Una ferita antica che chiama tutti

"Corriere della Sera" del 19 novembre 2014

Franco Venturini ( 19 novembre 2014 )

"Servono il terrore e l’orrore per ricordare al mondo che la più antica delle sue ferite continua a seminare odio e a spargere sangue. Mannaie da macellaio, coltelli da cucina e una pistola..."

Una ferita antica che chiama tutti



Servono il terrore e l’orrore per ricordare al mondo che la più antica delle sue ferite continua a seminare odio e a spargere sangue. Mannaie da macellaio, coltelli da cucina e una pistola: è con questi strumenti di morte che ieri, all’ora della preghiera del mattino, due cugini palestinesi provenienti da Gerusalemme Est hanno attaccato una sinagoga, ucciso quattro rabbini e un poliziotto e ferito altri sette israeliani primadi essere abbattuti. Erano anni che a Gerusalemme non accadeva un episodio tanto grave, ma per misurare la sua vera portata occorre soffermarsi sui dettagli. Obiettivo una sinagoga, all’ora della preghiera. Assassinati quattro rabbini, macchiando di sangue le loro vesti rituali. E a pretesto della strage la presunta (e smentita) intenzione israeliana di cambiare le regole per pregare sulla Spianata delle Moschee. Come non vedere nello scontro religioso la motivazione principale di quanto è accaduto? E soprattutto, come non individuare nell’ombra in espansione dell’Isis e del suo fanatismo religioso la mano sciagurata che ha guidato i due cugini palestinesi, che li ha incitati a colpire in quella sinagoga gremita?

È evidente che tra ebrei e musulmani il contrasto religioso è sempre esistito e si è spesso confuso con guerre aventi altre motivazioni, territoriali ed economiche. La recente guerra di Gaza e il persistente rifiuto di Hamas di riconoscere Israele sono un triste esempio di queste sovrapposizioni. Ma lo scempio della sinagoga disegna un diverso scenario, assai più pericoloso per Israele.

Da settembre a oggi Gerusalemme ha visto moltiplicarsi i «piccoli» atti terroristici, gli investimenti con le automobili, gli attacchi per strada con i coltelli. Qualcuno ha parlato di una imminente intifada alimentata dai residenti palestinesi di Gerusalemme Est che sono muniti di carte d’identità israeliane e hanno libertà di movimento in tutto il Paese. Una intifada rappresenterebbe certo un pericolo per Israele, ma non siamo piuttosto al cospetto dell’opera di «lupi solitari» che hanno ben studiato la felpata espansione dell’Isis in Libia, in Egitto, nello Yemen e chi sa in quanti altri fertili angoli del mondo (gioventù occidentale compresa)? La strage della sinagoga è stata rivendicata dalle poco note Brigate Abu Ali Mustafa, adottate a loro volta dal Fronte popolare per la liberazione della Palestina che è una organizzazione debole con una base non si sa quanto autonoma a Gaza. In Cisgiordania Mahmoud Abbas ha condannato l’attentato. Hamas non ha rivendicato la strage ma ha detto di «comprenderla» e in qualche caso l’ha elogiata, mentre manifestazioni di gioia e spari festanti risuonavano a Gaza. Netanyahu ha promesso una dura risposta e dovrà darla, ma si ha l’impressione che essa difficilmente colpirà la nuova, temuta minaccia: quella di un terrorismo diffuso, privo di vere e credibili etichette.

Del resto anche Israele attraversa una fase di confusione. Mentre Netanyahu smentiva, la minoranza «religiosa» reclamava effettivamente un cambio delle regole per pregare sulla Spianata delle Moschee. Il primo ministro (che da oggi deve tenere un occhio anche sulle trattative nucleari con l’Iran a Vienna) ha ripetutamente ceduto alle pressioni del suo ministro Naftali Bennet annunciando nuovi insediamenti anche a Gerusalemme Est, e irritando americani ed europei. L’eroe dei nazionalisti Naftali Bennet ha avuto un ruolo chiave nella bocciatura delle proposte americane portate da John Kerry, sostiene l’annessione del 60% della Cisgiordania, e potrebbe anche battere Netanyahu alle prossime elezioni se continuerà a conquistare nuovi adepti gridando che il mondo è cambiato, che la regione è cambiata e che dunque bisogna pensare a soluzioni nuove.

In questo, e solo in questo, ci sentiamo di dargli ragione (e qui l’Isis torna tra i protagonisti). Ha poco senso insistere sulla «soluzione dei due Stati» a cui non credono né Abbas né gli israeliani, per mancanza delle condizioni minime. Americani ed europei, invece, lo fanno per assenza di alternative. Ma forse è proprio su una alternativa che bisognerebbe concentrarsi, prima che i «lupi solitari» diventino tanti e che Naftali Bennet si impadronisca del malessere della società israeliana.

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