PRIMARIE DEL 30 APRILE 2017

www.robertomolinari.it del 24 marzo 2017

Roberto Molinari ( 24 marzo 2017 )

Mio contributo al dibattito congressuale.




PRIMARIE DEL 30 APRILE 2017


RIFLESSIONE SUL CONGRESSO
del PARTITO DEMOCRATICO




“Il messaggio degli storici dell'economia ai filosofi dovrebbe essere, oggi, il seguente: possiamo permetterci di essere, allo stesso tempo, giusti e liberi.” ( Karl Polanyi )



“Ecco, ancora oggi sta per abbattersi sull'intera città una piaga che nessuno può scampare. La popolazione è giunta rapidamente a un livello di schiavitù degradante; la schiavitù risveglia dal loro sonno la guerra e il conflitto civile; e la guerra distrugge molti nel fiore della loro giovinezza. Come se fosse la preghiera dei nemici stranieri, la nostra amata città si logora e si consuma rapidamente... Per questo la calamità pubblica piomba nelle case di ciascun individuo e un uomo non è più al sicuro all'interno del cancello del proprio cortile.” ( Solone )




Introduzione

Nella vita di un partito politico gli appuntamenti congressuali servono non solo per contarsi, pesarsi e misurarsi, ma anche per riflettere su quello che è stato fatto, su quello che si vorrebbe fare e su quello che si vorrebbe facesse la leadership politica.
Ho sempre pensato che la politica pur essendo coinvolgente dovesse avere dei limiti e che, soprattutto, per svolgere al meglio i suoi compiti dovesse essere in sintonia con il Paese senza però esserne prigioniera degli umori.

Ha scritto Tzvetan Todorov “Il populismo può essere sia di destra che di sinistra, ma propone sempre soluzioni immediate che non tengono conto delle conseguenze a lungo termine”.

Mi ritengo abbastanza vecchio del mestiere per sapere che in un congresso la tentazione di ridurre tutto ad un “votificio”, alla resa dei conti, conti presenti o passati è forte. E' una tentazione “naturale”, fa parte dell'ordinario della vita politica, ma io penso anche che, alle tentazioni, occorre rispondere, invece, con la volontà di nobilitare le scelte e suffragarle con qualche ragionamento, senza la presunzione, ovviamente, di avere verità assolute e neanche di convincere tutti delle proprie ragioni.

Dunque voglio provare a mettere in fila alcuni ragionamenti sulla mia scelta di sostenere, in questo nostro congresso nazionale, Matteo Renzi rispetto ad altri candidati.

Una piccola premessa iniziale. Io ritengo le altre candidature non solo legittime, ma degne di nota e di stima. Io credo che chiunque oggi si sia candidato a segretario nazionale del PD lo faccia assolutamente in buona fede e sia meritevole di attenzione perché farlo comporta una buona dose di coraggio, ma, soprattutto, segna lo sforzo di tenere elevato il dibattito politico rispetto a chi, magari anche senza volerlo, lo riduce a semplice scontro. Ovviamente questo non vuol dire che si debbano ritenere tutte uguali, né che il pensare o il sostenere che una sia migliore rispetto alle altre sia un commettere un attentato di lesa maestà. Il tema è: quale candidatura può oggi interpretare al meglio quello che il momento politico ci richiede e quale progetto politico può essere più in sintonia con la società e darci maggiori chance di vittoria alle prossime elezioni politiche.







Partire da una sconfitta

Vorrei partire da questo punto per quanto riguarda la mia riflessione.
La sconfitta al referendum costituzionale del 4 dicembre scorso. La sconfitta sul referendum costituzionale indica il segno più basso della parabola renziana, ma nello stesso tempo anche il paradigma da cui partire per costruire una “nuova grammatica” politica per il Paese e per il PD.

