Mio Signore! Non ho nessun altro cui dirlo

Emily Dickinson ( anno 1861 )



Mio Signore! Non ho nessun altro cui dirlo –
Dunque è te che disturbo.
Sono quella che ti ha dimenticato – del tutto – 
E tu ti ricordi ancora di me?
Ma non è per me che ho fatto tanta strada –
Quella  sarebbe il meno –
Ti ho portato il Cuore imperiale
Il Cuore che non avevo forza di reggere
Quello che custodivo dentro al mio –
Fino a che il mio si è fatto troppo pesante –
Eppure – davvero curioso – ancora più pesante
Da quando l’altro se n’è andato –
Ce la farai a reggerlo, tu?

( Emily Dickinson )

"Sono interminabili le giornate per chi sta sempre ( o a lungo ) in casa. Sono interminabili e scandite dal buio e dalla luce. Segnate dai passaggi lenti del primo nella seconda e viceversa. Ad Amherst ( Massachusetts ) le notti sono di un colore a volte improbabile: nero, blu e viola intenso. Durano a lungo soprattutto in inverno. Di giorno invece la luce, a seconda delle stagioni, è violenta: con la sua intensità limpida sfiora e ridisegna alberi, case e cancelli, strade, giardini e steccati. Profila in lontananza le colline che Emily Dickinson ( 1830 - 1886 ) guarda dalla sua stanza al primo piano della casa paterna. In quella casa, la Homestead o Mansion, visse quasi tutta la vita e in quella stanza più di vent'anni. Lesse e scrisse in totale silenzio e solitudine, la porta appena socchiusa quando a pianterreno c'erano visite. In quella stanza, così si racconta, entrava solo la sorella Lavinia e di tanto in tanto i bambini: i nipoti, figli del fratello Austin, i figli dei vicini o di amici, per un pomeriggio in visita dai Dickinson....." ( Barbara Lanati in prefazione a "Sillabe di seta" )