Si apre un nuovo decennio

www.rmfonline.it dell' 11 gennaio 2020

Roberto Molinari ( 11 gennaio 2020 )

Mio contributo dedicato all'apertura del nuovo decennio e apparso sul settimanale online

Si apre un nuovo decennio

Inizia un nuovo decennio e, la cosa più semplice, sarebbe quella di mettere le mani avanti e di fare un doppio salto mortale mettendolo a confronto con quello di cento anni fa.
Il 1920 per il nostro Paese segna la fine di ciò che gli storici hanno chiamato il “biennio rosso”. Si esauriscono le agitazioni socialiste e rivoluzionarie, le occupazioni delle fabbriche e delle terre da parte dei contadini. Le allora elezioni amministrative vedono un successo ridotto dei socialisti massimalisti, ma, proprio nel 1920 inizia la cavalcata vincente degli “squadristi” e del Fascismo di Mussolini.
Senza proseguire qui di seguito nella descrizione di quel periodo mi permetto di suggerire la lettura del bellissimo libro di Scurati “M, il figlio del secolo” che da una corretta rappresentazione del clima di quegli anni.
Come scrivevo poc'anzi sarebbe un salto mortale mettere in parallelo quegli anni venti con quelli che verranno. Il mondo è cambiato radicalmente rispetto un secolo fa.
Qualche decennio fa si scrisse ad esempio della “fine della storia”, ma sappiamo tutti come invece la storia non ha mai smesso di correre. Così come è del tutto ormai evidente che l'incauto ottimismo che ha pervaso l'inizio del XXI secolo si è dimostrato eccessivo ed effimero impedendoci di cogliere i segnali di allarme che riguardavano la globalizzazione.
Questa è un'epoca dove l'assenza di leader politici con una visione di futuro e di figure unificanti è più che mai visibile tanto da far emergere non solo i mediocri, ma anche soluzioni mediocri a problemi complessi.
Ma, per venire al nostro Paese, a me sembra che possano essere cinque le sfide da raccogliere e da affrontare nel prossimo decennio pena la decadenza e il collasso.
Provo a riassumerle senza nessun intento gerarchico: l'inverno demografico, l'emergenza educativa, la sfida dell'intelligenza artificiale e della robotica, la mobilità sociale e quindi il tema delle diseguaglianze, la qualità della nostra democrazia.
Sarei un supponente se pensassi di poter esaurire in queste poche righe l'analisi del perché ritengo questi cinque argomenti determinanti.
Mi limito a spendere qualche pensiero per cercare di definire le ragioni, la cornice che mi hanno portato a provare a fare questa chiave interpretativa.
Di inverno demografico del nostro Paese se ne parla ormai da molto tempo. Molte sono le ragioni. Culturali, economiche, valoriali e così via. Sicuramente non è pensabile risolvere il problema in poco tempo e vedere i risultati in altrettanti tempi ridotti. Né è pensabile, almeno dal mio punto di vista, ricondurre tutto ad un problema monetario. “Ti aumento gli assegni familiari e tu fai più figli”, estrema banalizzazione e presunta facile soluzione di un problema complesso. Il nostro Paese ha certamente bisogno di più sostegni economici soprattutto ora che il lavoro manca, ma ha bisogno essenzialmente di più servizi a favore della famiglia e per la famiglia. Ha bisogno di una politica che consenta la conciliazione dei tempi, che valorizzi il lavoro femminile, il sacrifico continuo e immenso delle donne. Ha bisogno di un sistema di welfare capace di rispondere ai bisogni e alle necessità. Di un sistema scolastico in grado di aiutare dove le famiglie non arrivano. Ma soprattutto, il nostro Paese, ha bisogno, se vuol sostenere le politiche familiari, di due elementi determinanti. La speranza che il futuro sia migliore e la cultura della vita su tutto il resto. L'emergenza educativa rimane forse l'eredità più problematica del decennio precedente. Non è solo bullismo. È un problema ben più grave. Adulti che non fanno più gli adulti. Famiglie che non