Obbedienti ma in piedi

mensile Jesus del 7 luglio 2008

Annachiara Valle ( 13 luglio 2008 )

L'Azione Cattolica italiana ha rinnovato il suo vertice. Ecco l'intervista al nuovo presidente Franco Milano. (www.stpauls.it/jesus )


Obbediente ma in piedi
Annachiara Valle


Dopo un triennio difficile, che ha spinto il presidente uscente Luigi Alici a non ricandidarsi per un secondo mandato, alla guida dell’associazione arriva Franco Miano, un presidente nel segno della continuità.

Un’Azione cattolica «a due velocità: più forte al Sud e più in sofferenza al Nord». Un’associazione che predilige «il dialogo diretto con la gente evitando i gesti eclatanti e rumorosi, e spendendosi, invece, con discrezione nella quotidianità». Una realtà che conta circa 400 mila tesserati e il doppio di "simpatizzanti". Che ha dato all’Italia «energie, intelligenze e impegno per la costruzione e la difesa di un patrimonio di valori condivisi codificati nella Costituzione». E che vuole continuare a essere «rete per il Paese e punto di riferimento per la Chiesa e per il mondo».


Luigi Alici, nel giorno in cui lascia la presidenza nazionale per fine mandato, descrive così l’Ac, che ha guidato per tre anni. Un triennio duro, che lo ha visto girare l’Italia per verificare lo stato di salute della base e rilanciarne l’impegno, durante il quale ha lavorato per fermare l’emorragia di soci e invertire il trend di iscrizioni, per rafforzare l’autonomia dell’associazione e ricollocarla nell’alveo di una collaborazione, fedele ma adulta, con le gerarchie.
Non sono più i tempi degli scontri frontali di monticoniana memoria, degli interventi pressanti per "normalizzare" l’Ac, degli "schiaffi" dati all’associazione, per preferire i più docili movimenti. I vescovi oggi tornano a esprimere simpatia per un’associazione che ha tenuto vive le parrocchie e si è spesa per l’evangelizzazione. E chiedono nuova collaborazione. Invito che l’associazione accoglie "obbediente, ma in piedi", come usa dire. Non che adesso sia tutto rose e fiori o che non sia costato tenere dritta la schiena anche in questi tre anni. Appuntamenti non proprio vicini al modo di esprimersi dell’associazione, come il raduno di piazza San Giovanni per il Family day, hanno aggiunto altra fatica. E alla fine Alici ha scelto di non ricandidarsi, primo presidente a non "bissare" il mandato dagli anni del dopo Statuto. Passa la mano, però, nel segno della continuità. Lo sostituisce, infatti, Franco Miano, classe 1960, docente di Filosofia come il suo predecessore, una vita spesa in Azione cattolica. Vicepresidente giovani nel triennio difficile 1986-1989, e vicepresidente adulti dal 2005 al 2008, Milano parla innanzitutto di «comunione, di bisogno di evitare i particolarismi, di capacità di superare ciò che divide e far crescere ciò che unisce».

• Lei ha avuto la possibilità, negli ultimi 20 anni, di stare in un osservatorio importante. Come è cambiata l’Ac e come crede che essa possa contribuire a rafforzare quella comunione di cui diceva?
«L’associazione è cambiata come sono cambiati il Paese e la Chiesa. E anche il contesto più generale. Non dobbiamo dimenticare che, in questi 20 anni, è caduto il muro di Berlino e si è registrata la fine delle ideologie. In Italia abbiamo assistito alla scomparsa del Partito comunista e della Democrazia cristiana. Gli assetti politici, economici, culturali sono cambiati drasticamente e anche l’Azione cattolica, espressione viva e concreta di questo Paese, ha subito dei contraccolpi. E poi ci sono stati mutamenti importanti anche nella Chiesa, nella pastorale, nella vita delle parrocchie, in quella delle associazioni e dei movimenti in generale. C’è stata, da un lato, la riscoperta dell’identità religiosa ma, dall’altro, anche la constatazione che non sempre la fede riesce a trasformare la vita. Molte volte si registra un riferimento alla religione di tipo identitario, più di immagine che non di sostanza, senza grande impatto sull’esistenza delle persone, sulle loro scelte di vita, sulla reale testimonianza cristiana. Su questo terreno, invece, mi sembra che l’esperienza dell’Azione cattolica abbia mantenuto una sua coerenza».


