Civiltà, Non muri ma ponti

"Avvenire" del 23 maggio 2017

Gianfranco Ravasi ( 23 maggio 2017 )

"Passare dalla multiculturalità alla interculturalità è l'urgenza di questo tempo. Un'analisi del cardinale Ravasi ricordando padre Ernesto Balducci, che nel 1985 aveva già previsto gli odierni scenari..."

Idee. Ravasi: «Civiltà, Non muri ma ponti»


Passare dalla multiculturalità alla interculturalità è l'urgenza di questo tempo. Un'analisi del cardinale Ravasi ricordando padre Ernesto Balducci, che nel 1985 aveva già previsto gli odierni scenari


A un ponte aveva dedicato, fin nel titolo, il suo romanzo più celebre lo scrittore serbo-croato Ivo Andric, Nobel nel 1961: Il ponte sulla Drina s’intitolava appunto la sua opera più nota, pubblicata nel 1945 e tradotta in italiano nel 1960. È proprio da quel testo che vogliamo estrarre una deliziosa parabola musulmana messa in bocca al protagonista, il giovane Mehmed Ali, un cristiano deportato dai turchi e destinato a diventare vizir e a edificare quel ponte reale e simbolico al tempo stesso, luogo di incontro tra due etnie e religioni. Ascoltiamo il racconto che idealmente incarna il tema sul quale papa Francesco insiste quando invita ad abbattere i muri e a costruire i ponti.


«Ecco come venne eretto il primo ponte del mondo. Quando Allah il potente ebbe creato questo mondo, la terra era piana e liscia come una bellissima padella di smalto. Ciò dispiaceva al demonio, che invidiava all’uomo quel dono di Dio. E mentre essa era ancora quale era uscita dalle mani divine, umida e molle come una scodella non cotta, egli si avvicinò di soppiatto e con le unghie graffiò il volto della terra di Dio quanto più profondamente poté. Così, come narra la storia, nacquero profondi fiumi e abissi che separano una regione dall’altra. [...] Si dispiacque Allah quando vide che cosa aveva fatto quel maledetto; ma poiché non poteva tornare all’opera che il demonio con le sue mani aveva contaminato, inviò i suoi angeli affinché aiutassero e confortassero gli uomini. Quando gli angeli si accorsero che gli sventurati uomini non potevano superare i burroni e gli abissi per svolgere le loro attività, al di sopra di quei punti spiegarono le loro ali e la gente cominciò a passare su di esse. Per questo la più grande buona azione è costruire un ponte» (cap. XVI).


Il contrasto tra i due simboli del ponte e del muro, valorizzato appunto da papa Francesco, è idealmente uno dei fili conduttori dell’opera di padre Ernesto Balducci che ha proprio nel suo noto saggio L’uomo planetario (1985) una sorta di discorso programmatico. L’oscillazione tra queste due metafore è costante nella realtà storica e ha la sua rappresentazione contemporanea nell’antitesi tra populismo/sovranismo/ nazionalismo (il muro) e l’interculturalità/dialogo (il ponte). Il primo polo, quello nazionalista/ etnocentrico, si aggrappa – oltre che alla paura nei confronti del diverso e dei rischi connessi, talora anche reali – alla convinzione del primato assoluto della propria civiltà, in una scala di gradazioni che giungono fino al deprezzamento di altre culture classificate come “primitive” o “barbare”. Lapidaria era già l’affermazione di Tito Livio nelle sue Storie: 'Guerra esiste e sempre esisterà tra i barbari e tutti i greci' (31,29). Questo atteggiamento è riproposto ai nostri giorni sotto la formula dello “scontro di civiltà”, codificata nell’ormai famoso saggio del 1996 del politologo Samuel Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale. In questo testo erano elencate otto culture (occidentale, confuciana, giapponese, islamica, hindu, slavo-ortodossa, latino-americana e africana), enfatizzandone le differenze, così da far scattare nell’Occidente un segnale d’allarme per l’autodifesa del proprio tesoro di valori, assediato da modelli alternativi e dalle «sfide delle società non-occidentali».


