Dahrendorf, il liberale corteggiato da sinistra

"Sole24ore" del 19 giugno 2009

Andrea Romano ( 20 giugno 2009 )

Ripropongo oggi questo pezzo uscito sul quotidiano Sole24ore e dedicato a Daharendorf.


Dahrendorf, il liberale corteggiato da sinistra

La prima immagine che viene in mente alla notizia della scomparsa di Ralf Dahrendorf appartiene ad un film. “Mario, Maria e Mario”, il racconto che Ettore Scola dedicò nel 1993 alle tribolazioni di una coppia di militanti del PCI investita e divisa anche nei sentimenti privati dal crollo del Muro. In particolare il momento nel quale “l’altro” Mario, per sedurre la già tormentata Maria, le regala con occhio malandrino una copia del “Conflitto sociale nella modernità”. Lui, ingraiano e contrario alla svolta, che ricorre al libro di un maestro liberale per rubare la moglie ad un sostenitore di Occhetto. È una scena che fotografa meglio di molti saggi il ruolo che Dahrendorf ha svolto per un lungo tratto della transizione della sinistra italiana. Non tanto quello di bussola intellettuale nelle sue molte giravolte ideologiche, quanto quello di oggetto del desiderio per identità politiche che negli ultimi vent’anni sono state diverse, conflittuali e in continua trasformazione. Ma tutte accomunate dalla ricerca di un paradigma che fosse almeno in parte consolatorio, un filo che servisse a trovare all’esterno quella legittimazione teorica che non poteva essere più recuperata in un pantheon nazionale già ampiamente logorato.

Chiamato in causa più volte e da più direzioni, Dahrendorf si è prestato solo in parte a quella funzione di garanzia intellettuale che la politica italiana gli ha chiesto nel corso di due decenni. Preferendo svicolare e puntualizzare, piuttosto che cedere alla vanità del titolo di profeta. D’altra parte era stato lui stesso a definire il “muoversi ai confini” come una sua qualità fondamentale, e non solo per l’essere stato socialdemocratico in gioventù e liberale nell’età adulta. La trasversalità della funzione di padrinaggio intellettuale che la nostra politica ha cercato di fargli svolgere nasceva dalla radicalità con cui aveva innestato nel liberalismo l’attenzione alle regole distributive e alla cittadinanza sociale del lavoro, svolgendo in parallelo un’impietosa opera di demolizione delle antiche verità socialdemocratiche. O meglio, guardando alla socialdemocrazia come ad un grandioso progetto di ricostruzione della cittadinanza che si era esaurito per aver sviluppato il welfare state fino al suo naturale declino e avere dunque svolto fino in fondo il proprio compito. Un progetto, quello socialdemocratico, che poteva e doveva essere archiviato per permettere alla sinistra di andare finalmente alla ricerca di nuovi insediamenti simbolici e sociali.

Dopo le molte ibridazioni autoctone di socialismo e liberalismo che la sinistra italiana aveva conosciuto, quella di Dahrendorf apparve libera dal tratto vocazionalmente minoritario che aveva segnato la fortuna di Gobetti, dei fratelli Rosselli o della piccola socialdemocrazia di Saragat, provenendo invece da tradizioni europee più grandi e influenti che egli non cessava di sezionare criticamente ma dalle quali traeva forza e legittimazione. Anche per questo l’apice della notorietà italiana di Dahrendorf coincise con il momento nel quale la ponderosa tradizione del PCI arrivò al termine, abbandonando gli eredi in un deserto simbolico nel quale era urgente trovare punti di riferimento che non fossero più quelli della socialdemocrazia (demonizzati fino al giorno prima e in ogni caso ancora saldamente controllati dal PSI) ma che non potevano ancora essere quelli del liberalismo tradizionale.

Il 1989 italiano trovò allora in Dahrendorf il suo vero nume tutelare: invitato a Montecitorio da Nilde Iotti alla vigilia del crollo del Muro per spiegare ai parlamentari italiani il sistema politico britannico; studiato dall’Istituto Gramsci e dalla rivista Critica Marxista come caso originale di contaminazione tra socialismo e liberalismo; ma soprattutto esaltato da Achille Occhetto come colui che avrebbe forse fornito al suo fumoso “oltrismo” le chiavi teoriche per saltare il vecchio socialismo e approdare finalmente da qualche parte, anche con l’incoraggiamento di una candidatura al parlamento europeo nelle elezioni di quello stesso anno. Ma Dahrendorf non era di facile presa. E così come rifiutò la candidatura nel PCI, non cessò mai di dialogare con un PSI che pure egli aveva rappresentato nella sua stagione craxiana come una delle declinazioni mediterranee del thatcherismo: ovvero di quella che considerava come una versione riduttiva del liberalismo, incapace di andare oltre la semplice riduzione dei vincoli. E lo stesso Craxi, per quanto recentemente maltrattato, lo volle nominare interprete autentico dello spirito libertario delle rivoluzioni anticomuniste nella sua relazione alla conferenza programmatica del PSI del 1990, naturalmente in funzione antiocchettiana.

La seconda stagione della notorietà politica italiana di Dahrendorf coincise con quella del nostro fragile blairismo, che per un breve tratto della seconda metà degli anni Novanta sembrò offrire al centrosinistra una nuova via d’uscita identitaria. Erano i mesi degli entusiasmi per “l’Ulivo mondiale” (nella sua declinazione prodiana) o per la “progressive governance” (in declinazione dalemiana). Entrambi miravano a importare la retorica della “terza via” in Italia e da entrambi i campi si guardò a Dahrendorf come a colui che, già avvezzo al linguaggio della nostra politica, avrebbe potuto farsi inteprete per l’Italia di quelle categorie. Ma Dahrendorf rivelò scarsissima disponibilità ad accettare quel ruolo, nutrendo una profonda diffidenza non tanto per il blairismo nel suo tratto peculiarmente britannico quanto per l’ambizione organicistica dell’ideologia globale della Terza Via. Un’ideologia che – scrisse allora – “non persegue la società aperta né la libertà” ma “presenta un tratto curiosamente autoritario”. Da “popperiano inveterato” non poteva dunque che mostrare diffidenza verso un progetto che intendeva unificare ideologicamente realtà nazionali tanto diverse, tanto più se nel caso di Romano Prodi egli vedeva “un ex democristiano, difficilmente un uomo del Neolaburismo e nemmeno un Neodemocratico”.

Ma fu infine l’Europa il campo nel quale si produsse la distanza più marcata con una delle retoriche più radicate della sinistra italiana. La rappresentazione da “europeista scettico” che egli formulò del processo comunitario, dalla fine degli anni Novanta in poi, guardava infatti allo “Stato nazionale eterogeneo” come alla miglior difesa delle libertà civili dalla minaccia dell’omologazione sovranazionale. Così come fu nettissima, alla vigilia del conflitto iracheno del 2003, la sua condanna del “linguaggio che vuole definire l’Europa attraverso la distinzione o meglio in contrasto con gli USA”. Insieme alla convinzione che “alimentare la costruzione europea con sentimenti antiamericani sarebbe intellettualmente disonesto, moralmente sospetto e politicamente pericoloso per tutti gli europei amanti della libertà”. Era passato molto tempo dal 1989. E moltissima era la distanza che ormai separava questo Dahrendorf da quel nume immaginario che avrebbe dovuto legittimare il nostro tormentato postcomunismo.




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