Cristiani liberi dalla parte degli ultimi

Jesus n. 6 giugno 2009

Annachiara Valle ( 20 giugno 2009 )

Intervista al Card. Tettamanzi.

Intervista a Dionigi Tettamanzi

Cristiani liberi dalla parte degli ultimi



Guida l’arcidiocesi di Milano da sette anni. E la guiderà per almeno altri due. Il cardinale Dionigi Tettamanzi, originario di Renate, paesino alle porte del capoluogo lombardo, conosce bene pregi e difetti della città. Una città alla quale, pur preservando l’eredità del suo predecessore Carlo Maria Martini, ha dato un’impronta originale. Anche strigliandola, a volte, ma sempre accompagnandola da vero pastore.

«Milano», spiega il cardinale, «è una città che, nella sua complessità e quasi innata ritrosia, sfugge alle semplificazioni immediate e chiede tempo e perspicacia per essere conosciuta e amata. La vedo piena di energia, di creatività, di risorse, con la fatica però a fare sistema, a dare piena espressione alle proprie potenzialità attraverso progetti concreti e condivisi di grande respiro e di corale coinvolgimento. L’Expo rappresenta, in questo senso, una grande chance».



Come è cambiata la città?
«Le trasformazioni in atto sono notevoli. La sfida è affrontare le nuove difficoltà come opportunità di crescita. È cambiato il mondo del lavoro: da città dell’industria e dell’impresa, Milano è diventata città della finanza e del terziario, alimentando spesso l’illusione di una ricchezza e di una possibilità di consumo senza fine, ora però ridimensionata dalla crisi. Non si andrà da nessuna parte se la città non ritroverà la sua vocazione di capitale morale del Paese, di crocevia dei popoli e di laboratorio italiano della metropoli postmoderna a venire. In questi anni è cambiata la popolazione della città: la presenza di persone provenienti da diversi Paesi ha fatto incontrare ai milanesi altre storie, culture, stili di vita e confessioni religiose. La paura del nuovo, con i connessi pericoli di chiusura ideologica e di regressione civile, rischia di farci perdere tempo prezioso di fronte a un’accelerazione della storia che ci chiede un coraggioso cambiamento. Da sempre Milano riconosce la sua identità più autentica nella capacità di integrare il nuovo e il diverso, certo a partire dalle proprie radici civili e religiose».

Quali sono le priorità pastorali?
«La priorità pastorale è una sola, ed è quella di sempre: la missione evangelizzatrice, anzitutto come impegno personale e comunitario a essere autentici testimoni di Gesù risorto, nella certezza che solo lui è il Salvatore di tutti e quindi la vera e l’unica speranza del mondo. È una priorità che ho voluto dare alla diocesi fin dal mio ingresso e dal primo Percorso pastorale –"Mi sarete testimoni" –, nel quale chiedevo di rinnovare lo slancio missionario accettando e affrontando le sfide poste da un mondo che cambia, nella consapevolezza che destinatari e protagonisti della missione siamo tutti, e tutti insieme: presbiteri, consacrati e fedeli laici. Nel secondo triennio pastorale ho chiesto alle comunità cristiane di assicurare una più forte attenzione alle famiglie che le compongono e che incontrano. C’è una vocazione fondamentale e altissima inscritta nell’esistenza stessa di ogni famiglia: di essere testimone che "l’amore di Dio è in mezzo a noi". Da qui nascono la possibilità, la bellezza e la serietà di ogni impegno di comunione e di missione. La Chiesa tutta è invitata a promuovere e diffondere un rinnovato spirito di comunione-collaborazione-corresponsabilità: solo così è possibile attuare una vera pastorale d’insieme, impegnare le parrocchie a unire le forze e condividere percorsi, dare avvio promettente alle Comunità pastorali, proseguire in un efficace e allargato ripensamento della pastorale giovanile. Le vie per realizzare questo percorso rimangono quelle di sempre: la diffusione capillare della Parola di Dio – penso qui all’esercizio della lectio divina e all’introduzione del nuovo Lezionario Ambrosiano –; un’alta qualità celebrativa dell’Eucaristia e, a partire da essa, degli altri sacramenti nel clima di una fede orante; una formazione fiduciosa e profetica del laicato: nell’assemblea sinodale del clero si è ritornati a prospettare una specie di "seminario per laici"».


