Quel difetto di modernità

"Corriere della Sera" del 29 giugno 2009

Piero Ostellino ( 29 giugno 2009 )

"Nessuno sa quan­do e come uscire­mo dalla crisi. La ragione è che il mondo non procede verso un obiettivo razionalmente prevedibile, ma grazie a mi­lioni di uomini che perse­guono autonomamente i propri interessi non coordi­nati da una sorta di raziona­lità storica...."


VIVERE DI PASSATO (E POCO DI FUTURO)

Quel difetto di modernità

Nessuno sa quan­do e come uscire­mo dalla crisi. La ragione è che il mondo non procede verso un obiettivo razionalmente prevedibile, ma grazie a mi­lioni di uomini che perse­guono autonomamente i propri interessi non coordi­nati da una sorta di raziona­lità storica. È perciò che gli economisti paiono capaci solo di «predire il passato» e qualsiasi intervento della politica, che non si limiti a fissare le regole del gioco, rischierebbe di produrre al­tri danni invece di benefici. Per uscirne, e ripartire, l’Ita­lia dovrebbe, piuttosto, ri­flettere sui propri ritardi e realizzare quelle riforme che l’aiutino davvero a mo­dernizzarsi, come ha scrit­to ieri Mario Monti.

Non c’è settore — sia del­lo Stato, sia del sistema pro­duttivo, a parte certe picco­le nicchie industriali — che non registri forti ritardi nell’innovazione. L’Italia della cultura, della politica, dell’economia ha fatto la sua rivoluzione industriale prima di essere una società civile strutturata. Rispetto alla gentry dell’Inghilterra agraria, diventata borghe­sia cittadina con la rivolu­zione industriale e mercan­tile, e cosmopolita col colo­nialismo trionfante cantato da Kipling, l’Italia ha avuto i latifondisti reazionari rac­contati da Verga, un capita­lismo assistito, un naziona­lismo tardo e straccione. Ri­spetto alla grande borghe­sia francese post rivoluzio­naria — che, con l’Ecole po­litecnique e l’Ena, ha gene­rato i commis di Stato re­pubblicani e democratici — la società italiana ha espresso una piccola bor­ghesia post unitaria priva di coscienza di classe che ha rifiutato la modernità e, con essa, il capitalismo e la libera concorrenza, rifu­giandosi nel corporativi­smo e nell’autarchia del fa­scismo, ieri; nell’assisten­zialismo, nel protezioni­smo parassitario e nella bu­rocrazia del pubblico impie­go, poi.

Ci siamo affacciati alla contemporaneità senza aver letto un libro — qual­cosa di simile alla letteratu­ra liberale inglese e france­se sulla quale si sono forma­te le borghesie di quei Pae­si — ma solo attraverso la televisione; che ci ha intro­dotti alla modernità «ame­ricana » senza aiutarci a en­trare in quella «europea». La nostra etica pubblica è bigotta, moralista, pauperi­sta; scimmiotta il puritane­simo anglosassone senza averne i fondamenti stori­ci, sociali, religiosi, che ne legittimano politica e capi­talismo. La nostra idea di democrazia — come si è vi­sto negli ultimi tempi — coincide con lo scandali­smo fine a se stesso, con il ribellismo alle regole, con il rivoluzionarismo velleita­rio che una minoranza esprime spaccando le vetri­ne e vorrebbe concretare in rivoluzione col benestare dei carabinieri.

Nella sinistra riformista c’è chi ha elogiato la tassa­zione, per perpetuare l’ec­cesso di spesa pubblica e gli sprechi dello «Stato ca­naglia », non accorgendosi che i lavoratori, ora, votano a destra, dove i tributi non li si riduce, ma almeno non li si esalta. Il terrorismo di matrice rivoluzionaria ha ammazzato i riformisti che volevano fare dell’Italia un Paese liberale, democrati­co, giusto, e non se l’è pre­sa con i conservatori che sullo statu quo ci campava­no.



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