• Coerenza nel cambiamento?
«Certo. Bisogna dire, però, che non è cambiata solo l’Ac, ma l’associazionismo in generale. E non solo quello cattolico. È cambiato il ruolo delle associazioni giovanili dei partiti, il modo stesso di vivere il tempo libero, la domenica, il rapporto tra svago e lavoro, l’incontrarsi delle persone. I processi economici e di trasformazione del mercato del lavoro hanno messo continuamente in discussione le scelte già fatte. Il precariato, la flessibilità, la trasformazione del lavoro significano non avere più quella stabilità necessaria per poter pensare a un progetto di vita chiaro per la propria esistenza. Dall’altra parte c’è una certa mentalità che porta a voler realizzare subito determinati obiettivi e a tentare di ottenere un risultato immediato senza valorizzare quella continuità, quella fedeltà nel tempo, che invece accompagnano sempre i progetti più solidi. Ecco, in questo il contributo dell’Azione cattolica è importantissimo. Proprio in virtù del nostro impegno educativo, ci interessa il tema del futuro perché è il tema della speranza, il tema della coltivazione paziente del progetto».

• Ma una proposta come quella dell’Ac fa ancora presa?
Interessa ancora?
«Siamo in un tempo costitutivamente al plurale. Proprio per questo vi sono molteplici proposte di modelli educativi e di esperienze ecclesiali. Ciò non toglie, però, che, secondo me, il "modello Ac" ha ancora una forte presa. D’altra parte, lo dimostra anche il gran numero di tesserati. Certo non sono più i numeri del passato, però la tenuta è significativa in un momento in cui neanche più i partiti hanno un’adesione che si esprime con una tessera, una quota da versare, un’appartenenza così identificata. Inoltre l’attualità è anche rispetto all’emergenza educativa indicata come priorità da più parti e sottolineata anche dal Papa. Per superarla occorre un investimento di lungo periodo, non operazioni congiunturali o di facciata. C’è bisogno di un costante lavoro di formazione dal basso che tocchi vari aspetti della vita, che sappia integrare le diverse dimensioni dell’esistenza: quella religiosa, spirituale, sociale, culturale. Credo che da questo punto di vista il lavoro paziente dell’Ac, anche se non sempre conosciuto, sia un modello insuperato. È un lavoro che passa dai bambini, che crede nella partecipazione dal basso e nel patto tra le generazioni».


• Che cosa ha l’Azione cattolica in più in questo campo?
«L’Ac garantisce una dimensione intergenerazionale perché è un’associazione non specialistica, non fatta di soli bambini o di soli giovani o di soli adulti. È un luogo in cui le generazioni si mettono insieme. E poi, da una parte c’è il rispetto della persona in quanto tale e l’offerta di un cammino a sua misura, e dall’altra c’è l’idea che quel cammino rientra in una proposta ampia, generale. Si è all’interno di un’associazione che, a prescindere da età, condizioni professionali e sociali, ha per tutti una proposta unica e popolare».

• Nel corso dell’ultima assemblea, la parola "popolare" è risuonata più volte.
«L’elemento popolare è importante per l’Azione cattolica di oggi ed è un obiettivo da riscoprire con ancora più forza. Occorre dire che quella della popolarità non è una dimensione sociologica ma ecclesiale, così come ci spiegava il Concilio. La popolarità corrisponde a quel senso di Chiesa che è dato dal popolo di Dio radunato attorno al vescovo. L’Ac esprime in piccolo questo popolo di Dio ed educa a un cammino personale di responsabilizzazione, aiutando, nel contempo, a cogliere questo percorso personale in un’ottica più grande: quella di un’associazione, di una parrocchia. Non solo: non si chiude nella parrocchia infatti, ma apre alla dimensione diocesana e nazionale. Questo immunizza dal campalinismo e dal separatismo. Da un lato dice: stai al tuo posto, accogli il dono che il Signore ti ha fatto di vivere in quel luogo. Dall’altro dice anche: apriti al resto della vita. L’Azione cattolica ha un ruolo fondamentale nel mettere in relazione queste sfere del personale e del comunitario, ma anche del locale e dell’universale. Benedetto XVI, ricevendoci in piazza San Pietro nell’incontro nazionale del 4 maggio, sottolineava proprio il fatto che l’Ac vive nell’equilibrio fecondo fra Chiesa locale e Chiesa universale, nello stare con il proprio vescovo nella propria terra, ma con questa grande apertura cattolica all’interezza dei problemi della vita e del mondo».

