Distruggere non basta

"La Prealpina" dell'8 agosto 2018

Roberto Molinari ( 08 agosto 2018 )

Mio contributo apparso oggi sul quotidiano di Varese.

Distruggere non basta


Il capitalismo, per definizione, è l'unico modello di sviluppo che sistematicamente si distrugge per riprodursi e innovarsi in continuazione.
Ovviamente nei cicli storici l'oscillare del pendolo tra sviluppo e crisi fa si che, non solo si ripetano reazioni già conosciute in altre epoche, ma anche che queste si manifestino con i più improbabili protagonisti.
Sul finire del settecento, in piena rivoluzione industriale, il movimento luddista per protestare contro l'introduzione delle macchine industriali nei processi produttivi ( essenzialmente nel tessile ), si mise a distruggere le stesse macchine con l'errata convinzione che solo sabotando le novità tecnologiche si potevano salvare i posti di lavoro altrimenti persi dagli operai.
La storia ha sempre dimostrato, fino ad ora, tuttavia, che l'innovazione ha si distrutto dei posti di lavoro, ma contemporaneamente ne ha creati altri portando un sempre maggior numero di persone ad avere un lavoro e un aumento della ricchezza e del benessere. Attualmente la globalizzazione che da circa venti anni stiamo vivendo però si sta caratterizzando più per la dimensione della paura che non per quella dell'ottimismo. Paura che l'innovazione tecnologica distrugga posti di lavoro senza crearne di nuovi. Paura che innovazione significhi solo salari insufficienti, lavori poco qualificati e delocalizzazione. Paura che globalizzazione voglia dire multietnicità e immigrato che sottrae lavoro o fa abbassare i salari. Insomma, l'attuale globalizzazione ha prodotto per tutta una serie di errori e di mancato governo dei processi di trasformazione la paura e il rancore come sentimenti diffusi e sfiducia negli strumenti della democrazia come soluzione ai problemi. Si prenda il caso dell'Italia. Gli errori compiuti negli ultimi due decenni dalla politica hanno prodotto la più improbabile classe dirigente del Paese. E così abbiamo Ministri che si esercitano in una campagna elettorale permanente in continua competizione tra loro. Abbiamo una assenza di cultura di governo che si manifesta nella produzione di messaggi contraddittori, dal decreto dignità al tema dei vaccini. Abbiamo una palese assenza di cultura industriale ed economica tant'è che, con pieno furore ideologico, si vogliono bloccare gli investimenti miliardari già fatti, leggasi TAV e TAP, per soddisfare le frange luddiste del corpaccione “cinquestelle” fregandosene, non dico delle penali, ma delle ricadute sulla mancata modernizzazione del Paese e della sua autonomia delle fonti energetiche. Abbiamo improbabili interpreti del cambiamento che l'unica cosa che vorrebbero fare è buttare a mare la democrazia rappresentativa in ragione di non si sa quale meraviglioso scenario. Insomma, la storia sembra ripetersi. Mentre in passato i processi di cambiamento, tuttavia, avevano saputo trovare degli interpreti, sia pure con dei limiti, ora, il nostro Paese ha prodotto una classe politica con i nuovi “luddisti” proprio nei luoghi di governo, proprio là dove si dovrebbe costruire i percorsi di sviluppo. Chissà cosa penserà di questo quel “popolo” lombardo così tanto concreto e così avvezzo al fare che ora si ritrova invece rappresentato dalla più evanescente compagine ideologica che il nostro Paese ha mai avuto.

Roberto Molinari
Direzione P.le PD Varese

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