Politica, vita, libertà. Sorella SINISTRA dove sei?

"Avvenire" del 10 aprile 2016

Alessandro Zaccuri ( 11 aprile 2016 )

"L’episodio risale alla metà degli anni Ottanta. Roma, Botteghe Oscure, riunione del Comitato centrale del Partito comunista italiano. Viene presentata una mozione sul tema dell’eutanasia, ma il segretario di allora, Alessandro Natta, suggerisce di accantonare l’argomento, che richiederebbe di essere meglio approfondito...."

I forum di Avvenire

Politica, vita, libertà. Sorella SINISTRA dove sei?

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L’episodio risale alla metà degli anni Ottanta. Roma, Botteghe Oscure, riunione del Comitato centrale del Partito comunista italiano. Viene presentata una mozione sul tema dell’eutanasia, ma il segretario di allora, Alessandro Natta, suggerisce di accantonare l’argomento, che richiederebbe di essere meglio approfondito. Cesare Luporini, Nicola Badaloni e gli altri intellettuali presenti alla seduta concordano. Allora forse era troppo presto per parlarne. Oggi, sotto certi aspetti, sembrerebbe quasi troppo tardi. Bioetica, biopolitica, identità personale e visione della famiglia sono questioni che interrogano tutto il Paese, sottolinea il direttore di “Avvenire”, Marco Tarquinio, nella sua introduzione al forum tenutosi martedì 5 aprile presso la redazione romana del nostro quotidiano, pochi giorni prima della pubblicazione dell’esortazione apostolica Amoris laetitia. Eppure, prosegue Tarquinio, è in particolare la sinistra italiana a essere interpellata dall’intreccio, sempre più complesso, fra solidarietà e libertà, fra cultura del limite e vertigine della possibilità. Vale per la normativa sulle unioni civili, vale per le nuove forme di adozione, spesso indistinguibili dalla maternità surrogata, vale per la manipolazione genetica e per l’eutanasia. Quattro gli interlocutori riuniti attorno al tavolo. Anzitutto lo storico Giuseppe Vacca, presidente dell’Istituto Gramsci, a lungo deputato Pci e firmatario, nel 2011, dell’appello che proponeva di rileggere “da sinistra” il quadro dell’emergenza antropologica tracciato con estrema precisione da Benedetto XVI. Tra i “marxisti ratzingeriani” (così li definì la stampa) che sottoscrissero il documento c’era anche un altro degli interlocutori del forum di “Avvenire”, il sociologo Paolo Sorbi, docente di Psicologia politica all’Università Europea di Roma. Due, infine, i rappresentanti del Partito Democratico: il deputato Gianni Cuperlo (è lui a rievocare l’aneddoto di cui abbiamo dato conto all’inizio) e il senatore Stefano Lepri. Sensibilità politiche e personali differenti, tutte ugualmente chiamate in causa dall’incalzare di trasformazioni che, dai laboratori del pensiero e della ricerca scientifica, hanno ormai invaso la nostra quotidianità.