Sarebbe ipocrita negare che ci abbiamo creduto davvero alla possibilità di arrivare ad una semplificazione del sistema politico e istituzionale, ma sarebbe anche altrettanto ipocrita negare che, nell'ultimo mese di campagna elettorale, molti di noi avevano avuto la sensazione che troppi errori erano stati commessi e che il referendum era divenuto l'occasione per un giudizio politico su Renzi e non sul quesito della riforma.

Dunque gli elettori si sono espressi contro per molte ragioni, molto diverse tra loro e molte volte neanche probabilmente consapevolmente di quella che era la vera partita in gioco.
Così come anche un ceto politico schierandosi contro ha inteso regolare conti politici prescindendo da quelli che erano gli obiettivi della proposta di modifica costituzionale.

Non va negato il fatto che la riforma poteva essere costruita meglio e che occorreva ricercare il massimo consenso intorno ad una occasione come questa, ma si deve anche tenere in conto, sia pur a parziale giustificazione, che questo è il lavoro del Parlamento che oggi abbiamo, un Parlamento frutto della mancata vittoria di Bersani e del fatto che il PD, pur avendo la maggioranza alla Camera per effetto del “Porcellum” aveva preso solo il 25% e solo di poco aveva battuto i “pentastellati”. Così come non si può dimenticare che la riforma era uno dei compiti assegnati al PD dal Presidente Giorgio Napolitano come conseguenza della sua accettazione del secondo mandato.

A tutto questo non si può non aggiungere che una parte dell'opposizione del ceto politico anche del PD al quesito referendario nasceva dalla scommessa di puntare sulla destabilizzazione del sistema, sulla volontà di indebolire la segreteria Renzi ( oltre che di portarlo alle dimissioni da capo del Governo) e di puntare decisamente ad un sistema proporzionale capace di rendere utile a qualsiasi formazione politica anche minimale la sua rendita di posizione e fare rotta senza complessi verso la scissione e giustificare l'abbandono da parte di alcuni del PD per costruire una forza ( l'ennesima ) più a sinistra e abbandonare la “ditta”. La politica è sempre conseguenziale e c'è chi ha voluto perseguire scientemente la sconfitta al referendum non per opposizione ai contenuti che erano per lo più frutto di anni di discussione, ma solo per arrivare a indebolire la leadership del PD e puntare a giustificare il ritorno al proporzionale, sistema che da l'utilità marginale a molti e spinge, oggi, senza partiti pesanti ed ideologici alla esaltazione della frammentazione oltre che alla instabilità politica e di governo.

Dunque, la sconfitta referendaria ha sicuramente indebolito una linea di Governo che, sia pur con alcuni limiti, ha saputo segnare il passo e dare il senso al Paese di una direzione e di una rotta capace di smuovere le acque e di procedere verso un rinnovato impegno politico per riformare il Paese.

E, tuttavia, proprio partendo da questa occasione mancata è necessario ritornare a ragionare su come costruire nuove chiavi interpretative della realtà e su come procedere per avviare una nuova stagione di riforme in grado, questa volta, di raccogliere il più ampio consenso possibile affinchè non siano bocciate dal corpo elettorale.

Il tema partito

Il fronte partito è quello che rappresenta più deficitariamente l'azione di rinnovamento promessa dalla elezione di Renzi a segretario nel congresso in cui sconfisse Cuperlo, persona seria e stimabile tanto più oggi che ha, pur non condividendo l'azione politica del Segretario deciso di rimanere nel partito e di giocare la sua battaglia politica appoggiando Orlando.

Qui sicuramente occorre fare una riflessione critica, senza paura e senza nascondersi dietro prese di posizioni di parte che non avrebbero senso.

In troppi di noi, noi militanti della periferia, della frontiera della politica, si è avuto in questi anni la sensazione di un partito non governato o messo ai margini dall'attività di governo e questo ha prodotto scoramento e disagio, se non, apertamente dubbi sulla capacità di tenere unite le due funzioni e le due cariche, quella di segretario e quella di capo del Governo.

