L’autunno rimane difficile

"La Stampa" del 19 novembre 2014

Marcello Sorgi ( 19 novembre 2014 )

"L’accordo sul Jobs Act raggiunto ieri da Renzi con la sua maggioranza, dopo il compromesso interno con il Pd, spiana la strada alla riforma del lavoro ma porta alla rottura con i sindacati, ormai in marcia verso lo sciopero generale contro l’abolizione dell’articolo 18 e nel complesso contro tutta la politica economica del governo...."

L’autunno rimane difficile


L’accordo sul Jobs Act raggiunto ieri da Renzi con la sua maggioranza, dopo il compromesso interno con il Pd, spiana la strada alla riforma del lavoro ma porta alla rottura con i sindacati, ormai in marcia verso lo sciopero generale contro l’abolizione dell’articolo 18 e nel complesso contro tutta la politica economica del governo. E tuttavia, in vista della prima scadenza elettorale d’autunno, le elezioni regionali in Emilia e in Calabria destinate a trasformarsi in una prova d’appello delle europee di maggio, Renzi segna un punto netto e si prepara ad incassare una nuova vittoria elettorale, anche se il contesto, da maggio ad oggi, è in forte cambiamento.



Quella di primavera infatti, più che una corsa, per Renzi era stata una passeggiata. Con Berlusconi a bordo campo, svogliato e impedito a partecipare alla campagna elettorale dalla condanna definitiva in Cassazione subita l’estate precedente, per il premier in pratica si era trattato di una corsa senza avversari.



Accettata la sfida di Beppe Grillo, convinto, non si sa come, di bissare il successo delle politiche, Renzi incassò nelle urne l’imprevedibile risultato del 40,8 per cento per il Pd, una percentuale mai raggiunta prima dal maggior partito del centrosinistra. Anche stavolta, stando ai sondaggi, la vittoria in Emilia è garantita; e in Calabria assicurata da un sostanziale abbandono del campo del centrodestra, che guidava l’amministrazione regionale uscente. Grillo non a caso ha scelto di disertare l’appuntamento. Quanto a Salvini, il leader della Lega che, grazie a una ricollocazione del suo partito nell’alveo di una destra radicale e nazionale, sta mietendo una forte crescita di consensi, e non solo nel tradizionale insediamento nordista del Carroccio, la sua partita si gioca essenzialmente nel campo dominato fino all’anno scorso dall’ex-Cavaliere, rispetto a cui Salvini non intende più essere subalterno. Resta, certo, il problema dell’ostruzionismo parlamentare di Movimento 5 stelle e sinistra radicale, che potrebbero rallentare il calendario parlamentare, ma in nessun modo impedire l’approvazione dei provvedimenti.



Sul piano politico, dunque, Renzi non ha davanti grosse difficoltà. Se metterà a segno la doppietta dell’approvazione del Jobs Act e della legge di stabilità costruita per la prima volta dopo molti anni su un taglio delle tasse che dovrebbe incoraggiare le imprese a reinvestire, approfittando della flessibilità introdotta dalla nuova legge sul lavoro, anche la pressione di Bruxelles dovrebbe in qualche modo allentarsi, se non altro per verificare se le nuove misure di politica economica saranno in grado di scuotere l’albero disseccato dell’economia italiana. In prospettiva l’incognita più rilevante rimane quella delle dimissioni del Capo dello Stato.



Non è un mistero che il premier si auguri che la ripresa di un percorso virtuoso di riforme possa aiutare Napolitano a resistere ancora qualche mese, per collegare la sua rinuncia a un’uscita dall’emergenza, piuttosto che a un ennesimo fallimento. Ma non è detto che il Presidente torni su una decisione che sembra ormai presa, oltre che largamente annunciata.



Dove invece il governo si troverà ad affrontare un preoccupante mutamento di clima è sul piano sociale. Prima l’ondata di maltempo, poi l’esplosione delle periferie metropolitane soffocate dall’invasione degli extracomunitari, hanno svelato una debolezza intrinseca del Paese, del suo territorio e degli apparati istituzionali che dovrebbero occuparsene, a cui l’ondata di nuovi scioperi e manifestazioni annunciate, in questo momento, rischiano di infliggere il colpo che non ci voleva. Per carità, Renzi ci avrà messo del suo nel rifiutare ogni tipo di concertazione, anche se solo tenendo duro alla fine è riuscito a portare a casa la riforma. Ma in questo quadro è davvero un peccato che i sindacati non abbiano trovato egualmente un modo di interloquire, come ha fatto la parte più ragionevole della minoranza Pd, e abbiano scelto la strada del muro contro muro. E di un’ennesima rottura che peserà su quest’autunno difficile.



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