Varesinità, aprirsi al mondo che cambia

"La Prealpina" del 12 novembre 2016

Roberto Molinari ( 13 novembre 2016 )

In formato integrale il mio contributo apparso sulla Prealpina di sabato 12 novembre in risposta ad un articolo di qualche giorno prima dell'ex sindaco Fontana

Varesinità, aprirsi al mondo che cambia


Mi è difficile non provare a rispondere a quanto scritto dall'ex sindaco Fontana qualche giorno fa per “La Prealpina” anche se il suo contributo passa dalla globalizzazione all'immigrazione, dall'identità al ruolo dei comuni, dalla riforma costituzionale alle anime belle e colte e così via.
Mi limito quindi a fare qualche ragionamento che spero possa segnare in qualche modo il diverso approccio che l'attuale centrosinistra al governo anche in città ha rispetto ad alcuni temi sollevati
e soprattutto, a 23 anni di egemonia leghista su queste terre.
Vorrei partire con un paradosso. Ho l'impressione che Fontana si sia iscritto al club di quelli che dicono “il mondo così come è non mi piace, fatemi scendere”. Così, a fronte di tutti i cambiamenti che sono avvenuti in questi ultimi anni Fontana e la Lega si sono sempre posti come i fautori dell'ancoraggio al passato. Ritorniamo alla lira, usiamo la svalutazione per competere e non innovare, mettiamo i dazi alle merci dei cinesi, degli indiani, dei sudafricani e di quant'altri stanno emergendo, teniamo lontana l'immigrazione, piccolo è bello e non parliamo di globalizzazione perché l'hanno inventato le multinazionali per sfruttare i nostri lavoratori e diminuire i diritti.
Altro che conservatori un po' anarchici, qui ci sta l'essenza di chi fa della nostalgia una ideologia triste buona per dire sempre dei no a tutti i cambiamenti, incapace però di costruire un ponte in grado di collegare il passato con il futuro.
Che piaccia o no il mondo intorno a noi cambia e cambia in continuazione. Non è un problema di anime candide e buoniste che non vedono le difficoltà, come Fontana fa intendere. Il tema è che quando il cambiamento soffia tu non ti puoi nascondere dietro un muro, ma devi costruire un mulino, se vuoi sopravvivere. La frase non è mia, ma da il senso di quello che voglio significare. Varese è una città di confine, è una porta per e dall'Europa. È la porta per Milano con il suo tradizionale ruolo di capitale economica e per il resto d'Italia. Noi siamo porta di uscita verso l'Europa per la parte più sviluppata del Paese. E tutto questo fa si che si sia i più esposti ai cambiamenti che soffiano intorno a noi. Nel bene e nel male. Lo si è perché è il destino di tutte le città di confine. Luoghi di transito di gente e di merci, ma anche di idee. Il tema non è negare la globalizzazione che non si può arrestare, ma far si che ciò che c'è di positivo prevalga su quello che non va. E cioè che gli investitori possano venire anche da noi e portare capitali, tecnologie, progetti, conoscenza e persone con il loro bagaglio culturale e la loro esperienza. La migrazione spaventa? Certo, ma siamo di fronte non ad una emergenza, ma ad un esodo biblico che durerà almeno dieci anni. E allora che facciamo? Mandiamo le navi ad affondare a cannonate le barchette cariche di umanità dolente? Ha scritto qualche giorno fa il direttore de “La Stampa” “ Accogliere il migrante implica scelte difficili – perché significa rimettere in discussione la propria identità -, ma altrettanto vale per chi arriva: l'immigrazione ha successo quando chi ne è protagonista decide di identificarsi con la nazione di arrivo, rispettandone leggi e tradizioni. Ecco perché ciò che serve è un patto sociale fra l'Italia e i suoi migranti basato sullo scambio consapevole fra completa condivisione dei diritti e assoluto rispetto della legge.” Le città vivono se si aprono al nuovo, alle idee che circolano, alle genti e alla conoscenza. Varese in anni di guida leghista si è chiusa. Le sue maggiori “industrie” sono divenute gli enti pubblici. E questa sarebbe la vera identità varesina? E allora la domanda è perché gli investitori si sono fermati alle porte di Varese?. Ecco io penso che bisogna invertire questa tendenza. Lo si può fare diventando attrattivi per i capitali ( anche stranieri ), per chi vuole venire ad insediarsi da noi, per chi vuole venire a visitare la città e le sue bellezze, per chi vuole venire per studiare o a vivere. La vera sfida è essere attrattivi per il mondo che cambia intorno a noi. L'identità non è una catena che ti vincola, anzi tanto è più forte tanto più non teme il “meticciato” come direbbe il card. Scola perché proprio in ragione di una identità forte si può trarre il meglio dagli altri. Dunque accettiamo la sfida del cambiamento, smettiamola di giocare sulla paura e sulle paure. Governiamo il cambiamento, non subiamolo e non fuggiamolo.

Roberto Molinari
Assessore ai Servizi Sociali
Comune di Varese



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