Tuttavia non possiamo pensare che tutto si risolva semplicemente con l'idea che la separazione ( oggi tra l'altro non prevista dallo Statuto ) dei due incarichi sia foriera della soluzione dei problemi che attanagliano il PD.

Né tanto meno possiamo pensare di seguire una strada diversa da quella che accomuna tutti i leader europei. Il leader del Governo è anche segretario o presidente del partito anche se, poi, lo stesso è gestito da un suo plenipotenziario.

Scritto questo, sorge un dubbio naturale. Ma possiamo veramente pensare che la crisi del partito e i limiti dell'azione politica siano prodotti dal doppio incarico?
Non sarebbe più opportuno chiedersi se realmente oggi un partito liquido come è stato costruito il PD di Veltroni e non certo reso più “solido” da Bersani sia adeguato ad affrontare un quadro politico ed una società “arlecchino” ( Michel Serré) - cioè una società fortemente complessa -, come la nostra?


E questo anche per uscire da una certa ambiguità della discussione e dalla pura strumentalizzazione anche perchè è naturale pensare che il problema della coincidenza dei due incarichi sia sorto quando eletto è stato Renzi, ma non si poneva quando c'erano Veltroni o Bersani.

Il tema non è certo di facile soluzione. Negli ultimi anni ho visto solo dei tentativi di ripensare la nostra organizzazione collettiva, molti abortiti, altri rinunciatari, tutti racchiusi il più delle volte in una diatriba tra partito liquido e partito solido che era ed è molto distante dalla realtà e da un pensare ad una soluzione veramente innovativa.

Oggi noi viviamo ancora nel ricordo della solidità dei partiti ideologici del novecento, ma nello stesso tempo abbiamo voluto costruire una macchina “meticcia” che ha unito la forza e la debolezza oggi del militante con la forza e la debolezza dell'elettore di centrosinistra tanto che, il segretario nazionale del partito, viene eletto sulla base di primarie aperte per garantirsi una maggiore rappresentatività ed anche, riconosciamolo, una maggiore legittimità rispetto al sempre, mai semplice, gioco delle correnti interne e alla caduta della militanza.

Dunque esistono problemi di organizzazione, ma anche problemi di linea politica perché ogni fatto organizzativo in una organizzazione collettiva è frutto di un pensare prima politico, ma possiamo pensare che questo sia tutto imputabile a Renzi? Quanto di questa situazione deriva dal passato e dalle ambiguità organizzative che non sono state sciolte? Quanto di questa situazione deriva dall'assenza di una unità di intenti da parte dei troppi leader che non hanno accettato che il PD sia un partito scalabile e che non è solo di chi è figlio della “ditta” e che quindi chi vince ha il diritto di governare anche se quando si vince si governa, ma non si è padroni del partito e si rappresenta comunque tutti? E quanto deriva dal fatto che ancora non si è capito che un partito plurale è anche maggioranza e minoranza e non esiste più il centralismo democratico?

E ancora, quanto degli errori politici commessi nel partito sono frutto anche di una classe dirigente non completamente conscia della necessità di cambiare pelle in continuazione per adattare il partito a recepire le istanze della società e quindi con nuovi e più moderni modelli interpretativi? quanto dei problemi quotidiani derivano anche da una classe dirigente locale non all'altezza e avvezza solo a scimmiottare il verbo romano del leader di turno?

Sarebbe troppo semplice ridurre tutto a “dovevamo fare non il congresso, ma l'assemblea organizzativa”. Non è questa la risposta corretta e più efficace. I congressi chiariscono gli obiettivi politici, le assemblee organizzative servono a verificare a metà mandato lo stato della situazione. La politica determina le scelte organizzative e le priorità programmatiche e non viceversa.