• L’Azione cattolica è molto legata alla parrocchia.
Ne segue anche la crisi e la fragilità?
«Le parrocchie rimangono un riferimento per la vita della nostra gente, anche se sono cambiate per una serie complessa di fattori. Innanzitutto sono cambiate perché è mutata, in termini numerici e di approccio alla vita della parrocchia stessa, la presenza dei sacerdoti. Inoltre la parrocchia, specie in alcune realtà di provincia, in passato costituiva per i giovani una opportunità quasi unica. Oggi, invece, è chiamata a riconquistarsi un suo spazio tra tanti luoghi di aggregazione giovanile. La parrocchia, però, può fare ancora molto perché i credenti hanno bisogno di sentirsi con gli altri, di vivere la fede non da soli. Essa quindi rimane un punto di riferimento prezioso per la gente. Naturalmente a condizione – e questo è compito anche della nostra associazione – che vi siano in parrocchia persone dedite a questa cura della relazione e della trasmissione della fede».

• Impegno solo in parrocchia o anche al di fuori di essa?
«L’Azione cattolica si è sempre occupata anche della cosiddetta "pastorale d’ambiente". Per questo sono nati i movimenti, come quello studenti e lavoratori, più organici all’Ac, e quelli che appartengono alla famiglia allargata, come la Fuci, il Meic, il Mieac. Essi sono un piccolo ma prezioso strumento di evangelizzazione. L’associazione parrocchiale non perde dalla loro presenza, anzi ne esce arricchita per quel bisogno che essa ha di realizzare sempre di più lo scambio tra la vita e la fede. Per leggere la realtà con gli occhi del Vangelo occorre uno scambio continuo con la realtà, e dunque la capacità di immergersi in essa secondo lo stile dell’incarnazione. Allora questi piccoli nuclei, che sono i movimenti, possono dare all’intera Azione cattolica, e anche alla comunità ecclesiale, un apporto prezioso. Ma non solo. I movimenti valorizzano e fanno crescere la partecipazione».

• In passato l’Azione cattolica è stata anche al servizio del Paese. E oggi?
«Penso che l’Ac possa ancora essere un luogo che aiuta a credere nel valore del bene comune. Per rilanciare la vita del nostro Paese abbiamo bisogno di riscoprire innanzitutto ciò che ci unisce per poi legittimamente dividerci anche su scelte specifiche. Dobbiamo ritrovare con forza l’unità che dà senso alla vita del nostro Paese, una piattaforma di valori condivisi nella linea del bene comune. L’Ac, da questo punto di vista, ha sempre impegnato le sue energie migliori. E questa esperienza continua a tutti i livelli ancora adesso».

• Si riferisce all’impegno politico?
«Non solo, anche a quello di ordine sociale e culturale. L’Ac si è sempre caratterizzata per la passione per il nostro Paese. Una grande passione innanzitutto per le istituzioni, perché esse rappresentano il luogo in cui vengono tutelati tutti e in particolare i più deboli. Inoltre l’Ac è un fattore di unità all’interno del nostro Paese perché è un’associazione nazionale sparsa sul territorio in modo capillare e nella quale persone di ogni regione hanno sempre collaborato insieme per una finalità comune. Senza demonizzare nulla, l’Ac insiste sulla necessità di valorizzare tutti gli aspetti che, pur nella legittimità di riforme di autonomie locali, salvaguardino l’unità nazionale. Noi saremo vigili su questo punto e sulle derive particolaristiche che intravediamo. Vi sono valori fondamentali che, se toccati, minerebbero l’unità stessa del nostro Stato e del nostro Paese. Inoltre penso che tutto ciò che possiamo fare oggi, come argine e superamento di forme individualistiche, giovi anche alla stessa comunità cristiana, che non è immune da qualche tentazione particolaristica. C’è la necessità di esperienze che siano fattori di aggregazione, occorrono realtà che dissodino il terreno per renderlo capace poi di accogliere il dono della comunione. E per concorrere, tutti insieme, all’annuncio del Vangelo agli uomini di oggi».

Annachiara Valle


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