Riforma scuola, venga l'ora del Renzi 3

"Avvenire" del 26 giugno 2015

Francesco Riccardi ( 26 giugno 2015 )

"Appena dieci giorni fa, il premier era stato perentorio come suo solito. «A luglio faremo una conferenza nazionale sulla scuola tutti insieme, con Cgil, Cisl, Uil, docenti, studenti, famiglie, quelli che sono arrabbiati. Li ascolteremo tutti, e poi si decide», aveva annunciato dal salotto di "Porta a porta"...."

La questione del metodo

Riforma scuola, venga l'ora del Renzi 3

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Appena dieci giorni fa, il premier era stato perentorio come suo solito. «A luglio faremo una conferenza nazionale sulla scuola tutti insieme, con Cgil, Cisl, Uil, docenti, studenti, famiglie, quelli che sono arrabbiati. Li ascolteremo tutti, e poi si decide», aveva annunciato dal salotto di "Porta a porta". Quella conferenza non si terrà mai, in compenso Matteo Renzi ha deciso di porre la questione di fiducia e chiudere la partita con una prova di forza.

La vicenda della riforma della scuola è emblematica della difficoltà di Renzi di individuare un vero metodo di governo. Arrivato a Palazzo Chigi con l’irruenza del "rottamatore", consolidatosi al comando sulla spinta dei progetti di innovazione (sostenuti dal consenso ottenuto alle elezioni europee), il presidente del Consiglio è riuscito addirittura nella "missione impossibile" di riformare il lavoro, cambiando profondamente il testo sacro della sinistra: lo Statuto dei lavoratori. Più tenendo duro e mostrando i muscoli che non ricorrendo alle arti del dialogo. Anzi, facendo del non-dialogo, del mancato riconoscimento degli interlocutori sociali la cifra della svolta. Ci è riuscito – tutto sommato con un’opposizione limitata a uno sciopero parziale delle sole Fiom e Cgil – perché ha saputo interpretare e intercettare quella parte di Paese convinta da tempo che le regole scritte nel 1970 fossero ormai datate, inadeguate a proteggere i giovani.

Quando invece ha provato a utilizzare lo stesso metodo per riformare la scuola – o meglio riorganizzarla – si è trovato di fronte a un muro compatto.

Eretto da tutti i sindacati, scesi in piazza più volte, dagli studenti più organizzati (o più rumorosi) e dalle associazioni di settore (cosa che ha in qualche misura influito sul deludente risultato elettorale alle recenti amministrative). E ciò nonostante sul piatto ci fossero 100mila assunzioni certe, nessun taglio e i contenuti del riassetto fossero assai meno dirompenti dell’abolizione dell’articolo 18. Certo la scuola – come la giustizia – è un terreno sensibile e insieme un campo minato dell’impiego pubblico, sul quale è facile "saltare in aria" e veder ridotti a brandelli i propri progetti di svolta.

L’impressione, però, è che davvero il problema sia quello del metodo di governo. Nei giorni scorsi il premier aveva annunciato di voler tornare al "Renzi 1" – il rottamatore – dopo essere stato, almeno così diceva, un "Renzi 2" istituzionale. Servirebbe piuttosto un "Renzi 3", quello certo capace di innovare, anche tagliando i "nodi gordiani" con decisione.

Ma solo dopo essersi confrontato e sintonizzato davvero con la società, con le sue molteplici espressioni (solo una delle quali è il sindacato). In fondo il vero punto di forza di Matteo Renzi è stato in passato e dovrebbe essere in futuro proprio questo: portare la società nella politica, facendo prevalere le ragioni misconosciute della prima sui vecchi e insopportabili giochi della seconda. Se la si vuol trarre, la lezione della riforma della scuola, in fondo, è facile da apprendere.

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