Cambiamenti

www.robertomolinari.it del 14 agosto 2020

Roberto Molinari ( 15 agosto 2020 )

Da questo mio pezzo è stata tratto spunto per una intervista pubblicata dal quotidiano online malpensa24

Cambiamenti

Siamo in epoca di cambiamenti e questo avviene su tutti i fronti compresi quelli che più riguardano da vicino la politica. De Rosa, storico di matrice cattolica, in uno dei suoi ultimi libri scrisse di “Transizione infinita” per definire il passaggio dalla prima alla seconda repubblica bollando questa ultima come incompiuta e irrealizzata.
Oggi, probabilmente, quel titolo per altre ragioni, è ancora attuale nei suoi intenti. Così, in questa nostra stramba transizione, abbiamo vissuto con una certa ritrosia l'epoca dei partiti personali e ancora di più abbiamo vissuto con disagio alcuni dei temi politici che, a partire dal 92, si sono posti all'attenzione del dibattito politico e ne hanno costituito l'agenda.
Elemento costante, tuttavia, di questo periodo tormentato, almeno per chi considera la politica come non grida fuor di senno, confronto, elaborazione di idee e proposte, elemento costante di tutto questo periodo è, dal mio punto di vista, il continuo sdoganamento e la rincorsa verso il basso del “senso comune” anteposto al manzoniano, tanto per citare un grande lombardo, “buon senso”.
Se si fa memoria si ricordano ancora le trasmissioni del primo grande populista televisivo Funari che, trovando un filone a lui molto congeniale, divenne l'antesignano di tutti i presunti opinon leader della carta stampata e dei talk show che seguirono attraverso il modello “chiacchiera da bar uguale più audience”
Se di questa visione malata dell'informazione grave responsabilità hanno gli operatori del settore certamente non meno grave è stato in questi anni il comportamento dei politici che non solo hanno rincorso questo modello di comunicazione, ma lo hanno portato all'interno del sistema politico e nelle Istituzioni per manipolare il consenso.
Il primo fu certamente Bossi, fondatore della Lega Nord, con le sue sparate intemerate contro i meridionali, il sud del Paese e “Roma ladrona”, ma il secondo in ragione della sua potenza di fuoco e divenuto ben presto il dominus del sistema politico per oltre un ventennio, è sicuramente Silvio Berlusconi, capace di trasformare qualsiasi affermazione in qualcosa di verosimile e di conseguenza in verità assolute e indubitabili.
La parte finale, se così la possiamo considerare, della seconda repubblica ha visto apparire all'orizzonte, tuttavia, nuovi protagonisti e nuovi interpreti sia del partito personale sia del populismo nelle sue diverse declinazioni: Renzi, Salvini, Meloni, Grillo e i cinquestelle, tutti protagonisti o nuovi protagonisti di una ennesima fase di evoluzione del nostro sistema politico e partitico, ma anche degli effetti del fiume carsico che attraversa la nostra società.
Oggi, tuttavia, c'è un elemento di novità perché cambia la natura di un soggetto politico che è stato protagonista negli ultimi 30 anni.
E' di questi giorni, infatti, il passaggio formale, ma anche politico, la trasformazione della Lega Nord di Bossi, il partito attualmente più vecchio nel Paese rispetto a quelli presenti in parlamento, al nuovo partito “Lega per Salvini premier”.
Pensare che questo sia un semplice cambio di nome significa non vedere la differenza antropologica tra le due formazioni, ma anche il diverso orizzonte strategico che si pone alla base di questo nuovo soggetto.
Prima di procedere oltre e prima che qualche ghost writer decida di coprirmi di insulti, mi preme sottolineare come la politica abbia una sua componente importante che è la riflessione e le riflessioni servono per socializzare idee e confrontarsi in totale libertà e quindi, anche quando si firma un contributo non lo si fa certamente con la volontà di vincolare altri alle proprie analisi, ma solo al fine di mantenere decente il dibattito ed evitare che si avvelenino i pozzi della discussione. In secondo luogo, il fatto di scrivere della Lega non vuol dire certamente iscriversi al partito dei “leghisti rossi” o altre amenità, ma semplicemente tentare di porre in una agenda politica argomenti di possibile discussione.
Premesso questo proverei a procedere nel mio ragionamento da due considerazioni.
La prima. La Lega Nord al suo apparire ha rappresentato la paura dei ceti produttivi del nord del Paese di non farcela a reggere la competizione che si andava manifestando con il resto d'Europa per effetto dell'unione monetaria, di qui la nascita della “questione settentrionale”, della richiesta di autonomia come strumento e del rancore verso quella parte del Paese accusato di essere zavorra e palla al piede, il meridione, rispetto al dinamismo del Nord, oltre alla considerazione di ritenere la classe politica ( siamo negli anni novanta ) romano centrica e incapace di tutelare gli interessi delle zone più sviluppate del Paese. Questo mantra di sindacalismo di territorio unito ad altri particolarmente folkoristici ha di fatto caratterizzato tutta l'esperienza leghista tanto da attrarre i voti anche dei ceti popolari tradizionalmente orientati a sinistra e questo sino all'attuale momento di passaggio dalla Lega Nord al partito di Salvini.
