La sfida sociale sottolinea, la pressione su Palazzo Chigi

"Corriere della Sera" del 20 novembre 2014

Massimo Franco ( 20 novembre 2014 )

"Ma si consolida il patto tra Renzi e Nuovo centrodestra su Jobs act e nuova legge elettorale. L’irritazione di Forza Italia.."

La Nota

La sfida sociale sottolinea, la pressione su Palazzo Chigi

Ma si consolida il patto tra Renzi e Nuovo centrodestra su Jobs act
e nuova legge elettorale. L’irritazione di Forza Italia




Il contrasto tra Palazzo Chigi e Nuovo centrodestra si è già ricomposto. In nome del Jobs act e dell’accordo, confermato da Matteo Renzi, sulla legge elettorale. Ma rimane aperto il fronte con la minoranza del Pd. E si allarga lo scontro con il sindacato, perché dopo la Cgil anche la Uil annuncia lo sciopero generale; e forse, a ruota la Cisl. È il segno della difficoltà che ha il governo a tenere insieme spinte contrastanti; e la conferma che i maggiori grattacapi provengono da una sinistra che non perdona al premier una linea ritenuta troppo moderata. Gli otto emendamenti alla legge di Stabilità annunciati ieri dagli avversari di Renzi nel suo stesso partito rispondono al tentativo di metterlo in difficoltà su questo fronte. L’accusa è di avere ceduto all’Ncd sulla riforma del mercato del lavoro. In realtà, il compromesso raggiunto ieri tiene conto delle osservazioni che erano venute dal Pd. E vorrà pur dire qualcosa se Forza Italia è costretta ad annunciare una «contromanovra», attribuendo un aumento delle tasse alle misure del governo. È un modo per rintuzzare la critica di eccessiva accondiscendenza alla strategia di Renzi. E insieme, sia il riconoscimento implicito che la politica economica è indigesta all’elettorato di Silvio Berlusconi; sia che l’intesa tra Renzi e Alfano che abbassa al 3 per cento la soglia di ingresso in Parlamento per i partitini, destabilizza FI.

Prevale una sensazione di confusione, dovuta alla complessità delle materie da maneggiare; alle molte riforme in cantiere; e alla rapidità con la quale si vuole arrivare a un risultato. La voglia delle opposizioni di rallentare il percorso del Jobs act, tuttavia, è pari alla determinazione di approvarlo secondo la tabella prestabilita: dunque entro il 26 novembre. «Quando la cortina fumogena del dibattito ideologico si abbasserà, vedrete che il Jobs act non toglie diritti ma solo alibi: ai sindacati, alle imprese, ai politici», elenca Renzi. E respinge l’accusa di alzare la tassazione. Per questo, alla fine potrebbe mettere la fiducia. Le opposizioni fanno capire che sono in arrivo modifiche destinate, se accolte, a ritardare il voto.



Si tratta di un fronte del «no» che tende a saldarsi con il sindacato, Cgil in testa; e raffigura il premier come un tecnocrate impegnato solo a ricevere il «placet» dell’Unione Europea. Ma il lasciapassare di Bruxelles alla legge di Stabilità conta, non è un fatto secondario. Se ne dovrebbe sapere di più lunedì, e una punta di nervosismo si avverte. Confermare l’impegno sulle riforme, però, aiuta. E permette al ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, di affermare che si aspetta un riconoscimento «dello sforzo anche qualitativo» compiuto dall’Italia. «Sono stufo di sentirmi dire...» che «chiediamo soldi all’Ue». E questo mentre Beppe Grillo scommette sul collasso dell’Italia e offre come antidoto un’impossibile uscita dall’euro.

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