Una lunga estate choc,ma l’Europa è meno fragile

"Corriere della Sera" del 20 agosto 2015

Aldo Cazzullo ( 21 agosto 2015 )

"L’estate che rischiava di essere l’ultima per l’Europa disegna alla fine uno scenario meno peggiore del previsto...."


UNIONE

Una lunga estate choc,ma l’Europa è meno fragile


L’estate che rischiava di essere l’ultima per l’Europa disegna alla fine uno scenario meno peggiore del previsto. Una stagione cominciata con l’Unione a pezzi e la moneta unica per la prima volta dichiarata non irreversibile si chiude con una prospettiva di ricostruzione politica e di ripresa economica, per quanto ancora troppo debole. Un’occasione da non lasciar cadere.


Due mesi fa si guardava alla Grecia come al primo tassello di un domino letale destinato a far crollare l’intera impalcatura della costruzione europea. E si guardava alla Germania come a un vampiro avido di sangue altrui. Nel frattempo qualcosa è accaduto. La Merkel, pur con i suoi errori e i suoi limiti, è riuscita a far approvare dal Bundestag il piano di aiuti ad Atene, con un margine di dissenso del tutto fisiologico in una grande coalizione, e in ogni caso non superiore rispetto ad altre votazioni meno cruciali. Ora Tsipras, dopo la primavera spensierata e l’azzardo del referendum, prende atto che il suo governo ha cambiato sia politica sia maggioranza, e coerentemente indice elezioni anticipate cui si presenta non più come capo populista, ma come leader capace di amputare le estreme (rosse o brune che siano) e di proseguire lungo un cammino di risanamento che per quanto difficilissimo si è dimostrato l’unico possibile.


Negli stessi mesi, le grandi potenze mondiali hanno rivelato lacune che sino a poco fa apparivano ben dissimulate. Il crollo della giovane Borsa di Shanghai è il segnale d’allarme che conferma gli squilibri non solo finanziari ma anche politici e sociali della crescita del gigante cinese. In America il potere ormai poco più che simbolico di Obama lascia spazio a una stagione elettorale lunga 14 mesi, dall’esito incertissimo, in cui si confrontano quelli che in termini polemici si potrebbero definire vecchi arnesi — la moglie di Clinton e il secondo figlio di Bush — e outsider improbabili come Joe Biden e Donald Trump. Questo ovviamente non significa che l’Europa esangue e litigiosa di giugno sia divenuta l’anello forte del mondo globale; magari avessimo l’energia delle economie emergenti e la capacità di rinnovamento che la democrazia americana potrebbe mostrare pure stavolta. Significa, più realisticamente, che il mondo globale ha bisogno di un’Europa forte, stabile, capace di coesione e di visione.


Per quanto i segnali della rentrée siano incoraggianti (solo la politica italiana è felicemente in vacanza, essendosi occupata in agosto quasi solo di Rai), sarebbe sbagliato trarre conclusioni premature. La vera partita è ancora da giocare; e non soltanto perché l’ennesimo piano di salvataggio della Grecia rappresenta appena una chance, non certo una garanzia di successo. Il vero modo per battere i populismi antieuropei, usciti suonati dalla battaglia di Atene, è costruire una vera Unione politica, con quote di sovranità elargite non a una sovrastruttura burocratica o a un’emanazione germanica, ma a istituzioni democraticamente rappresentative e responsabili. Se ne discute da anni. La Merkel a parole si dice pronta. Hollande ha fatto una proposta interessante. Il bistrattato Rajoy potrebbe uscire meno malconcio del previsto dalle elezioni spagnole di novembre. Cameron affiderà presto il ruolo britannico nel continente all’ordalia del referendum. Quanto a Renzi, si attende che batta un colpo. Per una volta, il momento è propizio. Ma non è un momento che possa durare in eterno.

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