Seconda considerazione. Il PD. Il debutto del partito Democratico nello scenario politico italiano ha determinato la scomparsa o meglio l'emarginazione della sinistra radicale, la sua frammentazione in numerose sigle irrilevanti e la costruzione, appunto del PD, di una formazione capace di raccogliere, per la prima volta in maniera unitaria le tradizioni riformiste di tutti gli orientamenti presenti storicamente nel nostro Paese e provenienti dalla lotta partigiana, in una formazione che si voleva capace di rappresentare tradizione democratica, modernità ed europeismo nel XXI secolo. Quanto poi questo sia avvenuto, come sappiamo e come constatiamo ogni giorno, è ancora tutto da verificare ed anzi potremmo scrivere, senza ombra di smentita, che il cantiere PD è tuttora aperto.
Queste due considerazioni apparentemente contrapposte mi aiutano di fatto a costruire un ragionamento che a me pare possa essere opportuno in un momento come questo.
La Lega, almeno dal mio punto di vista, ha condizionato con la sua presenza politica e con i suoi contenuti il dibattito politico dagli anni novanta in poi sia sul tema dell'autonomia regionale sia su quello più complesso della questione “settentrionale”.
Alzando i toni in continuazione e gettando in campo parole d'ordine come federalismo, indipendenza dei popoli del nord, sciopero fiscale etc, etc, di fatto si è determinata una agenda politica che, non solo ha spostato le priorità, ma ha anche dettato i confini del dibattito e delle soluzioni costruite.
Ovviamente io ho una mia teoria al riguardo nel senso che ritengo che la Lega abbia registrato con il suo consenso elettorale negli anni un disagio, ma che, anche per effetto di una classe politica più avvezza al tatticismo che ad un orizzonte strategico, abbia alla fine formulato e spinto per soluzioni inadeguate e incapaci di rispondere in maniera efficace ad un nuovo assetto istituzionale del Paese più adatto alle nuove esigenze di modernizzazione e di competizione nel mondo globalizzato.
Di questo, tuttavia, anche il centrosinistra è responsabile con la sua riforma del titolo V della Costituzione di cui, noi oggi, vediamo tutti i limiti.
Dunque, per ritornare alla Lega Nord io vedo due punti fermi. L'inadeguatezza delle soluzioni rispetto all'autonomia e alla questione settentrionale e il tramonto identitario contrapposto al nuovo percorso di Salvini.
Il nuovo partito di Salvini non è la continuità della vecchia Lega, ma la sua evoluzione in una formazione di destra radicale e nazionalista che nulla ha che vedere con la questione settentrionale, con l'autonomia regionale e con la necessità di interpretare gli interessi della parte più moderna del Paese.
Ma, se in politica ogni azione determina una reazione uguale e contraria, questo cambio di passo di uno degli attori principali, determina di conseguenza che si aprano ampi spazi di manovra nel vuoto politico lasciato dalla Lega.
E dunque il tema dell'autonomia, il tema della questione settentrionale e di come interpretare in maniera finalmente equilibrata gli interessi economici e non solo della parte più produttiva del Paese, forse, per la prima volta dopo tre decenni, possono cessare di essere ostaggio del leghismo e ritornare al centro di un dibattito con un nuovo spirito e con modalità nuove e meno confliggenti rispetto al resto dell'Italia.
E qui si pone la domanda se il PD può, vuole ed è in grado di raccogliere la sfida riformista di un diverso assetto del Paese, dei suoi poteri decisionali, della sua rappresentatività. Personalmente mi ritengo un regionalista convinto. Non credo ad una Italia federale e penso che per fuggire a tutte le tentazioni neocentraliste occorra veramente fare uno sforzo di fantasia in grado di investire sui comuni, sulle province ( come strumento tra i comuni e la regione che forse occorrerebbe rimettere in sesto ), su di un grado di autonomia regionale rivisto e su di un Parlamento rappresentativo e capace di tenere insieme i territori, ma anche gli interessi del Paese.
Ragionare di queste cose non vuol dire giocare a sostituire la Lega qui al nord, ma vuol dire portare a riflettere soluzioni allontanandosi dalla logica dei pozzi avvelenati che ci hanno impedito da un lato, di proporre un assetto diverso del Paese senza cadere nella retorica, banale e semplicistica dell'indipendentismo padano e dall'altro, evitare di cadere nella facile soluzione e, per certi versi rassicurante, del centralismo tout court che per noi vuol dire, paradossalmente, allontanarsi anche da quell'idea di Europa delle regioni che, viceversa, sta prendendo sempre più corpo come antidoto alle tecnocrazie e alle oligarchie economiche.

Roberto Molinari
Direzione Ple. PD Varese








Materiale: