Lettere

"Famiglia Cristiana" n. 24 del 14 giugno 2009

Don Antonio Sciortino ( 14 giugno 2009 )

Un lettore di Famiglia Cristiana scrive al direttore...




IL VANGELO NON È UN PROGRAMMA POLITICO. MA PUÒ ISPIRARE LA POLITICA E I POLITICI

..."STRANIERO E MI AVETE OSPITATO"

Bisogna avere la forza di dire che il giusto e il vero non si stabiliscono con sondaggi o con la conta dei voti. Ci sono dei livelli minimi di moralità che non possono essere ignorati.



Innanzitutto, mi permetta di ringraziarla perché Famiglia Cristiana è ormai l’unico giornale che sa essere critico verso ciò che non risponde alle linee del Vangelo. Da tempo avete dimostrato il coraggio di mettervi contro chi sa solo cavalcare e alimentare le paure della gente. Mi riferisco a quelle leggi che ci stanno facendo scivolare verso uno Stato xenofobo, nel completo disinteresse degli italiani, che ormai non si scandalizzano più di nulla.

Le scrivo, tuttavia, per esprimere la mia opinione su alcuni atteggiamenti della Chiesa. Sono molto sollevato che, finalmente, persone come monsignor Marchetto abbiano parlato con chiarezza e fuori dai denti sui temi dell’immigrazione. Devo, però, constatare un silenzio più generale della gerarchia che, in nome della salvaguardia di comuni princìpi cristiani, appoggia chi ci governa. Ma io mi indigno contro chi usa la Chiesa per i propri fini e poi approva leggi che fanno a pugni col Vangelo. Cito solo l’invito disatteso: <>.

Nonostante sia rincuorato da alcuni recenti interventi della Conferenza episcopale italiana (Cei) a difesa degli immigrati, noto ancora una generale freddezza delle Chiese locali. Vivo in Lombardia (in provincia di Bergamo), e salvo alcuni interventi del cardinale Tettamanzi, nessun altro vescovo è intervenuto pubblicamente su provvedimenti poco rispettosi di un essere umano. Ho l’impressione che siano più tutelati gli animali che gli immigrati.

Nelle chiese non sento mai una predica sul rispetto che il Vangelo esige verso le persone e gli stranieri: nella Bibbia lo straniero era immagine di Dio, che passava nella propria vita; ora sento solo omelie apatiche e incapaci di sferzare le coscienze dei cristiani.

So di rivolgere le mie parole a un giornale che ha sempre dimostrato grande sensibilità su questi temi. Ma le scrivo anche con tanta amarezza nel cuore, perché non vedo una soluzione al crescente imbarbarimento della società, di cui la politica non è altro che lo specchio. A volte, penso che debba avvenire una qualche catastrofe per farci rinsavire e ricordare quando i poveracci eravamo noi. Italiani brava gente? Non direi proprio! Con sconforto.

Massimo


(risposta di Don Antonio Sciortino )

Caro Massimo, in quanto cristiano tu condividi e ti riconosci nelle posizioni di Famiglia Cristiana in merito all’immigrazione. Il tuo plauso – e quello di tanti altri lettori – mi fa piacere. È, però, l’occasione opportuna per precisare che la nostra critica ad alcuni provvedimenti del Governo e dei partiti che lo sostengono non è di natura politica. In una democrazia è pienamente legittimo che ci siano opinioni discordanti su ciò che è giusto e utile fare, e che le decisioni vengano prese secondo la dinamica di maggioranza e opposizione. Questa dialettica politica ha i suoi difetti. Per mettere subito a fuoco il più evidente: non è detto che la maggioranza abbia una visione etica migliore della minoranza; i più potrebbero far blocco per difendere interessi consolidati e privare le minoranze dei propri legittimi diritti.

La maggioranza dei bianchi, proprietari delle piantagioni di cotone negli Stati meridionali Usa, nell’Ottocento, riteneva giusta l’istituzione della schiavitù. E in Germania, nel Novecento, la quasi totalità del popolo tedesco ha accettato la teoria e la pratica della discriminazione in base alla razza (qualcosa di analogo è avvenuto anche in Italia, dove gli ebrei sono stati cacciati per legge dagli uffici pubblici, nella generale acquiescenza degli italiani non ebrei).

Bisogna avere la forza di dire che il giusto e il vero non si stabiliscono con sondaggi o la conta dei voti. Ci sono dei livelli minimi di moralità che dobbiamo essere capaci di affermare, anche nell’ipotesi che la maggioranza, o addirittura la totalità stessa dei cittadini, li negasse.

Questo è il compito che rivendichiamo alla ragione. Ma c’è un altro punto di vista che ci può portare in aperto contrasto con le opinioni più diffuse: è quello che possiamo chiamare "profetico". I profeti non sono quelli che fanno previsioni sugli eventi futuri; hanno, piuttosto, la pretesa di svelarci come sono le cose davanti a Dio. La tradizione ebraico-cristiana è popolata di tante voci di profeti: da quelli dell’Antico Testamento fino a Gesù, lo stesso Figlio di Dio.

Se rileggiamo il discorso della Montagna, il più alto proclama profetico che sconvolge il nostro modo di vedere gli esseri umani e la loro organizzazione sociale, è naturale chiedersi chi è "beato" secondo il Vangelo: i ricchi o i poveri, i primi o gli ultimi della scala sociale? Quando parliamo di valori cristiani è a questo modello che facciamo riferimento.

Certo, il discorso profetico non può diventare un programma politico (anche se può ispirarlo). Quando il Vangelo è tradotto in pratica nel modo più radicale (pensiamo a san Francesco d’Assisi e alla sua regola "sine glossa"), richiede, inevitabilmente, qualche correttivo per diventare istituzione e durare nel tempo. La profezia, però, può mettere in discussione la politica.

In nome della religione, e anche in nome della stessa etica razionale, ci domandiamo se l’atteggiamento che stiamo prendendo oggi in Italia, ad esempio nei confronti degli stranieri e degli immigrati, sia sostenibile dal punto di vista morale. Il fatto che sia proposto dalla maggioranza numerica non è una buona ragione, tanto meno ci rassicura. Non sarebbe la prima volta che i più, accecati dal proprio interesse, sono scesi al di sotto del "minimo morale".

E allora, ben vengano le mediazioni e anche i necessari compromessi politici, ma senza che sia spenta la ricerca del bene morale e del bene comune, che tanto la ragione quanto la fede ci additano molto più in alto dei nostri interessi particolari e immediati.


D.A.

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