Dunque anche su questo tema occorre avviare un percorso serio di verifica capace non di stressare il partito e i suoi militanti in continue verifiche organizzative, ma, viceversa, in grado di produrre cultura politica, scuola di politica, leadership nuova, non carrierismo o peggio posti di lavoro per disoccupati organizzati. C'è ancora molto da fare. E' un lavoro prima culturale che organizzativo perchè se non si accettano le regole dello stare insieme in una comunità politica, questa è destinata a finire e finire presto. Ma, soprattutto, perchè non si può fuggire da una legge ferrea della democrazia. Un sistema politico che si fonda sui partiti deve rispettare le regole democratiche al suo interno o ne trasmetterà i vizi e i limiti anche sulla gestione del potere e dello Stato e questo, nel bene o nel male, produce effetti sulla qualità della democrazia.

PD e vocazione maggioritaria

Quando Veltroni nel 2007 lanciò al Lingotto il PD e la vocazione maggioritaria tutto il ceto politico dirigente di allora abbracciò entusiasticamente la scelta ben sapendo che questa avrebbe portato alle dimissioni del Governo Prodi e alla scomparsa della sinistra non PD dal Parlamento, eppure, tutti corsero a mettersi sotto l'ombrello protettivo di Veltroni dopo che, stanchi di vedere ministri che di notte approvavano decreti e leggi al “Consiglio dei Ministri” e di giorno scendevano in piazza a manifestare contro la decisione e il loro governo, questa appariva come la soluzione unica e percorribile per semplificare il sistema e promuovere un centrosinistra di governo capace di decidere e non solo di fare opposizione a Berlusconi.
Dunque forse bisogna anche tornare a quei giorni per leggere meglio quella scelta e le contraddizioni di chi oggi per ragioni diverse sostiene il ritorno al proporzionale come soluzione benefica per il Paese.

Ma da dove nasceva la vocazione maggioritaria e in effetti vuol dire che il PD ha senso solo in un sistema elettorale maggioritario?

Credo che queste due domande siano emerse abbastanza chiaramente dopo la scissione di alcuni amici e compagni di queste ultime settimane, ma hanno anche a che vedere con l'idea stessa di PD e con il tema dell'identità.

Vorrei brevemente partire da questo ultimo tema per cominciare a dire che non credo che oggi nel PD ci sia un problema di identità.

Certo qualcuno può continuare a pensare che Renzi abbia snaturato il PD rinnegando la sua identità di partito di sinistra, ma francamente, credo che questo sia il solito ritornello della “ditta” e di chi sostiene che l'identità è cambiata perché non è lui a comandare la “ditta” e quindi, se non si è parte della storia antica, allora si è chi cambia la pelle e l'identità.



Io penso che il tema sia diverso, molto diverso. Io penso che i congressi servano non per ridefinire l'identità di un partito, ma per individuare una linea politica e per rimettere in sintonia un soggetto collettivo con la società e con la realtà che lo circonda.

Quello che non cambia infatti e non può cambiare è proprio l'identità che nel 2007 ci siamo dati e cioè il ruolo storico che questo partito riformatore di centrosinistra si è dato.

Quale era il ruolo storico che ci si è dati nel 2007 con la fondazione del PD?

Quello di creare un partito di centrosinistra capace di porsi come forza di governo riformatrice in grado di prendere il meglio delle storie collettive del passato, di quelle storie che avevano portato l'Italia fuori dalla seconda guerra mondiale, ridato dignità ad un Paese attraverso la Resistenza, costruito una democrazia e contribuito ad affrancarci dalla povertà e facendo dell'Italia uno dei Paesi più sviluppati dell'occidente.

Possiamo discutere quanto vogliamo sulla fusione fredda, sul fatto che il PD sia nato prima tra un ceto politico rispetto a “nuovi militanti”, i c.d. “nativi democratici”.

Tutto vero, tutti limiti che abbiamo sperimentato in anni di sconfitte ad opera del berlusconismo, ma tutto superato grazie anche ai sacrifici di migliaia e migliaia di militanti che hanno continuato a credere nella possibilità di costruire non la prosecuzione di storie del novecento, ma una nuova storia capace di portare qualcosa di nuovo, nuove politiche e nuove soluzioni per problemi antichi.

