Terza Repubblica?

www.varesereport.it del 7 marzo 2018

Roberto Molinari ( 07 marzo 2018 )

Mio contributo dedicato alle elezioni politiche perse dal PD

Terza repubblica?

Normalmente si usa definire il passaggio da una “Repubblica” ad un'altra quando cambiano gli assetti istituzionali e si assiste ad un cambio di regime politico.
Nella nostra “transizione infinita” i diversi commentatori hanno adottato un altro schema. Si è definito il passaggio dalla prima repubblica, quella nata dalla resistenza e che Scoppola ha chiamato la “Repubblica dei partiti”, alla seconda, nata dopo tangentopoli e la vittoria di Berlusconi, sulla base di un parziale cambio di classe dirigente e di nuove forze politiche.
In sostanza col passaggio dalla prima alla seconda repubblica sono scomparsi i partiti storici, i partiti di massa, ideologici e sono apparsi nuovi attori. Alcuni nati nel frangente della transizione, altri frutto di processi evolutivi rispetto alla loro storia. Ma la caratteristica dominante nella seconda repubblica è stato l'affermarsi del “partito personale” che ha sostituito completamente una storia e diverse tradizioni politiche.
Accanto al “partito personale” dominato da figure di leader carismatiche si è affermato, in questo contesto, anche il partito interprete del “sindacalismo territoriale” la Lega Nord di Bossi tanto da essere oggi il partito più vecchio per anno di fondazione.
Con le elezioni del 4 marzo però ci avviamo, tuttavia, alla “Terza Repubblica”.
Io ovviamente non condivido la retorica di chi dice che è nata la “Repubblica dei cittadini”, come se prima, i cittadini, non esistevano e non contavano. Questo fa parte della “narrazione” dell'ultimo arrivato che nega sempre il passato per promettere un nuovo inizio più democratico e rappresentativo e ammantarsi di valore salvifico. Ma, detto questo io credo che si sia veramente aperta una nuova fase politica e che questa possa portare a nuovi assetti politici e istituzionali.
Provo a dare una chiave di lettura. Innanzitutto abbiamo un Paese spaccato in due e con due visioni per certi versi contrapposte e per altre coincidenti.
Quello che era il partito del “sindacalismo territoriale” la Lega Nord si è evoluto in un partito nazionalista saldamente collocato nell'ambito del populismo di destra che oggi è largamente presente in Europa. La Lega di Salvini a mio parere è il vero vincitore di questa tornata elettorale. E' passata dal 4 al 18%, ha abbandonato la retorica del Nord indipendente per trasformarsi in un partito nazionale, “prima gli italiani” ( che cosa poi voglia dire non si sa ancora ) guadagnando voti in tutto il Paese anche se per buona parte sono ancora concentrati al Nord. Ha fondato la sua campagna elettorale su tre concetti determinanti: la paura dell'immigrato e quindi il senso di insicurezza, la voglia sempre presente sia che si sia lavoratore dipendente o artigiano, di pagare meno tasse ( la famosa flat-tax al 15% ) ed infine l'abbandono della legge Fornero. Insomma, il classico armamentario liberista-populista. Pagare meno tasse ( alla faccia di chi chiede più servizi e uno Stato più efficiente ), andare in pensione prima ( tanto non ci si pone il tema di chi finanzia le pensioni nel lungo periodo e con sistema contributivo ) e dare la caccia all'immigrato clandestino ( ovviamente sono tutti clandestini visto che in Italia i flussi sono bloccati da anni ).
Su questi tre temi Salvini ha sbaragliato gli avversari interni ( non ci sono più quelli della vecchia guardia ) e occupato uno spazio politico quasi egemone al Nord e ottenuti buoni risultati anche in altre parti del Paese. Non solo. Oggi è il leader del centrodestra e ha definitivamente messo nell'angolo Berlusconi, gettando nel panico Forza Italia che è andata male in questa tornata e che ha perso capacità non solo aggregativa, ma anche di centralità di leadersip.
Sul fronte opposto abbiamo invece lo straordinario risultato di “Cinquestelle”. Egemone nei collegi maggioritari del Sud e delle Isole. Ha sbaraccato il centrodestra in Sicilia e stravinto in Sardegna, ma anche in Campania e nelle altre regioni del nostro mezzogiorno facendo risultati a due cifre anche nel resto d'Italia.
La campagna di Di Maio e soci ha sfondato tra i ceti popolari, ma soprattutto ha portato il movimento ad essere il nuovo dominus nella parte del Paese che più ha pagato la crisi economica di questi anni. In sostanza, mentre la Lega pensa ad uno Stato più snello e meno invadente, i “Cinquestelle” hanno vinto promettendo più Stato e più assistenza, rasentando l'assistenzialismo puro, promettendo il reddito di cittadinanza a tutti che reddito di cittadinanza non è, promettendo l'industrializzazione di Stato, le banche di Stato e la mano dello Stato ovunque possibile.
Queste promesse, a detta di tutti gli economisti e i commentatori, senza coperture economiche hanno fatto si che la disperazione di larghi settori del nostro Paese trovasse una valvola di sfogo e che in parte prevalesse il partito del “proviamo anche questi” ( il famoso paq ).
