I fatti e le parole

"La Prealpina" del 2 agosto 2018

Roberto Molinari ( 02 agosto 2018 )

Mio contributo pubblicato oggi sul nostro quotidiano locale

I fatti e le parole

Ci sono eventi che quando si verificano provocano reazioni. Emotive, strumentali, razionali e non. Quando si verificano questi fatti e quando si verificano delle reazioni l'atteggiamento che più è d'uso nel nostro Paese è quello di fare un commento politico, una lettura politica, così che, da qualunque parte la si guardi, si cade in quello che il “grande lombardo” Manzoni ha scritto con lungimiranza nei suoi “Promessi Sposi”. Il buon senso è cosa diversa dal senso comune.
Basterebbe questo per spingere tutti ad un supplemento di coerenza e ad una presa di coscienza di quanto sia oggi utile ed importante, nella società liquida in cui viviamo, pesare le parole che sempre più spesso si spendono e pesarne gli effetti tanto più se pronunciate da chi ricopre incarichi pubblici o rappresenta il Paese.
L'ultimo fatto in ordine temporale, quello di Daisy Osakue, ragazza italiana, anzi della nazionale di atletica, ma di colore è emblematico. Lo è nell'accaduto, lo è nei commenti suscitati.
Io non sono in grado di dire con sicurezza se l'aggressione ha l'aggravante razzista o se frutto di altro. Questo lo stabiliranno le forze di polizia e chi conduce le indagini e già forse questo dovrebbe essere l'atteggiamento più corretto.
Quello che mi appare significativo è però un altro aspetto. E' sotto gli occhi di tutti che da un anno a questa parte la situazione nel nostro Paese è degenerata. E' aumentato il tasso di intolleranza verso chi è percepito come diverso. Diverso perché politicamente schierato da un'altra parte, diverso perché straniero, diverso perché di colore, diverso perché appartiene ad una di quelle minoranze che la gente comune non sopporta. Il sapore dell'odio, perché è di questo che parliamo, sembra essersi diffuso a macchia d'olio nella testa delle persone per cui atteggiamenti come moderazione o freni inibitori sembrano essere stati sostituiti da una una sorta di liberi tutti. I pozzi sono stati avvelenati e le conseguenze si vedono. Io penso che ci sia un nesso tra quello che accade e il peso di parole che in totale libertà sono divenute le parole d'ordine delle coscienze del nostro Paese. Quando si punta tutto al dividere il “noi” dal “loro”. Quando si alzano i toni e si indica una categoria umana, sia essa etnica, una minoranza, un gruppo di persone o di fedeli di un'altra religione, come cosa diversa dal “noi” e la si individua come il problema senza cui staremmo meglio tutti, si fa di più di un semplice esercizio retorico o della bassa propaganda. Si aprono le porte all'imponderabile, si schiude a ciò che non puoi sapere perché non puoi immaginare quante persone potrebbero reagire a quello che dici e sentirsi legittimate se non spinte ad agire. Quanto odio trasudano i social dietro l'anonimato o le bufale? Quanta violenza verbale viene giustificata, derubricata a semplice stupidità anziché condannata? Ma ci ricordiamo cosa sono stati gli anni sessanta e settanta in questo Paese? Ci ricordiamo cosa hanno prodotto le parole d'ordine gridate nelle piazze e nelle università in quegli anni? E quanti morti e feriti ci sono stati perché alle parole qualcuno ha creduto? E quante generazioni sono state rovinate e si sono perdute? Ecco, io credo che chi ricopre nel Paese posizioni di potere dovrebbe avere più memoria di altri di ciò che siamo stati. E dovrebbe avere la responsabilità dell'uso del consenso per abbassare i toni e non per esaltare gli animi e le menti. E' forse pretendere troppo da chi fa politica e da chi governa questo Paese?

Roberto Molinari
Assessore ai Servizi Sociali
Comune di Varese




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