sono più tali perché pervase dal nichilismo o perché non più in grado di svolgere i compiti genitoriali. Le agenzie educative in crisi. La scuola sempre più abbandonata a se stessa e caricata di compiti. La Chiesa in difficoltà e con gli altri punti di riferimento tradizionali non più in grado di essere interpreti dei tempi. Insomma, tutto questo ha portato alla situazione in cui siamo ora e che necessità di una riflessione non banale, di strumenti innovativi e di risorse nuove e decisamente superiori alle attuali. Ci vorrebbe un grande piano nazionale capace di mettere insieme tutti i soggetti interessati a un nuovo “contratto sociale”, un nuovo “patto educativo” non rivolto al presente, ma al futuro.
Il prossimo decennio vedrà la più grande “rivoluzione” dopo quella industriale e quella informatica. Cambierà radicalmente la nostra vita, le nostre certezze e il nostro modo di approcciarci a ciò che da sempre da dignità di sé, il lavoro. Decine di posti di lavoro saranno distrutti, ma probabilmente altri ne nasceranno e noi oggi non siamo neanche in grado di immaginare quali. Cambierà la qualità della vita. A tutto questo occorre dare risposte o meglio occorre prepararci e siamo in ritardo. Occorre pensare a come affrontare la “nuova rivoluzione industriale”, a come scommettere sulla capacità di affrontarla, ma anche a come rispondere a chi rischia di essere escluso ed emarginato.
Un Paese che non da speranza di cambiamento, un Paese che non offre ai ceti meno abbienti la possibilità di affrancarsi dal proprio status di nascita è un Paese senza speranza. Ecco perché occorre produrre mobilità sociale. Se non si fa questo avremo tremendi problemi di diseguaglianza e caduta della coesione sociale con l'esplosione di conflitti incontrollabili. Si confermerà l'inverno demografico, si cesserà di investire sul futuro delle persone e daremo sempre più ragioni di fuga alle persone dal nostro Paese. Ad andarsene saranno i migliori. I più preparati, ma anche i più forti e pronti ai cambiamenti. La mobilità sociale è ciò che può dare la speranza, la fiducia di avere un Paese migliore e può dare la garanzia che vale ancora la pena di scommettere su di sé perché i sogni si possano realizzare. Infine la qualità della nostra democrazia non può essere un tema per soli addetti ai lavori.
La qualità della nostra democrazia è una sfida che si inserisce nel tema dell'efficienza che una democrazia deve dimostrare per risolvere i problemi e nella sua capacità di farlo in tempi brevi.
Il metodo liberale posto a fondamento delle nostre democrazie occidentali è sotto attacco. Lo è perché non ha saputo affrontare per tempo il tema degli esclusi dai benefici della globalizzazione. Perché non ha saputo prevedere la caduta dei diritti dei lavoratori e non ha saputo frenare le pulsioni nichiliste presenti nel nostro capitalismo. Aver lasciato che la paura prendesse il sopravvento e che la perdita delle posizioni acquisite diventasse lo spettro che si aggira per i paesi più industrializzati ha fatto si che che anche la qualità della nostra democrazia venisse messa a rischio e alimentata la credenza che la democrazia può anche essere illiberale.
Di qui la necessità, non di resistere ai cambiamenti, ma di far si che la sfida si sposti non sul metodo liberale, ma sulla qualità delle Istituzioni, sulla capacità di farsi carico di chi non ce la fa, di chi deve essere confermato nelle sue possibilità e di chi può essere lasciato libero di agire tenendo in conto però che la libertà deve avere dei limiti altrimenti si distrugge e distrugge una comunità nazionale.
Quando soffia il vento ci sono due modi di reagire. O si costruiscono muri, o si costruiscono mulini. La scelta, nei prossimi anni venti, spetta a noi.

Roberto Molinari
Assessore ai Servizi Sociali
Comune di Varese

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