Certo è che, se si adotta in assoluto il paradigma dello “scontro delle civiltà”, si entra nella spirale di una guerra infinita, come già aveva intuito Tito Livio. Ai nostri giorni tale modello ha fortuna in alcuni ambienti, soprattutto quando si affronta il rapporto tra Occidente e Islam o quello tra paesi europei e persone migranti e rifugiate, e può essere adattato a manifesto teorico per giustificare operazioni politico- militari di “prevenzione” o di “esportazione” di valori come la democrazia. Questo modello è alla base del sovranismo e dei populismi, mentre in passato avallava interventi di colonizzazione o colonialismo (già i Romani in questo erano maestri). Esso è esplicitamente e radicalmente incarnato nel fondamentalismo islamico che ha nel cosiddetto “Califfato” dell’Isis la sua espressione più emblematica. L’altro polo, l’unico più autenticamente religioso e umanistico, è invece quello dell’interculturalità, una categoria dinamica che è un ben differente approccio rispetto alla cosiddetta “multiculturalità”. Quest’ultima, infatti, è una realtà statica di mera giustapposizione o coesistenza, come accade nei vari quartieri etnici di molte metropoli (si pensi a New York con “Little Italy”, “Chinatown”, il Bronx, il quartiere ebraico e così via). L’interculturalità, invece, si basa sul riconoscimento della diversità come una fioritura necessaria e preziosa della comune radice “umana”, un riconoscimento che si compie senza però perdere la propria specificità.

In questa linea si propone l’attenzione, lo studio, il dialogo con civiltà prima ignorate o remote, ma che ora si affacciano prepotentemente su una ribalta culturale finora occupata dall’Occidente (si pensi, oltre all’Islam, all’India e alla Cina), un affacciarsi che è favorito non solo dall’attuale globalizzazione, ma anche dai nuovi mezzi di comunicazione capaci di varcare ogni frontiera (la rete informatica ne è il simbolo capitale). Queste culture, finora estranee all’Occidente, esigono un’interlocuzione, spesso imposta dalla loro presenza imperiosa, tant’è vero che ormai si tende a parlare non solo di globalizzazione ma anche di “glocalizzazione” come nuovo fenomeno di interazione planetaria. Si deve, dunque, proporre un impegno complesso di confronto e di dialogo, di interscambio culturale e spirituale; si deve creare non un duello bensì un duetto ove le voci possono essere molto differenti (come, ad esempio, accade in musica tra basso e soprano) ma creano armonia.


È questo lo spirito di base della fede cristiana. Certo, l’Incarnazione testimonia che la Parola di Dio si è innestata nella lentezza e opacità della storia, come spesso emerge in molte pagine dell’Antico Testamento ove appaiono forme integralistiche e etnocentriche di stampo sacrale e marziale. Tuttavia non mancano già in quelle pagine larghi squarci luminosi di un universalismo che riconosce una qualità “adamica” prima che “israelitica” in ogni creatura (si leggano molte pagine profetiche di grande respiro, vari scritti sapienziali e lo stesso libretto di Giona). Il vertice sarà raggiunto nel cristianesimo con l’affermazione paolina secondo la quale in Cristo «non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Galati 3,28). È, questo, un discorso molto ampio che esige una specifica ermeneutica testuale ma che comprende anche affermazioni impressionanti già nella Torah biblica, come queste due norme che sarebbero da ricordare costantemente a certi movimenti populisti sedicenti difensori della civiltà ebraico-cristiana: «Vi sarà una sola legge per il nativo e per il forestiero che soggiorna in mezzo a voi» (Esodo 12,49); «Quando un forestiero dimorerà presso di voi nella vostra terra, non lo opprimerete. Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso, perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto» (Levitico 19,33-34).

In una sua conferenza in occasione del centenario della scoperta delle Americhe padre Balducci per contrasto dichiarava: «Quando Colombo, all’alba del 12 ottobre 1492, incontrò i primi indigeni nella piccola isola dei Caraibi, da lui battezzata San Salvador, questo avvenne: l’uomo incontrò se stesso e non si riconobbe». In questa linea la testimonianza di padre Ernesto fu continua, con tutta la carica della sua passione, nella convinzione, come dice il titolo di uno dei suoi ultimi libri, che siamo tutti sul Pianeta Terra, casa comune (1991). Evocando uno degli eventi più tragici e infami del secolo scorso, egli ritrovava un altro simbolo per rappresentare questa fede universale nell’amore e nella vita: «“Una libellula rossa è passata davanti a me. Mi sono alzata col cappello in mano per prenderla quando...”. Così scrisse un’allieva di un collegio, sopravvissuta all’eccidio di Hiroshima. La mano infantile tesa verso una libellula nell’attimo dell’apocalisse è come un simbolo dell’amore dell’uomo per tutto ciò che narra il Poema della vita». Non ci resta, allora, che concludere lasciando ancora la parola a padre Balducci con questo bel Decalogo estratto dalle sue molteplici pagine, spesso segnate dal fuoco dello spirito profetico: «1. Non rassegnarsi ma lottare. 2. Non odiare ma amare. 3. Non reprimere lo sdegno ma esprimerlo in forza costruttiva e servizio. 4. Non calcolare ma rischiare. 5. Non servire i potenti ma i deboli. 6. Non cedere ma credere. 7. Non ripetere ma pensare. 8. Non restare soli ma pregare. 9. Non intristire ma godere l’amicizia. 10. Non chiudere i confini ma aprire gli spazi dello spirito». ”

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