premiare anche il centrodestra dove si è rinnovato o dove c’era la necessità di un mutamento rispetto ad un dominio continuo o dove si dava l’impressione di sostenere e esercitare l’arroganza del potere.

Di questo ne avevamo già avuto un chiaro segnale quando in maniera assolutamente incomprensibile, dopo Veltroni, si volle ricandidare a sindaco di Roma Rutelli, destinando la città al triste “cupio dissolvi” del “metodo Bettini” e dando il governo a Alemanno.
Ma il rinnovamento è una cosa complessa tant’è che a Firenze è stato eletto il numero due di Renzi nella città, Dario Nardella e a Bari l’erede designato di Emiliano il suo ex assessore Antonio Decaro. Dunque è un tantino eccessivo e strumentale utilizzare questo tema come giustificazione di sconfitte o di vittorie tanto più se poi se ne vuol fare solo arma interna di polemica o resa dei conti.
Il rinnovamento in politica è sempre una esigenza, lo è nelle facce, ma lo è molto di più nei contenuti, lo è nella necessità di rinnovare e modificare gli strumenti per cercare di essere in sintonia con gli umori della piazza senza farsene, tuttavia, governare o condizionare, piazza virtuale compresa.
“La politica non si rifugi dietro l’alibi del “l’ha detto la rete” per sfuggire al tema del suo coraggio e della sua sovranità. E’ come per i sondaggi. I politici dei quali bisogna più diffidare sono quelli che decidono per la loro comunità seguendo ciò che dicono le rilevazioni di opinione. Un vero dirigente politico segue la sua coscienza e l’interesse generale. E bisogna stare attenti perché il pericolo è che nel momento più complesso della storia si facciano avanti risposte semplificate. E, in generale, che predomini una cultura che prescinde dal vecchio saggio ammonimento di Marco Aurelio “guardare sempre l’insieme”. La società del frammento, della semplificazione tende all’invettiva e all’emotività. Invece bisogna convivere con la meraviglia della tecnologia mantenendosene autonomi, seguendo un filo di ispirazione etica e politica e non zigzagando appresso alle mode del momento” ( Walter Veltroni in “E se noi domani” ).

Il limite di alcune analisi sta nel pensare che l’Italia sia fatta solo da città medio grandi, dai capoluoghi di provincia. Ma l’Italia del voto delle elezioni amministrative è più complessa e variegata. Il voto più libero è quello d’opinione ed è quello che più si è avvicinato alle europee nelle grandi città, ma anche qui con degli evidenti eccezioni. Le figure dei candidati hanno sicuramente condizionato. La loro credibilità, il radicamento, il grado di conoscenza e di riconoscibilità, ma anche i mezzi a disposizione per farsi conoscere così come l’essere più o meno percepiti come parte di un sistema di potere o esserne in qualche modo alternativa o la distanza registrata dai bisogni comuni dei cittadini sono elementi distintivi e significativi dei risultati.

Diverso l’approccio nei piccoli centri. Sinceramente qui sentir parlare di presenza di apparati di partito è quanto di più lontano dalla realtà. Le liste civiche il più delle volte sono lo strumento dove la politica spesso si confonde, ma anche il modo più semplice per aggregare su “progetti” comuni aperti e senza confini politici o partitici e dove anzi è proprio l’esistenza di un minimo di struttura di partito che consente l’aggregazione ed evita l’anarchia movimentista e un tantino superficiale di molti “uomini e donne di buona volontà”.
Certo il candidato sindaco è sicuramente elemento di collante, ma ne è anche il limite se divide e non è parte della realtà territoriale che vuole governare.

Così come - e si può scrivere con cognizione di causa visto anche la nostra realtà varesina - spesse volte ci si deve scontrare non con l’arroganza dei partiti, ma con quella delle “liste civiche” vissute dai loro proponenti come l’emblema di una pulizia e di una superiorità etica civile ( che non è nella realtà ) rispetto al tanto disprezzato partito politico.