Su questo tema, sul vero senso della fondazione del PD, del suo rapporto con i valori e con le storie passate credo che sia emblematico l'intervento, il bell'intervento fatto da Luigi Berlinguer al Lingotto qualche giorno fa in occasione del lancio della candidatura di Matteo Renzi a segretario Nazionale. (www.radioradicale.it/scheda/502529/lingotto-17-tornare-a-casa-per-ripartire-insieme-terza-giornata?i=3681989 ).

Ecco brevissimamente alcuni passaggi: “Io c'ero al Lingotto. Ricordo l'emozione, un fatto enorme, e il fatto che il PD abbia continuato a vivere e questo è già un dato......Il comunismo me lo sento dentro, quegli ideali a cui abbiamo dedicato una intera esistenza con passione e devozione. Non sono un ex, sono nel PD, non perché non ho memoria, ma perché quella memoria diventi parte di un tutto..... Non cerco rifugio di qualcosa che viene da lontano, ma sento un po' futuro, mi sento futuro, mi sento che si deve vivere nel futuro, il PD è un altra cosa.......non possiamo interpretare il futuro con le categorie del passato, ma occorre mettere a frutto quelle categorie del passato con nuove interpretazioni
L'equità è un valore, ma oggi l'equità è funzionale all'attività complessiva che serve non solo perchè è giusta, è un passo avanti del pd.
Che cosa ha dato questa stagione politica e questo governo........progetti e misure sociali, sono misure di sinistra....perché si sono scelte, perché nel PD c'è una sensibilità sociale parte integrante della nostra politica. La scuola veniva tagliata prima, non c'erano soldi. Centomila nuovi docenti e tre miliardi di investimenti..... Io appoggio Renzi perché è un uomo del fare. Effe voce del verbo fare e non fa annunci, fa, sono dei fatti, io non tollero il progressismo della logorrea che parla parla e non conclude mai.
Non è stato facile convincermi. Anche difronte ai fatti un irriducibile come me si è dovuto convincere, io provo fastidio di fronte a questi irriducibili ideologismi bisogna costruire un partito, i partiti stanno sparendo e il nostro è liquido. I partiti sono caduti perché caduta l'ideologia. La democrazia, la politica si costruisce nel quotidiano attraverso una elaborazione costante e confronto........” .

Solo alcuni brevissimi cenni. Consiglio a tutti di ascoltare la registrazione, di vedere il video perchè le parole dette e l'emozione del testimone della politica sono l'esempio di quanta strada abbia comunque fatto il PD e di quanto sentimento comune ci sia ormai anche nei protagonisti di stagione passate e diverse, protagonisti che hanno il coraggio della forza della politica e la capacità di sposare il sapore di futuro senza per questo diventare parte di un qualsiasi “cerchio magico” o di reduci nostalgici.

Dal Lingotto al Lingotto

Il nuovo Lingotto rappresenta, a parere mio, l'apertura di una nuova fase politica.
A me hanno sempre spiegato che la politica si evolve, non rimane mai ferma e che se produce effetti produce anche cambiamenti e quindi nuovi approcci e nuove strategie.

A mio parere con questo incontro si è aperta una nuova fase politica, una fase che porta argomenti nuovi per interpretare la realtà, ma anche nuova “grammatica” per consentire anche a chi non aveva sostenuto Renzi in passato di potersi riconoscere in una nuova proposta e in una nuova azione politica.

Non voglio qui riassumere la mozione frutto dei lavori del Lingotto ( www.matteorenzi.it/mozione ), è più utile andare a leggerla e pensare a come incrementarla perchè il senso dell'inclusione e dell'apertura non solo è evidente, ma costituisce il corpus centrale di questa nuova fase politica.