AVVENIRE: Partiamo dalla cronaca: sul tema della maternità surrogata si sta registrando una singolare convergenza fra le posizioni dei cattolici e quelle di molti (e molte) intellettuali di sinistra. Come spiegarlo? È la premessa di una fase nuova o l’eredità di una tradizione altrimenti trascurata?
Vacca: «Di sicuro ci stiamo misurando con temi che non nascono oggi, ma che sono l’effetto di un processo più che trentennale. Alla base della globalizzazione sta, come sappiamo, la messa in discussione delle frontiere nazionali. Con un duplice effetto: da un lato una maggior circolazione di ricchezze, merci e persone; dall’altro una forte asimmetria tra cultura globalizzata e culture locali. Una delle conseguenze di questo assetto è la crisi dell’obbligazione, ossia del patto, che si configura come crisi della libertà. Pur rimanendo intimamente connesse l’una all’altra in punto di dottrina, obbligazione e libertà risultano ormai sconnesse nella prassi. L’orizzonte attuale rimanda a una libertà senza fondamento, in una prospettiva per cui risulta del tutto accettabile l’idea di esigere una qualunque libertà senza contrarre una corrispondente forma di obbligazione. Rescisso questo legame, è il concetto stesso di sovranità a entrare a sua volta in crisi. In una democrazia funzionante l’obiettivo specifico della politica dovrebbe consistere nel mettere i cittadini nella condizione di esercitare la loro sovranità in relazione alla tutela della vita in ogni sua fase: origine, conservazione, riproduzione. I modi di questa tutela evolvono e con essi dovrebbe evolvere anche la nostra responsabilità nel decidere. Ma per fare questo occorre riferirsi a un punto di partenza condiviso, occorre stabilire con chiarezza i termini della questione. Ciò che non avveniva, per essere chiari, nella stesura originaria del decreto Cirinnà, nella quale la pratica dell’utero in affitto finiva per essere introdotta in modo surrettizio, senza essere minimamente dibattuta. Fatto ancora più grave se si considera che opporsi alla maternità surrogata non significa soltanto denunciare la mercificazione del corpo femminile, ma difendere nel loro insieme le conquiste di quello che è stato giustamente definito “il secolo delle donne”».
Cuperlo: «Nell’addentrarmi in punta di piedi in una discussione tanto delicata, avverto l’esigenza di un altro chiarimento preliminare. Di che cosa stiamo parlando, esattamente? Del modo in cui emergenza antropologica e crisi della politica si intrecciano nella riflessione a proposito della vita? Oppure di un contesto più vasto, comprendente tematiche comunque sensibili dal punto di vista etico, ma non direttamente connesse a vita e morte? Penso alla ricerca sulle cellule staminali embrionali, che in Italia è regolata dalla legge 40 del 2004. Ma quali sono le effettive implicazioni di una normativa nazionale a fronte di una situazione internazionale che vede, nella fattispecie, la Cina molto avanti in questo tipo di sperimentazione? Ci rendiamo conto che il conflitto fra cittadinanza nazionale e cittadinanza globale è destinato a degenerare in un classismo di nuovo tipo? Chi ha i mezzi si cura, anche all’estero. Chi non dispone di risorse deve invece rinunciare. Mi sto facendo molte domande, me ne rendo conto. Ne aggiungo un’altra, in forma retorica: tutto ciò che è possibile è anche lecito? Da uomo di sinistra rispondo di no, nel modo più categorico. Bisogna contrastare la mercificazione in ogni sua forma e nella maternità surrogata, così come viene praticata in molti Paesi, è presente un intollerabile elemento di violenza. Ma che cosa succede quando alla logica della compravendita subentra quella del dono? Siamo sicuri di poter escludere con la stessa determinazione l’eventualità che una donna, per libera scelta, porti a termine la gravidanza a posto di un’altra? Non esistono invece occasioni ancora inesplorate nelle quali il dono si realizza come servizio reso a una nuova vita?»
Lepri: «Così come la crisi attuale non può essere ricondotta a un’unica origine, anche la sinistra italiana non si riduce un solo filone. Lo abbiamo constatato proprio in occasione del dibattito sul decreto Cirinnà, il quale è emerso il ruolo di quanti all’interno del Pd si richiamano alla lezione del cattolicesimo democratico. Ed è grazie a questo apporto che in Italia la vicenda della maternità surrogata ha avuto un esito in parte diverso da quanto è avvenuto altrove. Non dobbiamo dimenticare, però, che su questioni tanto articolate anche il vecchio Pci era solito tenere un atteggiamento di grande prudenza. Fra tanti temi e tante sfide che competono alla sinistra, credo che vada sottolineata con forza la necessità di tutelare lo spazio intermedio che, frapponendosi tra lo Stato e l’individuo, delinea la dimensione comunitaria e sociale, dalla quale discende la qualità della vita di ciascuno di noi. Ecco, la mia impressione è che molte delle fragilità e dei fallimenti di oggi dipendano dall’assenza di questo contesto comunitario che, da ultimo, si identifica con la famiglia. L’insicurezza dei giovani, il loro estraniarsi dalla realtà, l’indifferenza davanti alla vita sono questioni di cui la politica non può non farsi carico e che, nello stesso tempo, invocano l’autodeterminazione dei corpi intermedi ai quali facevo riferimento prima e tramite i quali è ancora possibile un legame efficace tra Stato e cittadini. La famiglia è il luogo in cui si impara a praticare la giustizia e a rispecchiarsi nella fraternità, in primo luogo. E un discorso analogo si potrebbe fare per quanto riguarda la sfera dei diritti, anch’essi strettamente connessi alla vita familiare. Il diritto del figlio ad avere un padre e una madre non può essere delegato all’intesa tra coniugi o conviventi. È di questa visione dei diritti in chiave relazionale che la sinistra dovrebbe preoccuparsi nel momento stesso in cui esige una maggior equità sul piano economico. In caso contrario, corriamo il rischio di essere travolti e vanificati » .