Dunque l’analisi va ben oltre la semplificazione della riduzione di un risultato positivo o negativo data dal semplice grado di rinnovamento o di figure nuove messe a capo di coalizioni più o meno politiche. Rinnovamento, volti nuovi, programmi nuovi, ma anche capacità di lavoro a stretto contatto con i bisogni, radicamento e senso di appartenenza ad una comunità sono a mio parere il mix di un risultato che può essere vincente rispetto ad un quadro politico in evoluzione. Non ultimo aggiungerei anche il “cambio del vento” politico rispetto al comune percepire della gente, un sentimento questo sì fortemente influenzato dagli eventi nazionali e dall’operato del capo del Governo e dalla sua capacità di “narrare una speranza” e di essere in sintonia col bisogno delle persone di pensare positivo e con lo sguardo preoccupato rivolto al futuro.

Gli italiani hanno creduto in Renzi, ma il rischio di deluderli è sicuramente immenso.

Non basterà qualche colpo d’immagine a mantenere il favore da parte di chi vede i parenti licenziati, messi in cassa integrazione, la perdita di potere d’acquisto di stipendi e pensioni o non trova lavoro. E Renzi questo lo sa tant’è che il premier stesso ha avvertito che “non esistono più rendite di posizione” e aggiungo io, né vecchie né nuove, né del vecchio apparato né di quello nuovo che ha sostituito i routinier precedenti del potere, talvolta, anche in maniera più arrogante e privi di quella cultura politica che giustificava, in qualche modo, la lunga permanenza di quel ceto.

Questo scenario porta ad una ulteriore riflessione. Come tenere un elettorato che è molte cose tra loro diverse: la “narrazione renziana”, la paura di Grillo e del suo movimento, la soddisfazione per un Governo che sembra fare, gli 80 euro, l’attuale assenza di alternative, nuovi leader giovani. Tutte pulsioni queste che dovrebbero trovare un grado di sintesi per essere trasformate in un blocco sociale capace di durare nel tempo e stabilizzare la politica italiana. E ancora, come costruire, o meglio sarebbe dire, ammodernare un partito per renderlo in epoca di elettorato liquido capace di intercettare questo possibile blocco sociale e farlo ( per i tempi legittimi della politica ) duraturo? Insomma, come dare un’anima ( nuova? ) ad un partito che non può certo ridursi ad un twitter o a qualche pagina di FB?


Cap. 3

“E’ la democrazia attraverso il suffragio universale che trasforma il sasso in scheda elettorale, la violenza e la lotta fisica tra fazioni in competizione politica e ideologica, la vittoria sul campo di battaglia in conteggio dei voti e la vittoria militare in vittoria temporanea di una maggioranza o di un partito.”
( Nadia Urbinati in “Democrazia in diretta” ).

“Il partito politico vive di idee ma senza diventare una setta, poiché il suo compito è di guadagnare larghi consensi elettorali e far partecipare i cittadini alla edificazione di idee e progetti che sono diversi da quelli di altri partiti e, soprattutto, capaci di produrre esiti concreti. Ecco il carattere del partito politico nel governo rappresentativo”
( Nadia Urbinati in “Italianieuropei n. 3/2014 )

In un certo senso cercare di dare una risposta alle domande cui accennavo prima e cioè come “fidelizzare” il nuovo elettorato per un certo tempo che, come sappiamo nelle democrazie mature, non è per sempre, ma solo temporaneo e come rendere “attraente” il PD e spendibile sul mercato elettorale e metterlo in grado di intercettare gli umori di un nuovo blocco sociale, è rispondere sul ruolo della democrazia rappresentativa e sul partito politico nella società post-moderna in cui i partiti di massa sono scomparsi trasformati in altro ( vedi ad esempio Mauro Calise “Il partito personale” ).

Premetto che non penso esistano soluzioni teoriche esaustive, anzi ritengo che sia solo la prassi, la quotidiana sperimentazione non solo di forme organizzative, ma anche la verifica dei processi culturali che sempre anticipano le soluzioni organizzative a dovere essere messi in dubbio e approfonditi nei contenuti e negli effetti.

