Il dribbling di Chiamparino

"La Stampa" del 1° luglio 2009

Luigi La Spina ( 01 luglio 2009 )

"Non devono essere state davvero facili le ultime notti a casa Chiamparino. Proprio per un personaggio come lui, schivo e un po’ timido, non abituato a saltare da una tv all’altra nella solita compagnia di giro tra politica e spettacolo, la lusinga di una improvvisa popolarità nazionale deve essere stata forte. Come dev’essere stata forte la tentazione di accettare gli inviti a «salvare la patria», a salvare un partito in cui ha passato gran parte della sua carriera politica, a correre «da mediano», come dice la canzone di Vasco...."


Il dribbling di Chiamparino


Non devono essere state davvero facili le ultime notti a casa Chiamparino. Proprio per un personaggio come lui, schivo e un po’ timido, non abituato a saltare da una tv all’altra nella solita compagnia di giro tra politica e spettacolo, la lusinga di una improvvisa popolarità nazionale deve essere stata forte. Come dev’essere stata forte la tentazione di accettare gli inviti a «salvare la patria», a salvare un partito in cui ha passato gran parte della sua carriera politica, a correre «da mediano», come dice la canzone di Vasco. Sì, quel sogno che tutti gli oscuri faticatori del centro campo, quello del pallone come quello della vita, fanno spesso. Quando, di colpo, nella disperazione generale, a due minuti dalla fine della partita, tutti si rivolgono a lui, il vecchio spaccapolmoni, e lui dribbla l’intera squadra avversaria e fa il gol che regala quella vittoria che sembrava impossibile.

Invece Sergio Chiamparino ha detto no, e ha fatto bene, molto bene. Perché ha capito che non poteva risolvere la contraddizione tra i motivi che spingevano moltissimi militanti, elettori e simpatizzanti del centrosinistra a chiedergli di candidarsi per la segreteria nazionale e il tradimento di quei motivi a cui sarebbe stato inevitabilmente costretto. La popolarità del sindaco di Torino, infatti, deriva dal suo rapporto con il territorio. Un legame molto stretto, quasi un patto con gli elettori che gli ha permesso, finora, di superare un confronto non facile con la sua maggioranza in consiglio comunale, ma anche con il suo partito. E’ stato proprio il successo nel ruolo di amministratore, riconosciuto in tutt’Italia, a motivare l’ipotesi di un suo trasferimento ad amministrare un partito che pare privo di una identità chiara e afflitto da una eterna e insopportabile lotta fratricida tra i principali capo-clan. Vista l’impossibilità di conciliare i due ruoli, Chiamparino avrebbe dovuto, con ben due anni d’anticipo, rompere quel patto di lealtà con i suoi elettori e con la sua città.

Le buone ragioni della coerenza morale e di un costume non abituale nella nostra classe dirigente non escludono, naturalmente, i calcoli su una candidatura dagli esiti assai incerti. Perché di gesti «eroici» non ha bisogno la politica e la serietà del personaggio non si deve necessariamente coniugare con l’ingenuità. Anche perché Chiamparino è un uomo di partito e conosce bene le regole dei partiti e del suo in particolare. Se il sindaco di Torino avesse voluto diventare il leader di una corrente tra i «democratici» avrebbe potuto pensare di raccogliere una percentuale di sostenitori tra gli iscritti, tra il 10 e il 20 per cento, per esempio, e poi contrattare con i due sfidanti un appoggio che sarebbe potuto diventare determinante. Ma vista la sua intenzione di pensare a una candidatura non per giochi tattici, ma nell’eventualità di una sua possibile vittoria, sull’onda di un rinnovamento chiesto soprattutto dalla base, l’ipotesi era tanto ambiziosa quanto irrealistica: dietro Franceschini e Bersani si stanno distribuendo le forze poderose di quei controllori di tessere che non sembrano lasciar spazio a candidature seriamente presentate per poter prevalere.

Queste considerazioni non oscurano però il valore del «no» di Chiamparino. Perché i rischi di restare ancora per due anni sulla poltrona di sindaco di Torino sono altrettanto gravi come quelli di abbandonarla precocemente. La sua popolarità gli ha inviso la grande maggioranza della classe politica locale, compresa quella del suo partito. L’attuazione del programma per l’ultimo periodo del secondo mandato, perciò, sarà molto faticosa e si potrebbe offuscare la sua immagine di sindaco di grande successo. Alla fine, Chiamparino potrebbe anche pentirsi del suo «no». Ecco perché, ora, ha fatto bene a dirlo.


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