Crisi della sovranità, contesto sovranazionale, eredità cattolico-democratico: come è possibile fare sintesi di tutto questo?
Sorbi: «Forse ammettendo che in questo momento in Italia convivono due sinistre, una di impianto più tradizionale e l’altra ormai postideologica. Realtà diverse tra loro, certo, ma per la nostra discussione è più importante concentrarsi sui possibili punti d’intesa e di contatto. Si tratta di un obiettivo che, all’interno del Pd, è stato affrontato a più riprese anche prima dell’attuale segreteria, sempre con l’intento di ridefinire i contorni di un umanesimo condiviso. Il dissidio è quello che conosciamo e che giustamente è già stato richiamato: la cultura del limite contrapposta alla spinta potenziale che sembra trascinarci oltre ogni limite. È un problema di sinistra? Certo che sì, se non altro perché il mondo della scienza è sempre più contaminato da una visione affaristica che, per comodità, possiamo riassumere nella figura del biologo e magnate Craig Venter. Brevettare il codice genetico, cioè brevettare la vita, è l’apice dell’alienazione, ed è un processo impressionante, con il quale molti di noi non avrebbero mai immaginato di doversi misurare. Nel suo complesso, inoltre, la sinistra europea sta dimostrando una sensibilità molto minore rispetto a quella della sinistra italiana. Da noi al centro del dibattito non c’è più il problema di classe, ma l’attenzione al dilagare di fenomeni biopolitici che interessano il singolo individuo, la famiglia e, in definitiva, il popolo stesso. Frangente cruciale, perché c’è sempre il rischio che da una laicità correttamente intesa si passi a un laicismo esasperato, che non intende e non produce ragioni al di fuori delle proprie. E questo, insisto, è un dato che dovrebbe mettere in allarme proprio la sinistra, come ho avuto modo di constatare di recente. Se si sceglie il punto di osservazione del sindacato, ci si accorge subito quanto la cosiddetta “cultura dei diritti” sia percepita come elemento borghese e conservatore, che coinvolge anche i ceti meno abbienti. La disparità di censo non gioca, a mio avviso, un ruolo determinante. Viene prima la crisi della famiglia e prima ancora è stata la crisi della persona ad aver scatenato il fenomeno: rinnegata la centralità della persona, i diritti perdono il loro assetto organico».