Quello che vorrei fare è proseguire nel ragionamento che ho cercato di elaborare nella pagine precedenti e che ho sentito in qualche modo in sintonia con gli interventi del Lingotto.
Quello su cui vorrei insistere è proprio il tema ( mi faccio ancora aiutare da Luigi Berlinguer in questo ) dell'esperienza di Governo dimostrata in questi tre anni.


Per la prima volta dopo molto tempo siamo riusciti a manifestare concretezza ad un agire politico. A distinguere tra la chiacchiera logorroica e soluzioni capaci. Molte comprese, altre meno, ma sicuramente in grado di dare un senso di marcia ad una ripresa della centralità della politica.

Sono state fatte politiche attente a temi sociali. Sono stati messi a disposizione risorse economiche. Sono stati messi per la prima volta dopo molti anni soldi sul capitolo scuola. Si è portata avanti la legge sulle unioni civili, sul dopo di noi, sullo spreco alimentare, si è fatta la riforma del terzo settore.

Molte cose sono state fatte. Molte molto bene, alcune meno, altre non hanno dato i risultati che ci si aspettava. E però abbiamo mosso le acque. Si è riaperta la partita di un Paese che sembrava destinato a chiudersi nel proprio declino e nella propria stanca rassegnazione.

Ecco credo che il merito dell'azione e del Governo Renzi di questi anni sia proprio questo. Aver rotto la spirale della rassegnazione e aver ridato una speranza anche attraverso la politica.

Scrive il poeta Hikmet “ Il più bello dei mari/ è quello che non navigammo/ Il più bello dei nostri figli/ non è ancora cresciuto. /I più belli dei nostri giorni / non li abbiamo ancora vissuti./ E quello che vorrei dirti di più bello / non t l'ho ancora detto.”

E' un inno alla speranza e al futuro. Sono versi poetici, ma che possono adattarsi anche a noi, al nostro desiderio di nuovo e di ricerca del futuro, al desiderio di profumo di futuro.

Certamente non dobbiamo nascondere i limiti dell'azione di governo. Sappiamo bene che non tutto è andato come doveva.

Certamente occorre rivedere il rapporto con i corpi intermedi, con quelle frange del Paese che si sentono lontane dalla politica e abbandonate. Troppa sofferenza c'è ancora in chi non riesce a trovare lavoro, ad avere l'assistenza dello Stato, ad avere la possibilità di affrancarsi dalla povertà e di guardare avanti con fiducia.
Tutte situazioni che conosciamo e che, chi come me, da amministratore combatte quotidianamente per superarle anche con l'aiuto del Governo.

Ebbene io credo che questo sia il punto di partenza sottolineato giustamente al nuovo Lingotto. La positività di una azione di governo che deve essere portata avanti, la capacità di uscire dall'eccessiva personalizzazione senza per questo rinunciare ad una leadership forte e nello stesso tempo, la ricerca di nuovi paradigmi interpretativi per comprendere come è cambiata anche in questi ultimi anni la società italiana.


Non dalla politica, ma dalla società occorre partire se si vuole proporre una nuova politica di governo.

Non è il primato dell'una sull'altra, ma il recupero di distinti ruoli e compiti. La politica non determina la società, se ne fa interprete, corregge le storture e impedisce che prevalga la legge del più forte assumendo iniziative e facendosi portatore della difesa dei più deboli. Questa si chiama giustizia sociale e questo è il compito fondamentale per una forza di centrosinistra.

Conclusioni

Sostanzialmente vorrei ragionare su due motivazioni principali che oggi mi portano a sostenere la candidatura di Renzi in questo congresso.
Il tentativo non completamente riuscito in questi tre anni, ma che certamente va recuperato se non, addirittura, potenziato del ruolo della politica, della necessità
della centralità della politica rispetto ad altri poteri decisionali ed ad altri ruoli e la politica del fare messa in atto dall'azione di Governo fin qui dimostrata.
Sappiamo bene da tempo che la politica è stata indebolita in questi ultimi decenni. I motivi sono diversi, alcuni riconducibili alla politica stessa, così come ai politici. Certamente c'è stato anche un coincidere di opposti interessi affinché la politica fosse in generale indebolita rispetto ad altri decisori non eletti democraticamente né totalmente trasparenti nell'evidenza degli interessi che rappresentano.