Viviamo in una società complessa dove troppe volte la complessità è negata in ragione di una semplificazione ricercata e banalizzante che è frutto e figlia dell’assenza di riflessione e di cultura politica, ma anche dalla “pazza” voglia del mito del “vedere e sapere tutto”. I cittadini della “democrazia del pubblico” chiedono di assistere allo spettacolo della politica. Si siedono nella platea costruita appositamente per loro, vi partecipano direttamente e lo fanno sulla base delle notizie o delle dicerie web circolate, ma anche alimentate per produrre reazioni emotive e così anche l’altro mito, quello della trasparenza, viene a cadere perché molte volte si confonde propaganda con informazione. In ragione della trasparenza viene negata ogni forma di mediazione. Sintesi e compromesso sono identificati con disonestà e falsità non pensando che la democrazia rappresentativa ha bisogno di strategie preparatorie necessarie, appunto, per diminuire le distanze e i conflitti tra le parti e raggiungere un’equa mediazione.
Così abbiamo, nuova idea di partecipazione e di democrazia ( diretta ) i blog, i meetup e le diretta streaming dimenticandosi, per esempio, che la pratica dello streaming, sapendo che il pubblico ci giudica, induce alla ricerca della volontà del giudice e non viceversa al nostro onesto giudizio e questo perché si vuole carpire un verdetto positivo sul nostro operato e di conseguenza si favorisce conformismo e facile consenso.

Dunque la democrazia del web è deresponsabilizzante e totalmente altra cosa rispetto alla democrazia partecipativa che è propria delle forme di democrazia rappresentativa e indiretta come quelle nate nel nostro ( imperfetto ) mondo occidentale.

Questo in brevissimo il quadro attorno in cui occorre ripensare la funzione dei partiti politici, partendo da un presupposto fondamentale e cioè che i partiti politici sono funzionali all’esistenza stessa della democrazia rappresentativa, ne sono elemento non solo fondativo, ma anche necessario per la sopravvivenza dell’unico sistema che ha, in qualche modo e sia pure imperfettamente, risolto il problema dell’eguaglianza dei diritti e della compatibilità tra interessi individuali e collettivi.

Un mio caro amico, ex parlamentare di lungo corso, Lino Duilio nelle nostre spesse e fitte chiacchierate sovente ama ripetere che con i nostri discorsi e le nostre riflessioni non possiamo che sentirci “inattuali” o addirittura “medioevali”, ovviamente lo dice con benevolenza tutta positiva ritenendo, io dico giustamente, che troppe volte, in questo nostro tempo politico, il solo fatto di cercare di fare delle riflessioni per interpretare la complessità porta ad essere definiti come superati da chi usa il linguaggio della battuta e della semplificazione.

Mi sono permesso di citare questo breve aneddoto personale semplicemente perché riflettendo sul quesito da “dove partire e cosa proporre per una ipotesi di ruolo dei partiti politici”, in maniera molto “inattuale”, mi sono imbattuto in un testo che mi ha molto colpito.

Lo scritto è parte di uno scambio epistolare tra uno storico uomo del socialismo riformista, Antonio Labriola ed un conservatore uomo dell’Italia del notabilato, Pasquale Villari, in occasione del primo grande scandalo politico economico del nostro Paese non da molto unificato, quello della Banca di Roma.
“Non mi sono mai sognato che il socialismo italiano fosse leva per rovesciare il mondo capitalistico. A ciò non crede nessuno nel mondo civile, e soprattutto non ci credono i socialisti di altri paesi. Io ho inteso sempre il socialismo italiano come un mezzo: 1. per sviluppare il senso politico nelle moltitudini; 2. per educare quella parte di operai che è educabile alla organizzazione di classe; 3. per opporre alle varie camorre che si chiamano partiti una forte compagine popolare; 4. per costringere i rappresentanti del governo alle riforme economiche utili a tutti…. Occorre che i capi, direttori, propagandisti e scrittori del Partito Socialista siano persone di grande abnegazione, che non mirino al successo immediato, e che, senza confondere l’opera loro coi moti inconsulti delle moltitudini inconscie, si tengano estranei ai pasticci parlamentari, e non subiscano la corruzione dei fugaci accordi e delle inoneste condiscendenze”.
(A. Labriola “Epistolario 1896 – 1904” )

