L’alleanza necessaria

"Corriere della Sera" del 27 giugno 2015

Aldo Cazzullo ( 27 giugno 2015 )

"È una giornata mai vista, con il terrorismo islamico all’attacco su tre continenti, in quattro Paesi..."

L’alleanza necessaria



È una giornata mai vista, con il terrorismo islamico all’attacco su tre continenti, in quattro Paesi. Ma la nostra risposta è quella consueta. Ci si chiede se l’impianto a gas francese poteva essere completamente distrutto, se ci sono italiani tra i turisti ammazzati in Tunisia, se davvero l’attentato alla moschea sciita in Kuwait è opera dell’Isis, se in Somalia a suo tempo si poteva fare qualcosa di più e di meglio. Ci si sente impotenti e impauriti; ed è legittimo, è umano. Però bisognerebbe cominciare a costruire una risposta che non sia soltanto l’abituale difesa spaventata o la solita reazione retorica, sia essa la sottovalutazione irenica dell’allarme o il suo uso strumentale.

Dobbiamo riconoscere che il collasso degli Stati usciti dalla stagione coloniale, il terrorismo e i flussi migratori sono fenomeni collegati, che impongono una risposta globale. Forse non sono maturi i tempi per l’intervento in Iraq che chiede il cardinale Scola; ma non ci si può limitare a dire che devono essere gli iracheni, i siriani, i libici a combattere l’Isis e a cavarsela da sé. Si devono sostenere tutti coloro che fronteggiano i guerrieri del terrore. Armare i curdi sopraffatti a Kobane dai tagliagole a loro volta armati dai turchi non risolve nulla. Si deve costruire un’alleanza internazionale in grado di riprendere il controllo dei territori del califfato; consapevoli che l’Isis è solo uno dei molti volti che il fondamentalismo islamico ha assunto e assumerà nella guerra civile che ha scatenato dentro il proprio mondo e che tenta di esportare nel nostro.

Per questo occorre ripensare le regole e la cultura dell’asilo per i profughi, dell’accoglienza per i migranti, dell’integrazione per gli emigrati. Si devono creare corridoi per chi fugge dalla guerra in Siria e in Africa, dare loro un nome e uno status (come già avviene in molti Paesi), senza costringerli ad affidarsi agli scafisti che gestiscono la rotta di Lampedusa e altre vie di traffico destinate a essere chiuse. Ci vorrà tempo, ci vorranno risorse, ci vorrà coraggio di azione e di pensiero, ma i crimini che avvengono sulle coste libiche e nel Canale di Sicilia non possono essere tollerati e richiedono una risposta europea, come - troppo lentamente - si comincia a capire. Salvare le vite dei naufraghi è un dovere ineludibile, sempre e comunque; le reazioni isteriche sono fuori luogo, come i tentativi di trarne lucro politico quando non economico; ma non si può pensare che il riscatto di un continente passi attraverso l’arrivo incontrollato di flussi che non alleviano la miseria e alimentano il razzismo, che creano situazioni (come quelle viste alla stazione di Milano) lesive della dignità di chi emigra e di chi accoglie. L’Islam italiano è frutto molto più dell’immigrazione odierna che della storia, come l’Islam francese o quello britannico, retaggio di imperi coloniali. Far notare che ancora una volta gli attentatori in Francia non sono giovani scesi dai barconi ma padri di famiglia non può far abbassare ulteriormente la guardia. Esercitare un controllo sui nuovi arrivati non è una pretesa, è una prerogativa della sovranità. Nello stesso tempo, non possiamo solo arroccarci a difesa. È possibile e anzi necessario un patto con i nuovi italiani. Lo Stato e la nostra comunità nazionale devono trovare interlocutori ragionevoli e rappresentativi. Si deve dare dignità ai loro culti: come non capire, ad esempio, che si controlla meglio un imam riconosciuto dalle autorità che predica in italiano in un luogo pubblico, piuttosto che un leader autoproclamato che si rivolge in arabo ai fedeli in un garage o in un sottoscala? E si deve lavorare sull’identità, sulle radici, sui valori.

Oggi noi siamo o ci sentiamo deboli perché a identità religiose e culturali che percepiamo fortissime contrapponiamo identità stanche, diluite, esauste, non più disposte al sacrificio, alla resistenza, alla forza morale. Nello stesso tempo, dopo gli anni dell’autofustigazione, in Italia si avverte la necessità di ricostruire un sistema di princìpi, di memoria, di elementi identitari che attraverso la scuola, la tv pubblica, i media possono essere trasmessi ai nuovi italiani. Il rispetto per i simboli nazionali, la tolleranza per le diverse confessioni religiose, il rifiuto della violenza in nome della fede, la parità tra uomo e donna sono i cardini di questa ricostruzione. Non si tratta di inseguire un modello multiculturale che è fallito ovunque, ma di capire che il confronto con l’Islam, la gestione dei flussi migratori, la sicurezza contro il terrore (tre fenomeni che non coincidono ma non sono del tutto indipendenti l’uno dall’altro, come vorrebbe una certa retorica) saranno i grandi temi della modernità, e ci accompagneranno per tutta la vita. Far finta che questo non ci chiami in causa significa solo rinviare la questione e perdere altro tempo. Non ci sarà mai il momento in cui potremo dire che la guerra - non contro i musulmani, ma contro l’odio, contro la sopraffazione, contro i negatori della libertà - è finita. Ma è una guerra che non possiamo permetterci di perdere.

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