Dai vostri interventi emerge un elemento che ricorre spesso anche nel magistero di papa Francesco: il predominio delle tecnoscienze, che in alleanza con l’economia finiscono per commissariare la stessa agenda politica. È questa la nuodurante va forma di egemonia dalla quale dobbiamo stare in guardia quando affrontiamo i temi della vita?
Vacca: «Il dramma è che non esiste alcuna egemonia. Bene, si dirà, allora chiunque può fare quello che vuole. Non è neppure così. Solo chi può fa quello che vuole, quale che sia il suo desiderio del momento. Non si riesce più a comprendere un principio che suona del tutto elementare per un comunista togliattiano come me: la manipolazione della vita non si consuma in sé, ma è l’altra faccia, solitamente nascosta, della guerra. Togliatti stesso lo afferma con chiarezza nel 1963, con il celebre discorso di Bergamo al quale sarebbe bene ritornare di questi tempi. Non è più e forse non è mai stato un problema di destra o di sinistra. Quello che sta accadendo chiama in causa la nostra comune umanità e, di conseguenza, la visione della politica. Perché l’alternativa non lascia scampo: o la politica ha a che fare con la pace e con la vita, oppure è destinata ad occuparsi degli aspetti residuali della convivenza tra gli esseri umani. Forse qualcuno non se n’è ancora accorto, ma in questo momento l’Europa (la stessa Europa tanto impegnata dal dibattito sui diritti civili) è accerchiata dal fuoco delle guerre di sterminio, del terrorismo, delle pulizie etniche. Possibile che non si avverta l’urgenza di partire da qui? La logica sovranazionale, se ha un senso, lo ha appunto nella prospettiva per cui i problemi della vita, come quelli della pace, richiedono una straordinaria ampiezza di visione. Quanto alla categoria del dono, mi pare che per sua stessa natura si sottragga alla necessità della norma. Ciò che viene donato è destinato a non sottostare alle regole e non vedo come questo potrebbe avvenire in materia di maternità surrogata. Non diversamente dagli altri processi ai quali abbiamo fatto riferimento, poi, anche la crisi dei corpi intermedi non è una novità. La politica ha da tempo smesso di occuparsene, camuffando il proprio disinteresse sotto la formula dell’autonomia, che fuori dall’ambito amministrativo a me pare francamente priva di senso. D’accordo, abbiamo capito che il socialismo ha fallito. Motivo per cui dovremmo tornare a parlare di comunismo, credo».
Lepri: «E magari anche di proletariato. Per Marx l’unica ricchezza dei poveri era rappresentata dai figli, dalla prole. I poveri di adesso non ha neppure questo. Non hanno figli perché non sanno come sfamarli oppure, quando li fanno, li cedono ad altri. La bassa natalità è un’emergenza che la sinistra non sta prendendo abbastanza sul serio. Bene gli aiuti economici e benissimo gli 80 euro, intendiamoci, ma per il resto non ci si può limitare a fare appello alla discrezionalità della coppia. Allo stesso modo, i due milioni di bambini che oggi in Italia vivono sotto la soglia di povertà rappresentano per la sinistra una sfida senza precedenti. Prendersi cura dei figli è un compito che coinvolge l’intera comunità e in questa affermazione non c’è nulla di “democristiano” o di “cattolico”, come ancora si insinua a volte. Nessuno obietta quando ci sono da affrontare, in astratto, le grandi sfide antropologiche, ma nella concretezza quotidiana i problemi assumono un altro aspetto. È possibile nascere oggi? Ed è possibile crescere? L’aspetto economico non va sottovalutato, torno a dirlo, ma da solo non basta. In questo periodo si discute spesso degli strumenti che le amministrazioni comunali stanno mettendo a disposizione dei cittadini in vista del cosiddetto “divorzio breve”. Non si vede perché un impegno analogo non possa essere speso per la creazione di consultori familiari, centri d’aiuto per coppie in difficoltà, sportelli psicologici e di mediazione del conflitto. Per la politica il sostegno alla famiglia non è un fatto discrezionale. Ce ne rendiamo conto, per contrasto, quando passiamo in rassegna i costi, umani ed economici, derivanti dal fallimento di un matrimonio».
Sorbi: «Giusto, ma della politica fa parte il principio di sussidiarietà. Dove non arriva lo Stato, può arrivare l’iniziativa dei cittadini e delle associazioni. Penso, nello specifico, all’attività a sostegno della famiglia svolta a Milano dal Centro Aiuto alla Vita Mangiagalli e ad altre esperienze simili presenti in varie città del nostro Paese. Concordo, in ogni caso, sulla centralità della famiglia. La secolarizzazione ha preso a galoppare proprio quando è venuto meno il sistema di valori condivisi di cui la famiglia è espressione. In assenza di questo, ognuno fa legge a se stesso, con le conseguenze che conosciamo. Non è un caso che la famiglia sia diventata oggi oggetto di disputa e di desiderio, senza che si trovi il tempo e il coraggio per interrogarsi su che cosa sia veramente una famiglia. Non in termini teorici, perché da questo punto di vista potrebbe anche essere, poniamo il caso, che nulla osti all’ipotesi dell’omogenitorialità. Ma l’evidenza statistica ci restituisce un quadro molto diverso ed è al dato di realtà che dobbiamo riferirci».