Queste sono parole lontane, antiche, ma che ripropongono anche a noi in epoca di antipolitica, di antipartiti, di democrazia plebiscitaria o di oligarchie elette e di crisi della democrazia rappresentativa quale allora era il ruolo che doveva assurgere il partito politico all’interno di un sistema, appunto, di democrazia rappresentativa.

Questo del rapporto democrazia rappresentativa e ruolo dei partiti è, in un certo senso, il “continuum” che agita le acque della politica italiana da sempre.
Nel 1955 Sturzo scriveva riproponendo a distanza di oltre cinquanta anni dal socialista Labriola e in epoca repubblicana, gli stessi argomenti della lettera indirizzata al Villari.

“Naturalmente dietro i partiti, tutti i partiti, ci sono gruppi di spinta e interessi personali. Ve ne sono anche dietro i governi, tutti i governi, con la differenza che il governo è un potere responsabile, e risponde al Paese e risponde anzitutto al Parlamento. Il partito è un potere non responsabile; non risponde nemmeno agli elettori che gli danno il voto, né ai sostenitori che gli danno i mezzi: un partito, per definizione non ha mezzi propri. E allora? C’è un rimedio: il dirigente del partito ( di tutti i partiti, nessuno escluso ) godendo della libertà democratica la più illimitata, al punto da potere sfiorare il codice, deve sapersi autolimitare. L’autolimitazione in regime di libertà è la regola generale per tutti gli organi della vita pubblica e per tutte le associazioni private che si occupano di pubbliche attività”.
( L. Sturzo in “Non vogliamo la partitocrazia” ne “Il Giornale d’Italia” 1955 )


Ritornando allo scritto di Labriola mi sembra che si possano individuare alcune “aree”, alcune funzioni o scopi prioritari e costanti che giustificano l’esistenza stessa dei partiti politici, partiti che si vogliono “popolari” nel corpo e non solo per definizione data.

A) la formazione del senso politico e la scuola di cittadinanza;
B) educare all’interesse collettivo;
C) la funzione anti-fazione;
D) stimolo;

Nadia Urbinati nel commentare la lettera di Labriola suggerisce alcune interpretazioni ampiamente condivisibili proprio circa le funzioni per niente del passato, ma tuttora attuali, del partito politico.


Così, quando si parla di “formazione del senso politico e di scuola di cittadinanza” si pensa alla funzione tipica di “formare” la capacità di giudizio, di leggere non solo gli interessi personali o privati, ma anche quelli collettivi.

Questo “giudicare politico” difficilmente potrebbe sorgere in una logica di isolamento dell’individuo da qui l’idea che il partito sia luogo dove il confronto con le opinioni aiuta ad uscire, appunto, dall’isolamento.

Non solo. Compito del partito diventa quello di fornire gli strumenti culturali per leggere e interpretare la realtà, per formarsi una coscienza politica e un senso morale di approccio non in balia degli interessi egoisti.

Il secondo scopo è diretta conseguenza e cioè “educare all’interesse collettivo”.

Le persone in un partito si abituano a rispettare le opinioni altrui, si allenano in questa palestra alla discussione libera e collettiva e si educano anche a quello che è elemento quotidiano della democrazia rappresentativa, la mediazione.

Così il partito non è soltanto veicolo di formazione delle opinioni, ma anche luogo che educa al rispetto dell’altrui pensiero e lo fa attraverso la discussione che si vuole collettiva perché solo così’ ci si allena a pensarci come parte e tutto allo stesso tempo, attore dunque di conflitto politico, ma utile al miglioramento dell’esistente.

