Cinque toppe da cucire

"La Stampa" del 23 giugno 2009

Michele Ainis ( 23 giugno 2009 )

"Alla fine della giostra, il referendum abrogativo ha abrogato il referendum. Quando 8 elettori su 10 disertano le urne, quando i 3 quesiti elaborati da Guzzetta vanno a ramengo come i 21 che li hanno preceduti, quando insomma da 14anni nessun referendum riesce a scavalcare il quorum, tanto vale fargli un bel funerale...."


Cinque toppe da cucire


Alla fine della giostra, il referendum abrogativo ha abrogato il referendum. Quando 8 elettori su 10 disertano le urne, quando i 3 quesiti elaborati da Guzzetta vanno a ramengo come i 21 che li hanno preceduti, quando insomma da 14 anni nessun referendum riesce a scavalcare il quorum, tanto vale fargli un bel funerale.

Il referendum è morto, ne parleranno semmai i libri di storia, né più né meno dei plebisciti che a metà ’800 scandirono l’unità d’Italia. O almeno è morta la creatura che negli Anni 70 ci consegnò divorzio e aborto, che negli Anni 80 ci tolse il nucleare, che negli Anni 90 - con altri due referendum sulle leggi elettorali - chiuse la prima Repubblica, inaugurando la seconda. Sicché, prima di ogni riflessione sul (non) voto, c’è subito un appello da rivolgere ai partiti: tirate fuori dalla tomba questo strumento di democrazia diretta, riscrivetene le regole, restituiteci la seconda scheda che nel 1947 i costituenti donarono al popolo italiano.

Appello temerario, perché proprio i partiti hanno fin qui indossato i panni del carnefice. In primo luogo tenendolo per 22 anni in quarantena (la legge istitutiva è del 1970): chi nasce malaticcio, difficilmente diventerà un atleta. In secondo luogo frodando a più riprese i risultati, come accadde nel 1993 per il referendum sul finanziamento pubblico ai partiti: abrogato dal 90% dei votanti, ma immediatamente riesumato sotto falso nome («rimborso elettorale»). In terzo luogo - e questa è storia più recente - organizzando l’astensione: siccome c’è un 20% d’italiani che non va mai a votare, basta convincerne un altro 30% e il gioco è fatto. Ma davvero in questo gioco vince a mani basse il sistema dei partiti? No, nessuna democrazia - nemmeno la più partitocratica - può stare in piedi senza un popolo. E il popolo italiano di questi tempi non rifiuta solo i referendum, rifiuta per esempio le elezioni provinciali (55% d’astenuti ai ballottaggi), rifiuta governo e Parlamento (con un tasso di sfiducia 4 punti più alto rispetto alla media europea: Eurostat 2007), rifiuta in blocco anche i partiti (se ne sente rappresentato il 14,1% appena: Eurispes 2008).

Ecco perché è diventato urgente ricucire il dialogo fra la politica e la società civile. Con la riforma del bicameralismo, con il federalismo, con tutti gli ismi che vi pare, ma altresì con un’iniezione di democrazia diretta. E non ci venite a raccontare che stavolta i quesiti erano troppo tecnici, troppo sofisticati. Nel 1993 lo era altrettanto il referendum Segni sulla legge elettorale del Senato, ma ottenne l’82% dei consensi. Non diteci che le iniziative referendarie hanno successo solo se incrociano un tema che scalda le coscienze, quando nel 1995 il 57% degli elettori votò sulle rappresentanze sindacali e sul soggiorno cautelare. Trovate piuttosto gli strumenti per sconfiggere il clima di disillusione, se non di frustrazione, che segna la nostra vita collettiva. E tra questi strumenti non dimenticate il referendum, «gemma della Costituzione» (la definizione è di Norberto Bobbio). Ha bisogno d’un vestito nuovo, o almeno di qualche rattoppo. Anzi: le toppe necessarie sono cinque, come le dita d’una mano.

Primo: via la possibilità d’abrogare singole parole, spezzoni di frasi, segni di punteggiatura. Ne vengono fuori quesiti incomprensibili, non era questa l’intenzione dei costituenti. Torniamo al modello del referendum oppositivo, e perciò abrogativo di un’intera legge, o quantomeno dei suoi singoli articoli. Secondo: affianchiamogli il referendum propositivo, dato che l’iniziativa legislativa popolare è carta straccia, destinata ai cestini delle Camere. È per questa lacuna che ha preso piede la moda dei referendum fatti con le forbici, per incanalare un’energia di cambiamento che altrimenti non ha sfogo. Terzo: anticipiamo il giudizio della Consulta prima che si raccolgano le firme, ma anticipiamo pure il calendario dei referendum, perché in caso contrario voteremo proposte fabbricate nella notte dei tempi, com’è appena accaduto. Quarto: blindiamo il risultato per una legislatura almeno, basta con i raggiri e le furbate. Quinto: teniamoci pure il quorum, ma ridimensionato, collegandolo al numero effettivo dei votanti nelle ultime elezioni. Sempre che, ovviamente, ci sia ancora qualcuno che ha voglia di votare.


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