Cuperlo: «Nel dibattito sulla famiglia si intrecciano questioni in apparenza lontane tra loro, ciascuna delle quali ha una sua storia e, di nuovo, una sua complessità. Per quanto riguarda il calo della natalità, per esempio, non mi pare che si consideri abbastanza l’effetto che potrebbe derivare da una politica più capillare di incentivi all’occupazione femminile. In generale, tutto il versante degli aiuti economici andrebbe ripensato in profondità. Non discuto il provvedimento degli 80 euro, ma siamo sicuri che i criteri con cui queste risorse sono stati distribuiti siano i più adeguati alla situazione attuale? Quanto all’omogenitorialità, non è in questione il diritto a pensare che per un bambino sia meglio essere cresciuto da un padre e una madre anziché da due padri o due madri. Sono convinto che pensarlo è legittimo, ma imporre il proprio pensiero agli altri non lo è. Non sono in grado di dire se questo dipenda dalla mia incapacità di distinguere tra laicità e laicismo. Del resto, confesso di non essere ancora venuto a capo della diatriba sul nuovo umanesimo di cui avremmo bisogno per far fronte all’emergenza antropologica di cui stiamo dibattendo. È un mio limite, non me ne vanto. Resto persuaso che il “vecchio umanesimo”, se così volgiamo chiamarlo, offra ancora strumenti adeguati per la comprensione del presente. Basta riandare alla stagione dell’Illuminismo italiano, nella sua duplice declinazione milanese e napoletana: Beccaria e Genovesi, nascita del diritto moderno e della moderna economia civile. La centralità della persona, di cui tanto si sente la mancanza, è già qui. E nella regolamentazione europea, per inciso, sono già presenti i dispositivi che salverebbero la vita ai tanti piccoli Aylan che muoiono ogni giorno nel Mediterraneo. Abbiamo dimenticato troppi elementi della nostra tradizione. Parole come “conflitto” e “compromesso” sono evitate, perché caricate di una connotazione negativa che andrebbe rimossa. Il conflitto fa parte della nostra esistenza, infatti. E il compromesso è un modo più che ragionevole per superarlo».

Anche in materia di maternità surrogata? In sede parlamentare non si potrebbe arrivare a una decisione che, pur salvaguardando le situazioni ormai consolidate, impedisca a chiunque di comprare un bambino affittando il grembo in cui viene portato?
Cuperlo: «Capisco la domanda, ma in assenza di uno specifico testo di legge non è possibile rispondere».
Lepri: «D’acchito temo che una sanatoria di questo tipo sarebbe difficilmente applicabile. I genitori dei bambini nati dopo l’entrata in vigore della norma potrebbero fare ricorso contro la disparità di trattamento. Detto questo, continuo a pensare che neppure il ricorso alla logica del dono scioglierebbe il nodo relativo all’origine dell’identità personale».

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