La funzione anti-fazione è forse quella più spesso dimenticata e più difficile da comprendere e vivere in epoca moderna.

Non rappresentanti di un interesse o di interessi organizzati, ma capaci di stemperare, di mediare, di fare sintesi per collocare il tutto all’interno dell’interesse generale.

Infine la funzione istituzionale. Essere capaci di costringere la maggioranza o chi governa a prendere decisioni utili nell’interesse generale e non di parte.

Insomma, “Un partito strutturato sul territorio e popolare, che risponda alle esigenze di una democrazia pluralista nelle idee e negli interessi e che voglia non essere solo strumento elettoralistico, ma anche un mezzo per tenere in collegamento rappresentativo e cognitivo le opinioni dei cittadini e le istituzioni, esplica le quattro funzioni elencate da Labriola. Facendo questo, esso svolge due ruoli cruciali: limita e contiene il potere della leadership democratico-plebiscitaria ed è diga al partito di notabili”
( Nadia Urbinati )



Conclusioni

Chiedendo scusa per la lunghezza di questo mio ragionare, di un ragionare partito si dal successo elettorale, ma che poi si è sviluppato nel tentativo di costruire un percorso culturale, scusandomi ancora, provo ad abusare della pazienza di chi mi ha seguito fin ora, per tentare di trarre qualche conclusione.

La nostra “transizione infinita”, per dirla con Gabriele De Rosa, iniziata nel 92, ha forse imboccato la fase finale.
Ci sono stati diversi tentativi in questi anni, alcuni improbabili e altri sfortunati.
Alcuni incoerenti, altri bocciati dagli elettori. Tuttavia, io ho sempre pensato che la politica ha ragione delle resistenze e dei mutamenti solo quando i tempi maturano e si creano le condizioni per agire e con il consenso maturato.
O, per dirla con Martinazzoli, quando si verifica che nella politica nazionale si risolve “la disputa intorno al cosa bisogna fare per vincere le elezioni, ma non ci sono domande sul perché occorra vincere”.

Forse dunque siamo entrati in un processo che ci impegna nel definire le ragioni del perché occorra vincere e non solo come vincere.
Perché vincere? Per l’Italia, per dare una speranza e per realizzare un Paese nuovo, pacificato nel suo rancoroso egoismo che è stato alimentato in tutti questi anni da politici sconsiderati e dai nostri limiti.
In questo io vedo, paradossalmente, il contributo portato dalla lista “5stelle” e da Grillo.

Paradossalmente, dunque, è proprio Grillo con la sua antipolitica ad aver spinto gli italiani a votare per Renzi e il PD. E dunque l’antipolitica è carattere italiano che emerge periodicamente, alimentato dai nostri vizi individuali, ma anche collettivi, un carattere “carsico” che appare e ricompare quando la politica non ha interpreti in grado di rassicurare l’italiano e quando il sistema dei partiti si avvicina pericolosamente al punto di non ritorno e porta le istituzioni al limite del tracollo. E’ avvenuto sempre così nel nostro Paese. E’ accaduto dopo la prima guerra mondiale con la fine dello stato liberale, è accaduto così anche nel periodo repubblicano con il movimento dell’ “Uomo qualunque” quando, tuttavia, il sistema riuscì a trovare risposte adeguate, ed è accaduto ancora nei momenti più tragici e fragili della nostra democrazia o come l’ha definita Scoppola la nostra “democrazia dei partiti”. Ora siamo in una nuova fase, una fase dove anche i leader dei partiti più rappresentativi o con maggior consenso elettorale si servono di un “populismo dolce” per arrestare l’onda di piena del qualunquismo e della demagogia.

In questo quadro ho voluto inserire la mia riflessione dedicata in buona parte a democrazia rappresentativa e ruolo dei partiti politici.