Dunque nel vuoto della politica, si sono fatte avanti forze ed interessi che hanno interpretato la globalizzazione a modo loro, a totale soddisfazione di ragioni economiche o di ceti privilegiati lasciando alla politica paradossalmente le colpe e gli strali della gente che, ovviamente, in un simile frangente si è sentita abbandonata e sola ad affrontare la crisi economica e i cambiamenti del mondo.

Situazioni come queste sono comuni in tutto il mondo, ma è evidente che le tensioni maggiori si riscontrano nei paesi dove la crisi si è innestata su situazioni già fragili e stati di crisi già esistenti e il nostro Paese è uno di questi e forse uno dei più esposti.
Di qui, a mio parere, la necessità impellente di recuperare spazi di manovra e ruolo per la politica per governare i cambiamenti e renderli compatibili con i bisogni delle persone.

Questo, io credo in questi ultimi anni, sia stato il tentativo fatto da Renzi. Certo non tutto è andato come doveva, ma oggi, prima volta dopo molto tempo, il centrosinistra ha un leader che può giocarsi questa partita e che può tenere una rotta di confronto con l'Europa, con il Paese e con i diversi interessi.

Questa è anche la sfida che ci si prospetta per i prossimi anni. Se infatti noi non recupereremo questo ruolo allora a rischio sarà non la tenuta Paese, ma la democrazia che abbiamo costruito nell'Italia repubblicana, quella uscita dalla resistenza e dai padri costituenti.

Il secondo elemento, come scrivevo poc'anzi, è il ruolo di Governo, l'attività svolta in questi anni e le prospettive messe in atto.

Oggi paradossalmente noi non ci troviamo a votare il semplice segretario, ma colui che, anche in un sistema proporzionale, dovrà guidarci alle elezioni, dovrà avere la capacità politica di condurre una campagna elettorale diversa, arrembante perchè nuova rispetto al passato e con capacità importanti nel creare le condizioni di empatia con gli elettori, ma anche di diffondere un sentimento di cambiamento e di speranza verso il futuro.

Accanto a questo, ovviamente, io penso che si dovrà costruire una leadership diffusa perché una storia collettiva può avere un senso ed un futuro solo se si costruisce anche un senso di appartenenza e si distribuisce la responsabilità.
Quello che ha fatto il Governo Renzi in questi anni è stato importante perchè ha rappresentato uno stile diverso rispetto a quello che abbiamo visto anche in esperienze nostre precedenti.

Certo tutto si poteva fare meglio, ma dobbiamo anche ricordarci che non c'è un monocolore PD al Governo, ma una coalizione e sappiamo bene che le coalizioni devono tenere in conto di molti aspetti.


Quello che ritengo, tuttavia, fondamentale è però la prospettiva. Con il Governo Renzi si è cambiato orizzonte, si è posto l'accento su temi che da diverso tempo non venivano toccati e si sono rotti i tabù e la logica dei veti incrociati e si è cominciato ad affrontare i problemi rinunciando alla prassi del rinvio.

Ora non tutte le soluzioni sono state adeguate. Non sempre è valido il metodo della decisione sulla concertazione, tuttavia, non possiamo negare quanto il Paese avesse bisogno di un segnale, di uno shock per rimettersi in carreggiata rispetto ad una sorta di rassegnata accettazione della propria decadenza.

Post conclusioni

Si è aperta una nuova fase politica, una fase che certamente parte dalla sconfitta del 4 dicembre scorso, ma anche dalle tante cose belle e importanti che sono state fatte nei mille giorni di Governo.

