A Teheran in rivolta

"La Stampa" del 19 giugno 2009

Igor Man ( 19 giugno 2009 )

"Tutto si ripete, ma nulla è diverso», recitava un antico adagio sciita. Trent’anni dopo l’Iran vede l’ira popolare esplodere in quelle stesse piazze che costrinsero il Re dei Re alla fuga, sospinto dal grido ideologico «Marg Bar Scià - Marg Bar Amerika», a morte lo Scià - a morte l’Amerika..."


A Teheran in rivolta

Tutto si ripete, ma nulla è diverso», recitava un antico adagio sciita. Trent’anni dopo l’Iran vede l’ira popolare esplodere in quelle stesse piazze che costrinsero il Re dei Re alla fuga, sospinto dal grido ideologico «Marg Bar Scià - Marg Bar Amerika», a morte lo Scià - a morte l’Amerika. Ma, allora, quella che passerà alla Storia come la «Rivoluzione a mani nude», l’immenso rifiuto corale della Corte del Pavone, aveva, giustappunto, un bersaglio preciso: Reza Pahlevi colpevole di stravolgere i connotati culturali dell’Iran. Oggi è diverso. I ragazzi che inondano le piazze, quando Khomeini mise in fuga lo Scià proclamando la Teocrazia sciita erano infanti. Sono cresciuti col mito di Khomeini che in molti ritengono vittima d’un tradimento ideologico. E chi ne ha preso il posto, come Imam-Guida Suprema, vale a dire il pensoso Khamenei, viene contestato (civilmente) per il suo incondizionato appoggio al presidente in carica, l’ascetico Ahmadinejad. A costui viene rimproverata una gestione «erratica, fallimentare » dell’economia, vale a dire del «grande dono», il petrolio. «Siamo ricchi ma viviamo da miserabili», questo striscione sbandierato in faccia ai poliziotti ne avrebbe provocato una «smodata reazione »: hanno sparato sui dimostranti, sette morti.

Non è dunque una «sommossa» quella che agita l’Iran ma qualcosa di più tremendamente serio. Questo ci dice la «disponibilità a ricontare i voti», espressa dalla presidenza della Teocrazia.

Vedendo alla tv Teheran saccheggiata dai dimostranti, colpisce che essi siano giovani quando non giovanissimi. Allora, quando la «Rivoluzione a mani nude» conquistava giorno dopo giorno sempre più spazio nella mente e nel cuore della gente, la folla vedeva in maggioranza persone mature, professionisti, operai e, poi, c’erano i soldati, in prima fila, spesso gettavano il fucile alla folla e così diventavano seguaci di Khomeini che, immancabilmente, dedicava loro «giuste parole». Ogni giorno quel che colpiva noi giornalisti stranieri era la serenità dei dimostranti. Sfidavano la Savak, l’implacabile polizia dello Scià: sapevano di rischiare la galera, la tortura, la vita sinanco, ma alle nostre domande rispondevano sempre, e tutti, così: «Non abbiamo paura del martirio». Il Vecchio Cronista è stato in Iran, Paese dal forte tratto indoeuropeo, anche dopo la morte di Khomeini. Ha raccolto, così, per fortunato caso, quello che si può considerare una sorta di «commiato definitivo» dell’Imam perdutamente vecchio, stanco. Ma lo ha soprattutto colpito l’altruismo della gente. Vediamo.

Un giorno i «moschettieri» dello Scià (già all’estero) colmi di frustrazione scorrazzavano sparando a vanvera. Ferirono il collega Flesca dell’Espresso, ma se ce la cavammo fu perché sconosciuti iraniani ci coprirono coi loro corpi. Finita la cruenta incursione dei «moschettieri», mentre prestavamo i primi soccorsi al coraggioso Giancesare, chiedemmo a uno di quegli sconosciuti che ci avevano così, di slancio, coperto coi loro corpi, perché mai lo avessero fatto. Risposta: «Perché siamo tutti fratelli. Lo dice il Corano ». Tutto si ripete ma nulla è diverso?




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