Clero e laici: quale formazione?
«L’assemblea sinodale del clero e ancor più la visita pastorale ai decanati che sto compiendo mi danno modo di moltiplicare le occasioni di incontro con i sacerdoti. Ascoltandoli, mi accorgo di quanto sia difficile e insieme entusiasmante coniugare l’irrinunciabile, quotidiano ed esigente cammino della vita spirituale con le molteplici, variegate e pressanti richieste che vengono poste dall’abitare in mezzo alla gente. Sono testimone della loro scelta decisiva di "tener fisso lo sguardo su Gesù", come dice la Lettera agli Ebrei. Anche se c’è un ridimensionamento, le questioni del numero e dell’età dei preti mi preoccupano meno. Ci tengo di più a sottolineare come la testimonianza autentica di vita e l’attività pastorale del prete siano oggi sempre più necessarie, apprezzate e stimate, in un contesto apparentemente indifferente, se non ostile. Anche i giovani, in maniera limitata ma costante, continuano a bussare alla porta del seminario. Attualmente sono 150 i seminaristi che frequentano il Corso propedeutico e le sei classi dell’itinerario teologico. Mediamente, ogni anno, approdano al ministero ordinato 18-20 di loro. Per quanto riguarda i laici, parlare del loro impegno significa riconoscere, innanzitutto, il grande numero di persone che cerca di dare profondità e autenticità spirituale alla propria sequela, con scelte di servizio impegnative e sempre più qualificate, anche grazie al moltiplicarsi di scuole di formazione. Nell’omelia della Messa crismale del Giovedì Santo 2008 ho ripreso, con i presbiteri, una tematica messa bene in luce già dal Concilio Vaticano II: quella del sacerdozio comune dei fedeli a partire dal Battesimo. Da qui sgorga la grazia e l’impegno di ogni credente ad assumersi compiti e responsabilità nella Chiesa e nella società per la ricerca e l’edificazione del "bene comune". Certo, occorre crescere ancora. È importante però percepire la bellezza e la fecondità delle proprie responsabilità. Ed è ancora più importante poter giungere a fare esperienza personale di una concreta ministerialità ecclesiale. Nei prossimi anni vedremo fiorire una nuova primavera per la vita della Chiesa: i germogli appartengono già al nostro presente».

Lei ha più volte sottolineato, per Milano, un aspetto di solitudine.
«Senza la solidarietà – che non è semplicemente "elemosina", ma "stile di vita" complessivo di chi si sente legato agli altri e responsabile della vita di tutti – la città stessa languisce e muore. La Chiesa affronta questo nodo col suo stesso esistere come "ambiente vitale", denso di relazioni umane e umanizzanti: così dovrebbe essere ogni comunità di credenti. L’evangelizzazione dovrebbe partire dall’aggregazione sul territorio, dall’umanizzazione dei rapporti sociali, dal tessere in continuità una rete di dialogo e di collaborazione tra le persone, i gruppi, le associazioni e le istituzioni. Nelle visite pastorali non mi stanco di invitare le comunità cristiane a essere accoglienti, di chiedere che l’attività pastorale non si chiuda tra le mura della parrocchia, ma arrivi a incontrare la gente nei diversi ambienti della vita quotidiana: è lì che il Vangelo può sorprendentemente dispiegare, assieme alla novità di una vita di fede, il suo fascino di umanesimo e la sua forza di speranza».


Quale impegno per l’ecumenismo?
«A Milano molti precursori mi hanno da tempo preparato la strada. Giungendovi nel 2002, ho trovato il Consiglio delle Chiese cristiane operante da quattro anni. E mi è stato spontaneo continuarne e svilupparne il lavoro con la promozione delle iniziative ecumeniche annuali, facilitata dalla presenza in seno al Consiglio delle delegazioni ufficiali di ben 18 Chiese. Il principio ispiratore è di non fare separatamente ciò che è possibile fare insieme, anche se ogni Chiesa – a cominciare dalla nostra – è abituata a considerarsi autosufficiente. Sono convinto che l’istanza ecumenica debba diventare dimensione trasversale della pastorale ordinaria, qualificandone ogni ambito. Di qui la promozione, da parte della diocesi, di corsi di formazione ecumenica e di scuole per operatori pastorali sul territorio. Tra le tappe significative del cammino ecumenico ricordo con grande gioia spirituale gli incontri a Bucarest con il patriarca Teoctist, ad Atene con l’arcivescovo Christodoulos, a Mosca con il patriarca Aleksij II, a Istanbul con il patriarca Bartolomeo I. In queste visite ho sperimentato una reciproca accoglienza nel nome del Signore, ricevendo l’impressione di essere già in profonda comunione. Dicevo recentemente al patriarca ecumenico di Costantinopoli: dobbiamo pensare gesti che, anche se informali, siano premesse significative per una futura sinodalità ecumenica. A livello locale auspico scambi e gemellaggi ecumenici, favoriti dai fenomeni dell’immigrazione e dell’unificazione europea. Questa è la via maestra per educare le nostre comunità a un ecumenismo concreto e arricchente».

Sui temi dell’esclusione come risponde la città alle sollecitazioni della Chiesa?
«Milano è una città generosa nell’aiutare, ma talora diffidente ad aprirsi e intrecciare legami di conoscenza e arricchimento reciproco. Nonostante questo, case, anziani e figli sono sempre più affidati alla cura di immigrati. Senza parlare dei lavori umili, non più dignitosi secondo il nostro modo di pensare. Come Chiesa abbiamo il dovere di levare una voce libera in favore degli ultimi. La fede cristiana, col suo disarmante invito a riconoscere nello straniero l’immagine stessa di Cristo, resta più che mai pietra di scandalo capace di smascherare gli egoismi più o meno latenti e di invitare a una accoglienza intelligente e responsabilizzante. Il migrante condivide con noi le grandi sfide di questo tempo: custodire il dono dell’amore nella famiglia, educare i giovani in un contesto nuovo, ritrovare, nella complessità del quotidiano, la sorgente vivificante della fede».


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