Come ogni fase della politica, dopo una sconfitta è più facile farsi prendere dallo smarrimento e fermarsi, dimenticando le cose fatte ed addirittura sminuendo il loro valore, come se una sconfitta ( e in politica di perde anche ) dovesse spingere a gettare via tutto quello che di buono si è riusciti a fare.


Io penso che la politica non sia una partita di calcio dove si vince o si perde.

La politica è complessità e dalla complessità bisogna imparare, studiare, dotarsi di categorie interpretative per meglio leggere la realtà e entrare in sintonia con ciò che ci circonda.

Oggi a Renzi si chiede non solo la carica emozionale capace di interagire e di smuovere le acque chete della politica così come dell'amministrazione, ma anche di costruire una classe dirigente all'altezza della situazione ed un partito che sappia “ascoltare”, che sappia leggere e capire.

Ma si chiede anche un'altra cosa. Si chiede di non interrompere il cammino avviato con l'azione di Governo e muoversi sulla spinta di quell'esperienza per mettere in campo anche nuove energie, per giocare il ruolo dell'inclusione e dell'inclusione attiva, in definitiva “Il PD deve farsi portatore di un riformismo empatico e popolare, che “senta” i problemi ancora prima di risolverli, togliendo così la terra sotto i piedi a ogni genere di populismo. Oggi l'unico modo per farlo è riscoprire la capacità di governare un cambiamento sempre più rapido e spiazzante, restituire alla politica democratica il suo primato e questo non solo nella sempre angusta dimensione nazionale. La politica deve mirare al tempo stesso più in alto e più in basso: deve puntare a incidere sulle dinamiche sovranazionali, sui processi economici globali, sulle grandi questioni internazionali, ma anche sulla vita quotidiana delle nostre comunità. E deve farlo perchè la crescente diseguaglianza delle società occidentali non è solo un problema economico. Tantomeno in Italia, dove questa disparità è rappresentata dal persistere di un'antica e ancora irrisolta questione meridionale, che non può non essere il primo banco di prova di qualunque serio impegno riformatore.” ( tratto dal documento congressuale a sostengo di Matteo Renzi ).

Io penso che questi obiettivi siano oggi perseguibili proprio in ragione di quanto è stato fatto fino ad ora attraverso la candidatura di Renzi, una candidatura che può dispiegare ancora molto ed essere in grado di produrre l'attivarsi di energie nuove e diverse in grado di costruire una nuova “ grammatica politica “ e soprattutto, cosa ben più importante, vedo nella mozione a sostegno di questa candidatura che non è solo quella a segretario, ma anche a candidato premier i contenuti collettivi, i motivi per continuare a proseguire la via del riformismo forte di cui ha bisogno questo Paese.

Roberto Molinari
Direzione P.le PD Varese


robymolinari.redsky@libero.it


“Quel che distingue lo statista dal mero politico è la sua superiore capacità di comprensione della situazione oggettiva e, di conseguenza, anche dell'opinione diffusa. Mentre entrambi sono limitati nella loro azione alla sola sfera dell'opinione superficiale, l'uomo di stato agisce coscientemente sull'opinione superficiale con lo scopo di modificare la situazione oggettiva, non soltanto per restare al potere ( come deve fare qualsiasi politico), bensì per finalità che trascendono la scena politica. In breve, egli tenta di usare il proprio potere in parte per organizzare il pubblico nella fase temporanea, sino a che le condizioni non mutino; in parte, se possibile, per determinare egli stesso un mutamento favorevole di tali condizioni. Per quanto limitato possa essere tale cambiamento, esso può essere sufficiente a modificare l'opinione diffusa e, così, a imprimere effetti opposti agli stimoli politici, fino a sprigionare una serie di reazioni positive a catena”. ( Karl Polanyi “ Opinione pubblica e arte di governo ).


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