Definire o annoverare i “Cinquestelle” di destra o di sinistra non ha molto senso dato che nel loro programma si intravedono proposte prese dalla sinistra come dalla destra. Direi che il loro approccio è speculare a quello della Lega di Salvini. Populista ( e i populisti sono di destra e di sinistra, statalisti e liberisti ) con una forte tendenza statalista e assistenzialista. Ovviamente io penso che ridurre il loro successo al solo fatto della promessa di soldi a chi non lavora sia fuorviante e banale. Certo hanno avuto cadute in stile Masaniello, ma nel mezzogiorno del Paese la situazione è tragica e non può ricondursi solo ad una cultura largamente maggioritaria che predilige lo Stato alla libera iniziativa.
Francamente, per chiudere il ragionamento sui “Cinquestelle” io penso che nel loro dna ci siano più pericoli che pregi per la nostra democrazia e questo scindendo da quello che è l'elettorato e le ragioni degli elettori “pentastellati” rispetto al movimento in quanto struttura organizzativa politica.
Insomma, nei Cinquestelle, prevalgono molte ombre sulla loro trasparenza, sulla loro finta democrazia interna, sugli atteggiamenti autoritari oltre che sull'uso spregiudicato della democrazia diretta in sostituzione di quella rappresentativa e sull'uso sistematico della delegittimazione, anche attraverso l'insulto gratuito, dell'avversario.
Fatto questo quadro mi sento di fare ancora una valutazione. Come scrivevo prima, i due raggruppamenti, il centrodestra a trazione leghista e il movimento Cinquestelle presentano punti in comune e punti divergenti. Entrambi hanno un bacino di riferimento che può anche essere visto come una sorta di vaso comunicante. Sono anche concorrenziali sotto alcuni aspetti e temi. Hanno la stessa visione sull'immigrazione, hanno le stesse visioni sull'Europa e sulla moneta unica.
Quello che li differenzia, almeno per ora, sono lo statalismo e il tema della sicurezza unito a quello fiscale con la richiesta di pagare meno.
Accanto a questa situazione mi sembra opportuno, prima di cercare di concludere, avviare una prima ipotesi interpretativa sul PD.
Non voglio dilungarmi troppo, non solo per carità di patria, ma perchè il tema PD merita una ulteriore e approfondita riflessione capace di non cadere nella sindrome da autocoscienza da gruppo anonimo.
Il PD esce da questa tornata elettorale completamente sconfitto e ridimensionato nelle sue aspettative e nella sua leadership. È una sonora sconfitta. Detto questo tuttavia si sta già creando un paradosso che è tipico di una nostra cultura, anzi tipico di una cultura dei ceti dirigenti e dei poteri forti.
Il paradosso è che chi è arrivato terzo nella competizione ed è stato sconfitto è al centro del dibattito politico tant'è che sia a destra sia il movimento cinquestelle lo cercano per avere i numeri per formare il nuovo governo.
Un paradosso certo perchè ad esempio i cinquestelle sbraitano che senza di loro non si può fare nulla, ma oggi sono nella stessa situazione del povero Bersani del 2013. Primo partito, ma senza i numeri tant'è che dovette cercarli fuori dal panorama del centrosinistra decretandone la fine politica anzi tempo.
Ora il tema è quasi identico con attori diversi a con parti contrapposte. Quelli che allora si misero sul colle in attesa della mossa degli altri e con la volontà di non fare accordi con nessuno, sono oggi alla ricerca disperata di un interlocutore, lo stesso interlocutore che hanno insultato per cinque anni. Il PD oggi si pone alla opposizione in attesa degli eventi e con la volontà di restituire gli stessi comportamenti subiti in questa legislatura e in campagna elettorale.
Io penso che occorrerà del tempo per vedere come si evolve la situazione politica e vedere se i nuovi leader che puntano a governare il Paese saranno in grado di gestire il post-campagna elettorale. Le campagne elettorali finiscono con il voto, dopo si apre una partita nuova e diversa e bisogna essere attrezzati anche culturalmente per affrontare senza perdite questi momenti.
Circa il PD, io credo, che si debba aprire una lunga discussione al suo interno. Il problema non è accettare di fare il governo con l'uno o con l'altro o non farlo. Questo viene dopo. Il problema è elaborare una chiave di lettura della sconfitta e determinare delle nuove categorie interpretative della società per arrivare a proporre un nuovo paradigma capace di attrarre gli elettori che oggi sono fuggiti in più direzioni.
Rimane poi il problema della linea politica e di come interpretare un disegno che vada bene ad una vasta gamma di elettori che non può essere ricondotta a quelli tradizionali, ma che deve aprirsi per cercare di ritornare ad essere un partito popolare e non una organizzazione che parla alle sole elite. Ma questa è un'altra storia che mi riservo di approfondire prossimamente.

Roberto Molinari
Direzione P.le PD
Varese









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