L'integrazione non si fa così

"Corriere della Sera" del 20 maggio 2009

Ernesto Galli Della Loggia ( 20 maggio 2009 )

"Spesso sono i picco­li episodi che rive­lano i grandi fatti. Che cosa sia diven­tata ad esempio, per tan­ta parte, la scuola italia­na, quale sia il senso co­mune che vi regna, quale sia anzi il senso comune che probabilmente ha già messo abbondanti radici in tutto il Paese, ce lo di­ce quanto è appena acca­duto a Roma, alla scuola materna ed elementare Carlo Pisacane. La cui pre­side, con l’accordo unani­me del consiglio d’istitu­to, ha deciso che il nome di Pisacane non è proprio il più adatto per una scuo­la che accoglie tanti alun­ni non italiani, apparte­nenti, come c’informano i giornali, a ben 24 etnie diverse, con prevalenza di bengalesi, romeni e ci­nesi...."


SCUOLA, DA PISACANE A MAKIGUCHI

L'integrazione non si fa così

Spesso sono i picco­li episodi che rive­lano i grandi fatti. Che cosa sia diven­tata ad esempio, per tan­ta parte, la scuola italia­na, quale sia il senso co­mune che vi regna, quale sia anzi il senso comune che probabilmente ha già messo abbondanti radici in tutto il Paese, ce lo di­ce quanto è appena acca­duto a Roma, alla scuola materna ed elementare Carlo Pisacane. La cui pre­side, con l’accordo unani­me del consiglio d’istitu­to, ha deciso che il nome di Pisacane non è proprio il più adatto per una scuo­la che accoglie tanti alun­ni non italiani, apparte­nenti, come c’informano i giornali, a ben 24 etnie diverse, con prevalenza di bengalesi, romeni e ci­nesi.

Pisacane: avete presen­te? Un mazziniano, con la testa piena di idee confu­se sulla patria e sul sociali­smo, che si era fissato di fare una rivoluzione con i contadini del Mezzogior­no e che fu capace, inve­ce, solo di andare incon­tro alla propria rovina la­sciandoci la vita. Un italia­no poi, figuriamoci!, a chi volete che interessi? Chi volete che lo conosca que­sto Pisacane? Molto me­glio intitolare la scuola, hanno pensato i docenti romani, a un personaggio di ben altro calibro e noto­rietà, per esempio a Tsu­nesaburo Makiguchi. Ma certo, Makiguchi! Sappia­mo tutti chi è: pensatore e pedagogista celeberri­mo, teorizzatore della or­mai diffusissima (anche troppo!) «educazione cre­ativa ». E che poi sia giap­ponese non può che fare sicuramente piacere ai tanti alunni asiatici, in specie a quelli cinesi che, come si sa, conservano del Paese del Sol Levante un così simpatico ricor­do.

In realtà c’è poco da iro­nizzare su questa Italia di oggi, di cui i poveri inse­gnanti della ex Pisacane, alla fine, appaiono più che altro delle vittime. Vit­time di un Paese che ha una venerazione idolatri­ca verso tutto ciò che sa di «territorio» e di «deci­sione dal basso» e per­mette che denominazioni così simbolicamente cru­ciali (la cui importanza ci ricorda un aureo libretto di Alberto ed Elisa Benzo­ni in uscita proprio in questi giorni da Bietti, Le vie d’Italia) come i nomi delle cose che sono di tut­ti, adoperate da tutti, qua­li sono per l’appunto i no­mi delle scuole, siano a di­sposizione del primo con­siglio d’istituto che vuole cambiarli.

Un Paese così ipnotizza­to dalle mitologie interna­zional- mondialiste, e in­sieme così abituato a ve­dersi secondo l’immagi­ne negativa che gli fabbri­cano ogni giorno i suoi tanti moralisti di profes­sione, da credere che or­mai la propria storia, la propria identità, non vo­gliano dire più nulla per nessuno, non abbiano più alcun valore. E dun­que un Paese che di fron­te all’immigrazione si tro­va nell’incapacità di fare la sola cosa utile che c’è da fare. Cioè cercare d’in­tegrare, far diventare ita­liani gli stranieri legal­mente in Italia, conceden­dogli dunque con larghez­za la cittadinanza (con lar­ghezza! Lo si capisca una buona volta) e facendoli partecipi della nostra lin­gua, della nostra storia, della nostra cultura: prin­cipalmente nella scuola, che di tutto ciò deve, o meglio dovrebbe, essere il simbolo operante. Invece preferiamo striz­zare l’occhio alle mode e farci belli gingillandoci con un multiculturalismo suicida che ha il solo effet­to di ghettizzare gli stra­nieri e di alzare una bar­riera tra noi e loro.


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