Centrodestra, il braccio di ferro e un modello che non regge più

"Corriere della Sera" del 13 novembre 2016

Francesco Verderami ( 13 novembre 2016 )

"In principio centro-destra si scrisse con il trattino. Poi le due parole si fusero come a rappresentare un fenomeno non più transitorio ma destinato a durare nel sistema bipolare italiano...."


Centrodestra, il braccio di ferro e un modello che non regge più

L’intento di Salvini è guidare una destra che scommette sulla crisi dell’Europa


In principio centro-destra si scrisse con il trattino. Poi le due parole si fusero come a rappresentare un fenomeno non più transitorio ma destinato a durare nel sistema bipolare italiano. Da ieri centro e destra tornano a separarsi con il «divorzio di Firenze». Il conflitto con Berlusconi messo in piazza da Salvini sembrerebbe l’effetto di una fisiologica competizione per la leadership nella coalizione. La realtà però è un’altra: la coalizione di centrodestra non esiste più. Forse si ripresenterà sotto forme diverse, ma intanto il vecchio modello non ha più forza propulsiva. Il processo disgregativo stava maturando dentro la crisi irreversibile della Seconda Repubblica, e se il segretario della Lega ha voluto imprimergli ieri un’accelerazione è perché intendeva cogliere l’opportunità offerta dal vento nuovo che ha preso a soffiare (inaspettatamente?) dagli Stati Uniti. Perché è Salvini che tifa Trump, certo non il Cavaliere.

Il paradosso

Potrà sembrare un paradosso, visto che il tycoon americano viene accostato come fenomeno politico al tycoon italiano. In realtà la linea liberale di Berlusconi non coincide con quella protezionistica del presidente americano, e non a caso l’ex premier marca le differenze, il suo ancoraggio al popolarismo europeo, la sua natura di leader di «centro». È Salvini che aveva puntato sulla destra iconoclasta di Trump, è lui che ne rivendica l’affinità elettiva, che sfruttando l’abbrivio ha deciso la rottura, opponendo alla linea di «responsabilità nazionale» del leader di Forza Italia, un approccio politicamente scorretto nel linguaggio e intransigente nella strategia da adottare dopo il 4 dicembre.


La piazza

Il «divorzio di Firenze» avviene in piazza. Se Berlusconi si rimette a Mattarella per la gestione istituzionale del dopo-referendum, Salvini non riconosce alcun ruolo al capo dello Stato. Se Berlusconi punta su una legge elettorale proporzionale, Salvini la bolla come merce di scambio con Renzi. Se Berlusconi si oppone alle primarie, Salvini le annuncia e le prepara. Sarebbe sembrata davvero una competizione per la leadership nel centrodestra, se il Cavaliere non avesse disvelato quanto era già sotto gli occhi di tutti, e cioè che la realtà politica italiana è cambiata, che il sistema bipolare non c’è più perché ora c’è anche Grillo, e quindi — per garantire in futuro una corrispondenza tra la maggioranza degli elettori e quella di governo — diventa inevitabile accantonare i modelli maggioritari che hanno caratterizzato la Seconda Repubblica.

La realtà

Salvini conosce la «realtà» ma attende prima di denunciarla, e usa parole d’ordine che andavano di moda ai tempi dello scontro destra-sinistra per tentare di drenare consensi a Forza Italia: sono voti da mettere in cascina, scontando il rischio che la moneta leghista finisca fuori corso quando ci sarà la sfida per il governo del Paese. Sembrerebbe un errore strategico, se esistesse ancora la coalizione di centrodestra. Ma siccome quel modello non c’è più, l’intento di Salvini è recintare la propria area di competenza, un rassemblement di destra che scommette sulla crisi dell’Europa e dell’euro. Berlusconi invece, per quanto accusi da anni la gestione dell’Unione e della moneta unica, resta ancorato alla famiglia popolare a Bruxelles, mentre a Roma si preoccupa di garantire — in prospettiva — un perimetro di governabilità al Paese.

L’appello

Potrà apparire contraddittorio il fatto che al referendum l’ex premier si sia schierato con il fronte del No, e la contraddizione potrebbe pesare se il suo progetto subisse delle modifiche per via di variabili che oggi è impossibile calcolare. Ma l’appello di Berlusconi alla realpolitik non era un modo per evitare la rottura con il segretario della Lega, appare piuttosto come la sua scelta di campo, è forse la «svolta» evocata nei giorni scorsi proprio dal Giornale. Di certo è la presa d’atto che la realtà politica italiana è cambiata. Così, giusto un anno dopo la piazza di Bologna, quella della riconciliazione con Salvini, si è arrivati la piazza di Firenze. Quella del divorzio.



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