L’ora di una sfida vera tra i candidati

"Corriere della Sera" del 25 giugno 2009

Pierluigi Battista ( 25 giugno 2009 )

"La qualità della discussione congressuale del Pd è un buon termometro per misurare la salute democratica dell’Italia...."


I CANDIDATI NEL PD

L’ora di una sfida vera tra i candidati

La qualità della discussione congressuale del Pd è un buon termometro per misurare la salute democratica dell’Italia. Per questo l’annuncio della candidatura di Dario Franceschini non è solo un fatto interno a un partito e che riguardi solo i suoi iscritti e i suoi elettori. Se una sfida vera prende il posto delle congiure di palazzo, se una competizione aperta tra candidati scaccia lo spettro di un’oligarchia immobile che si sfibra nelle trame di corridoio e nella difesa irragionevole di insegne e appartenenze ormai logore, allora se ne gioverebbe l’intero sistema politico italiano.

È un bene per tutti se il principale partito d’opposizione esce dall’angolo e la smette di essere e soprattutto di rappresentarsi come un’accolita di sconfitti che litigano sconsideratamente su tutto. La sua debolezza, perché tutto in una democrazia è connesso, incide negativamente persino su chi detiene la maggioranza. Che infatti, in presenza di un’opposizione frastornata e arroccata nella difesa della sua mera sopravvivenza, in questi mesi ha peggiorato il suo profilo. Come a confermare la legge secondo la quale in una democrazia sana e sanamente conflittuale bisogna essere almeno in due a poter vincere. Altrimenti chi è sicuro di perdere si avvita nella retorica sterile a autoconsolatoria. E chi è sicuro di vincere rischia di dare il peggio di sé, perché la certezza del primato alimenta l’arroganza della solitudine.

Ecco perché una sfida aperta e vera tra (per ora) Franceschini e Bersani deve dare al Pd il volto di un partito che aspira a vincere la prossima partita. Deve mettere in luce cosa divide i contendenti, oltre a ciò che li unisce. Quali idee e non solo le biografie che ancorano al passato. Dovrà dire parole chiare sulle alleanze, perché è dalla scelta di un'alleanza che si capisce dove un partito vuole andare e come immagina di governare l’Italia. Dovrà rimescolare le carte, costringendo tutti i protagonisti del partito a uscire allo scoperto, smettendo i panni dei kingmaker occulti. Dovrà ridurre al minimo il chiacchiericcio infinito sul look dei candidati, sulla loro presunta caratura telegenica, e andare alla sostanza del conflitto che li oppone. Dovrà spezzare la pratica estenuante delle mediazioni, degli accordi sottobanco tra correnti. Dovrà dire agli italiani perché conviene, è più giusto, è più utile, è più convincente affidare al Pd il governo del Paese ora nelle mani del centrodestra. Dovrà mettere in pratica il principio fondativo che Veltroni aveva indicato come la bussola del nuovo partito: la sua «vocazione maggioritaria ».

Con parole chiare. E senza perifrasi allusive. Come quella, sfuggita a Franceschini, in cui il neo candidato se la prende con quelli «che c’erano molto prima». Ecco, evitare di imporre la decifrazione di formule che alludono a misteriosi e risentiti scontri nella nomenklatura del Pd sarebbe un buon modo per ricominciare e voltare pagina. Spiegando cosa è andato storto e cosa ha impedito al Pd di procrastinare così a lungo la sfida aperta e vera che solo adesso si sta virtuosamente aprendo. Rompendo lo schema che ha imprigionato il Pd, portandolo di sconfitta in sconfitta. È l’unica strada percorribile. L’ultima.



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