Un risultato elettorale non previsto e inatteso nella sua dimensione ampia potrebbe ingenerare la certezza che nulla di più deve essere fatto e che bastano le doti taumaturgiche del leader ( nazionale ) per perpetuare la vittoria, ma non è così e, per fortuna, il leader è meno “renziano” dei renziani e nella conferenza stampa immediatamente a ridosso del 25 maggio ha tenuto toni accettabili e non trionfanti.

Dunque occorre lavorare, lavorare, lavorare. Personalmente, come penso si sia ampiamente capito, credo nello strumento partito e nel suo ruolo “pedagogico” e di elaborazione.

Certo questo non vuol dire che lo “strumento” non debba essere modernizzato o negare che è anche luogo di potere con cui occorre confrontarsi, ma il riscoprire gli scopi, il “ruolo storico” significa prendere atto che il rischio maggiore che corriamo oggi è quello di ridurre anche il PD ad un comitato elettorale a supporto di notabili vecchi e nuovi, di eletti o aspiranti eletti, di carrieristi e professionisti del politically correct o peggio di gruppi di interesse organizzati, lasciando cadere ogni responsabilità a fronte di successi possibili, auspicati, cercati, ma non certi.

Così il riferirsi a “classici” della politica non è un rifugiarsi in mondo ideale, ma il percorrere le strade dell’insegnamento della storia, dei limiti e degli errori della politica oltre che di un fatto culturale perché sono sempre più convinto che la politica, quella per cui vale la pena di fare sacrifici, sia prima che una decisione organizzativa un anelito culturale.

La lezione morotea della fluidità sociale, di una realtà letta nel suo continuo mutamento e movimento non riconducibile a schematismi e semplificazioni, realtà aperta a nuovi sviluppi, ha fatto comprendere la necessità per la politica di definire un ordine inteso, tuttavia, mai come la restaurazione del passato, ma, viceversa, come il progetto, l’impegno a costruire in una società sempre più complessa e articolata un nuovo equilibrio capace di comprendere anziché escludere.

E’ in questo contesto che i partiti politici possono recuperare la loro funzione e svolgere con consapevolezza, con rinnovata vitalità il proprio “ruolo” propedeutico ad una società aperta che tende alla giustizia e la chiede a gran voce.

Il nuovo ruolo “pedagogico” non è più quello della alfabetizzazione delle masse, ma è quello di scrivere una “nuova grammatica”, capace di far maturare consapevolezza di un pensiero aperto, rispetto delle opinioni, mutua accettazione delle diversità, così come della necessità che anche gli interessi individuali devono essere tutelati, ma devono anche trovare il loro equilibrio nell’insieme, nel tutto.

Viviamo in una società che sta, forse, riscoprendo a causa dello stato di necessità, lentamente, la dimensione del “noi” rispetto a quella esasperata, rancorosa e a tratti rabbiosa dell’ “io”.

Dunque anche in questa dimensione occorre che i partiti di massa giochino un loro ruolo e lo devono fare in ragione dell’essere “luoghi” dove il “noi” è sempre stato fondativo dell’essere “popolari”, costruttori di novità, ma anche strumenti di affrancamento dei ceti meno abbienti.

Di qui la necessità di riscoprire percorsi, di modernizzarli superando le lusinghe della semplificazione e proponendo non lo spirito del successo personale, ma quello del sacrificio, della parola “servizio”, caratteri comuni ( sacrificio e servizio ) non moralistici dell’impegno di uomini e donne che hanno fatto la storia collettiva del nostro Paese.

“La politica riconquisterà invece la sua persuasione e la sua necessità per una calma intelligenza degli avvenimenti, per una pacata attitudine ordinatrice, per una tempestiva sensibilità agli annunci lontani, per una sagace intuizione dei nessi e delle relazioni, per la pazienza di un’attesa, per una volitiva percezione dell’occasione e del consenso”
(Mino Martinazzoli )


Roberto Molinari
Componente Direzione P.le
PD Varese


Varese, giugno 2014



Roberto Molinari
339/8303936

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