Ma la Lombardia non è la Catalogna

"La Prealpina" del 27 settembre 2017

Roberto Molinari ( 27 settembre 2017 )

Pubblicato oggi questo mio contributo dedicato al referendum del prossimo 22 ottobre

Ma la Lombardia non è la Catalogna

Tra poco meno di un mese saremo chiamati a votare per il referendum consultivo lombardo.
Il quesito si inserisce perfettamente in quella che è la legalità prevista dall'art. 116 comma 3 della nostra costituzione. Insomma, la tanta contestata riforma del centrosinistra del 2001, oggi, a distanza di anni, è utilizzata da Maroni e dal centrodestra per procedere sulla strada del regionalismo differenziato.
Dunque non si tratta di una richiesta di indipendenza né, tanto meno, di autonomia speciale ( del tipo regioni a statuto speciale per intenderci ). Queste ipotesi propagandistiche sono lasciate ai “beoni”, la realtà è un altra.
L'art. 116 comma 3 della Costituzione da la possibilità ad una regione di trattare con lo Stato, assunti e dati alcuni parametri, per poter avere in capo a se alcune funzioni esercitate dallo Stato. E' su questo che i lombardi saranno consultati. Chi dice che con questo referendum avremo l'autonomia e terremo i soldi delle tasse in Lombardia dice una sciocchezza sapendo di dirla. Quello che avremo, se concordato, in una seconda fase con lo Stato centrale saranno più competenza, ovviamente se e solo se, la Regione Lombardia saprà trovare un accordo con lo Stato e che è, di fatto, quello che sta facendo oggi la Regione Emilia Romagna senza spendere 50 milioni di euro con un referendum consultivo.
Fatta questa premessa mi sento di fare alcune considerazioni. Se non ci fosse stata la riforma della Costituzione nel 2001 da parte del centrosinistra è molto probabile che le tensioni di una “questione settentrionale” non ancora risolta sarebbero esplose in maniera fragorosa. Ed è anche per questo che il referendum che si propone oggi non ha la stessa valenza drammatica e dirompente di quello che si svolgerà in Catalogna. Nulla di paragonabile con buona pace dei leghisti che ormai sono un partito “sovranista” e nazionalista distante anni luce da quel tipo di esperienze.
Esiste, invece, una voglia tipica della nostra gente a voler “fare” e a voler fare le cose in proprio perché si ritiene di poterle e saperle fare meglio e soprattutto meglio dello Stato centrale.
Ma soprattutto esiste una tradizione e una storia che vede il Comune come la propria “piccola patria” e l'Istituzione più vicina alla gente e al proprio senso di appartenenza e di identità.
E questo, paradossalmente, nulla ha a che fare con il quesito referendario e con una certa idea leghista che, al centralismo romano sostituisce quello milanese, a tutto discapito della sussidiarietà e dell'autonomia comunale, vere tradizioni lombarde oltre che cultura vissuta da centinaia di amministratori locali.
Paradossalmente questi argomenti, in particolare quello del regionalismo spinto o dell'autonomia sono oggi messi in un angolo perché ridicolizzati dalla Lega in questi anni e questo al di là di un certo “sindacalismo di territorio” fallimentare. È un po' come quello che è accaduto col concetto di patria e di nazione. Ridicolizzati dal fascismo e dai riti di Starace, ci sono voluti decenni prima che un grande Presidente riuscisse a renderli spendibili e accettabili alla massa degli italiani. Oggi viviamo in una situazione simile dove, per l'abuso fatto dal folklore leghista, il concetto di autonomia amministrativa e di regionalismo sono vissuti con preoccupazione e anche con un certo fastidio da molti. Il popolo del centrosinistra non è estraneo a questo sentimento ed è per questo che è importante a mio parere l'appoggio al SI che una parte del PD e degli amministratori lombardi di centrosinistra hanno inteso dare. Dobbiamo svolgere una azione “pedagogica” ricordando a noi stessi, ai nostri elettori, ai nostri militanti che il regionalismo è figlio della miglior cultura dei padri costituenti a partire dalle origini e non è una invenzione di Maroni. Che in Lombardia uomini come Bassetti hanno inventato e governato il primo ente regionale dando impulso a quello che doveva e poteva essere la Regione e che ben altra storia avrebbe avuto anche in anni recenti se uomini come Martinazzoli, il grande Lombardo, avesse potuto dispiegare le proprie capacità amministrative a livello regionale.
Questo referendum non si doveva fare. La strada doveva essere un’ altra. Ma oggi è in campo e noi abbiamo il dovere morale di interpretare al meglio i sentimenti profondi della nostra gente, sentimenti che non sono monopolio di chi ha in tasca il “fazzoletto verde” e nessuna idea. Sentimenti che si sono sempre concretizzati nella richiesta di buona amministrazione, di soluzione ai problemi e nell'idea di libertà e di autonomia come la nostra tradizione comunale ci ha sempre insegnato. Questa è la nostra storia, la nostra tradizione, non la patacca leghista inventata negli ultimi venti anni.

Roberto Molinari
Direzione P.le PD Varese


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