E' in gioco il futuro del Paese

"La Stampa" del 19 giugno 2009

Sergio Marchionne ( 19 giugno 2009 )

"Vorrei essere chiaro su un punto. La Fiat non intende nascondersi dietro il paravento della crisi. La stiamo affrontando con tutte le nostre forze. Stiamo facendo il possibile per superarla...."


E' in gioco il futuro del Paese


Vorrei essere chiaro su un punto. La Fiat non intende nascondersi dietro il paravento della crisi. La stiamo affrontando con tutte le nostre forze. Stiamo facendo il possibile per superarla. Siamo pronti a sfruttare tutte le opportunità che si possono creare, anche nei momenti più difficili. Ma adesso è arrivato il momento, per tutti, di prendere coscienza che i grandi traguardi non si raggiungono da soli. Specialmente quando si tratta di gestire situazioni delicate, che hanno effetti diretti sulla società, è necessario il coinvolgimento di tutte le parti interessate.

Sono convinto, non solo sulla base della mia esperienza in Fiat ma anche in altre realtà europee, che si possa e si debba cercare il dialogo costruttivo. E che le soluzioni si possano trovare. Ho già avuto modo di dirlo alcuni anni fa, dopo che la Fiat era uscita dalla peggiore crisi della sua storia, e lo voglio ribadire oggi.

Se una società liberale deve durare nel tempo, è nel suo interesse sostenere coloro che sono colpiti dalle conseguenze causate dai movimenti del mercato. È necessario dare sostegno a queste persone, in modo da permettere loro di trovare un nuovo lavoro e mantenerle integrate nella società. Un’intera gamma di misure è potenzialmente disponibile, e tutte sono perfettamente compatibili con una società aperta, libera e in libero mercato.

Credo che il primo compito di una società che voglia definirsi giusta sia quello di garantire una base di sicurezza - materiale e percepita - per liberare le possibilità degli individui.

Non è un lavoro di un giorno. Ma non è un compito che possiamo delegare ad altri. Tutti quanti dobbiamo concentrarci su questo obiettivo ed assumerne la responsabilità in prima persona. È esattamente questo che intendo quando penso ai compiti di una società liberale.

La stessa logica ha mosso il nostro progetto per la Opel. Il piano che avevamo in mente prevedeva di coinvolgere più soggetti e più Paesi in Europa per contenere le conseguenze sociali. La Opel è un’azienda che ha bisogno di essere risanata e ristrutturata. Ci sono tanti modi per farlo.

Quello che noi abbiamo proposto avrebbe permesso di distribuire equamente, tra i vari Paesi europei, il peso di questa operazione. Avrebbe permesso di non scaricare tutto l’onere su un singolo Stato. Soprattutto, avrebbe permesso di gestire gli effetti più dolorosi in maniera progressiva e senza traumi.

Resto convinto che l’Europa possa e debba distinguersi nella creazione e nella gestione di mercati liberi, ma che al contempo debba trattare in modo efficace le conseguenze che ne possono derivare agli individui. E deve farlo in maniera onesta e giusta. Questo impegno esiste e non può essere ignorato. Quello che intendo dire, in estrema sintesi, è che più sono i soggetti coinvolti nella soluzione di un problema, minori diventano i sacrifici da sopportare. Mantenere gli equilibri occupazionali, di fronte all’emergenza che stiamo vivendo nei mercati, non è un compito facile.

Le iniziative produttive della Fiat di cui vi ho parlato possono garantire in parte questo obiettivo, ma devono anche essere sostenibili dal punto di vista finanziario. Allo stesso modo, per quanto riguarda i nostri settori industriali, ci sono altri elementi di pari importanza. Penso al fatto di poter contare su eco-incentivi in Europa che abbiano una reale efficacia di stimolo della domanda. Penso al riconoscimento della cassa integrazione, ordinaria e straordinaria, che diventa indispensabile per gestire senza traumi le temporanee fermate produttive e i necessari processi di riorganizzazione, ai quali l’andamento della domanda ci costringe. Penso anche al rigoroso contenimento dei costi di struttura e alla possibilità di rispondere con tempestività alle richieste del mercato. Questo non richiede solo il rispetto della normativa sulla flessibilità del lavoro. Significa anche essere consapevoli che azioni di conflitto immotivate portano solo danni perché non fanno altro che regalare occasioni d’oro alla concorrenza.

Vorrei concludere con una convinzione che è insieme un invito. Non si può immaginare una Fiat senza forti radici in Italia. Lo diciamo da anni: Fiat fa parte di questo Paese, è un pezzo importante della sua storia e vogliamo che resti un pezzo importante del suo futuro. Se questo è un obiettivo condiviso, è il momento di unire gli sforzi di tutti: governo, parti sociali e azienda.

Se faremo tutti un passo avanti anziché uno indietro, se ognuno di noi sarà disposto ad assumere la propria parte di responsabilità e di impegno, allora tutto questo sarà possibile. Potremo evitare conseguenze dolorose e potremo costruire qualcosa di più solido e duraturo.

Personalmente, sono convinto che si tratti di una sfida alla nostra portata.

Dall’intervento dell’amministratore delegato del Gruppo Fiat durante l’incontro di ieri a Palazzo Chigi con le istituzioni e le organizzazioni sindacali

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